La World Trade Organization (Wto, in italiano Organizzazione mondiale del commercio) ha stabilito martedì che le tariffe commerciali imposte da Washington nel 2018 su oltre 200 miliardi di dollari di merci made in China non sono coerenti con le regole degli scambi globali. Secondo il panel che ha valutato la decisione, le misure contestate da Pechino sono a prima vista incompatibili con diversi articoli del Gatt 1994 e gli Stati Uniti non hanno sostenuto l'onere di dimostrare che le misure sono provvisoriamente giustificate ai sensi sempre del Gatt 1994. Tra l'altro Washington non ha chiarito con quale criterio siano stati scelti i beni cui applicare i dazi. Il panel ha sottolineato di non avere esaminato le tariffe decise in rappresaglia da Pechino perché gli Usa non le hanno contestate presso il Wto.

Che cos'è il Gatt?

Il General Agreement on Tariffs and Trade (Gatt) fu siglato da 23 nazioni nell'ottobre 1947 e divenne effettivo con il 1948. L'accordo fu successivamente modificato nel 1994 (Gatt 1994) ed è applicato dal 1995, in contemporanea con la creazione della Wto stessa. In quell'occasione furono 123 i Paesi firmatari. Di successivi interventi agli accordi si è iniziato a discutere a Doha nel 2001. Il Doha Development Round è formalmente in corso, con le ultime modifiche siglate nel Bali Package nel 2013, ma di fatto l'accordo vigente resta il Gatt 1994. La Cina è entrata nel Wto nel 2001 con lo status di Most Favoured Nation (Mfn, il che significa che non possono essere applicate contro Pechino condizioni peggiori rispetto a quelle dei firmatari del Gatt 1994).

Dove finisce la guerra commerciale di Trump?

Donald Trump nel corso del suo contestato mandato ha cavalcato soprattutto proprio il tema della guerra commerciale contro Paesi che sarebbero responsabili dell'impoverimento dei cittadini americani. Primo obiettivo ovviamente Pechino (ma nel mirino sono finiti anche la Ue, il Canada, il Messico e così via). Dall'introduzione dei nuovi dazi nel 2018 è stato un continuo succedersi di vicendevoli rappresaglie tra i due Paesi, culminate nell'accordo siglato a inizio 2020. Da allora, il coronavirus ha costretto a pensare ad altro e Trump ha preferito spostare la sua battaglia contro Pechino soprattutto sulle società tecnologiche, accusate di spionaggio. La prima era stata Huawei Technologies, più di recente è toccato al social network TikTok mentre a rischiare è ora Semiconductor Manufacturing International Corporation (Smic), colosso cinese della produzione di chip conto terzi.