Si preannuncia lunga e faticosa la traversata del deserto, che il nostro paese deve compiere prima che Europa, agenzie di rating e mercati abbiano terminato gli esami alla manovra del popolo ed emesso i loro verdetti. Almeno a giudicare dalle prime fasi che si sono vissute pericolosamente a partire da giovedì sera, quando il comunicato sui numerini del DEF ed i festeggiamenti dei 5 Stelle sul balcone di Palazzo Chigi hanno aperto le ostilità e dichiarato guerra all’Europa.

Da allora è stato un susseguirsi sempre più acceso di dichiarazioni ostili al nostro governo da parte di Bruxelles e di risposte sempre più offensive da parte dei nostri governanti nei confronti della burocrazia europea, con i mercati impauriti e pronti a prezzare nei rendimenti un aumento considerevole del rischio-Italia. Ieri Juncker, dopo aver superato il limite quotidiano di sopportazione alcoolica, si è lasciato andare a dichiarazioni poco generose sulla correttezza italiana, che poco hanno a che fare con la diplomazia istituzionale. Non è la prima volta che viola il galateo, ma pare proprio che non riesca a frenare la lingua quando non riesce a frenare il gomito. 

La inopportunità delle sue esternazioni pare evidente se si considera che il documento governativo italiano, che lui pare aver già bocciato, non è ancora arrivato sulle scrivanie di Bruxelles e nessuno lo conosce nei dettagli. Probabilmente neppure gli autori.

L’improvvido giudizio preventivo del Presidente uscente della Commissione Europea ha dato l’occasione a Di Maio e Salvini di recitare la parte che prediligono, cioè il Masaniello del popolo che combatte la tirannia dei burocrati europei, che, oltretutto non sono eletti dal popolo. Il leghista Borghi, che dice sempre che i mercati salgono e scendono senza motivo, a prescindere dalle decisioni e delle dichiarazioni politiche, ha voluto testare la bontà della sua teoria, dichiarando dapprima che l’euro complica i problemi dell’Italia, ma subito dopo che il governo non vuole uscire dalla moneta unica (“siamo mica matti come in Venezuela!”). Peccato che la prima dichiarazione ostile all’euro sia stata creduta dai mercati ed abbia fatto schizzare lo spread, mentre la smentita sia stata snobbata e lo spread sia rimasto ben ancorato ai 300 punti.