Ormai è ben nota la posizione assunta da Donald Trump nei confronti degli accordi internazionali sul commercio così come verso tutte quelle società che hanno deciso, a suo tempo, di delocalizzare la propria produzione all’estero.

I punti di forza

La working class, infatti, è stata la carta vincente che ha permesso la sua vittoria alle ultime elezioni e sono proprio gli stati centrali, molti dei quali in bilico fino alla vigilia, ad aver consegnato, quasi inaspettatamente, le chiavi della Casa Bianca all’eccentrico provocatore. Sotto esame, infatti, è la proposta di Trump di rivedere gli accordi commerciali internazionali tra i quali il North American Free Trade Agreement (NAFTA), che regola e permette il libero scambio delle merci fra gli Usa, il Canada e il Messico; finora il principio base di questi accordi era quello di sfruttare la manodopera a basso costo e poi di rivendere il prodotto sui mercati economicamente più maturi. l’idea di Trump è invece quella di bloccare queste intese penalizzando le vendite delle società che decidono di continuare a produrre al di fuori dei confini nazionali.

Un extra sui dazi

I dazi in arrivo, con ogni probabilità superiori al 30%, potrebbero colpire le merci in arrivo dalla Cina e dal Messico, primi “nemici” individuati dal miliardario, anche se l’analisi del deficit commerciale dimostra un risultato negativo anche con Tokyo e Berlino. Quello con Pechino è però un rapporto duplice dal momento che oltre ad essere un paese fornitore di merci è anche nazione in cui General Motors fa affari d’oro nelle vendite. Ma oltre alla Ford, obiettivo dei suoi strali in campagna elettorale, verrebbe coinvolto un po’ tutto il settore dell’automotive. In particolare, guardano all’Italia, è Fiat Chrysler la prima vittima immediatamente alle spalle della società di Detroit e che, come lei, ha deciso di spostare i suoi stabilimenti in Messico. Per lei il margine operativo lordo su Washington è pari all’80% secondo un report di Mediobanca che già qualche giorno fa aveva lanciato l’allarme aggiungendo alla “lista nera” cioè all’elenco delle società italiane con un’esposizione del mol sul mercato Usa superiore al 15%, per il settore auto, anche Ferrari, Cnh e Brembo. Ma su Fca (che per contrappasso alle 13 a Piazza Affari registrava un +4,8%) non grava solo l’incognita generale del rapporto con il Messico, bensì anche quella del possibile rialzo dei tassi di interesse decisi (presumibilmente presto dalla Fed, complice anche la volontà dell’onnipresente Trump) e che potrebbe rallentare l’accesso al credito e, quindi i prestiti per gli acquisti di nuovi autoveicoli.