La maledizione delle urne che perseguita i premier inglesi colpisce ancora. A suo tempo David Cameron invocò il referendum per confermare il rifiuto della Brexit: venne invece colpito alle spalle da un voto esattamente contrario a quello che lui stesso prevedeva, costringendolo, poi alle dimissioni.

La doppia sconfitta della May

Non è andata meglio a Theresa May che di Cameron ha preso il posto alla guida del governo di Downing Street: anche lei decise di chiamare in causa il voto per vedersi confermato un appoggio popolare per la continuazione del processo Brexit, anche lei è stata colpita alle spalle da un risultato che, seppur non diametralmente opposto, ha invece peggiorato la situazione. Infatti le urne ieri hanno decretato che, sebbene la May abbia numericamente vinto con una maggioranza relativa, ha perso invece la sicurezza di poter portare avanti una hard Brexit come da lei voluto. Il Parlamento, infatti, appare adesso anche più diviso di prima con il partito Tory avviato a conquistare 315 seggi su una maggioranza di 326 e i laburisti in rimonta a 261, ma non sufficientemente forti da poter aggiudicarsi la guida del paese. Non solo, ma a a rischio potrebbe essere la stessa poltrona della May dal momento che, come detto, il premier non avrebbe più la forza necessaria per poter portare avanti il lungo e incerto processo del divorzio dall'Unione. In altre parole, alla fine di tutto, si è verificato proprio lo scenario peggiore per i mercati: caos per il governo anglosassone, spaccatura anche all'interno del partito conservatore che ha spesso criticato la scelta di elezioni anticipate della May come una sorta di suicidio politico (poi avveratosi) e, come se questo non bastasse, anche una sterlina in crollo. Sì, perché la prima vittima finanziaria è proprio la divisa inglese che arriva ai minimi da oltre nove mesi sia sull'euro che sul dollaro: rispettivamente, infatti, si registra un livello di 1,133 euro per una sterlina e 1,265 dollari quando ne servivano 1,3 poco meno di 12 ore prima anche se da Credit Suisse ipotizzano che il rapporto potrebbe scendere a 1,20 mentre, sempre da IG, si parla di una stabilizzazione intorno a 1,23-1,25.