L’aspetto più interessante della riunione della Bce di oggi, alla fine, è che l’unica cosa su cui c’è stata unanimità è nella richiesta (quasi una supplica) ai governi di spendere di più. Noi facciamo i salti mortali per raschiare il fondo del barile monetario, è il messaggio, ora, cari signori, tocca a voi. Se volete evitare che l’Europa cada irreversibilmente in quello che Larry Summers chiama il buco nero della crescita zero e dell’inflazione zero, dovete decidervi a disfarvi di tutte quelle regole e regolette barocche che vi siete dati per non spendere e dovete anche farlo in fretta.

Da quando esistono le banche centrali come entità più o meno indipendenti dal Tesoro del sovrano è la prima volta che capita di sentire qualcosa del genere. Fino a oggi si erano viste, nella stragrande maggioranza dei casi, prediche rivolte ai governi affinché spendessero meno. Al massimo, in caso di guerra, le banche centrali tacevano, o perché consenzienti o perché consapevoli che una loro opposizione non sarebbe stata tollerata. Quanto al 2008, l’impostazione fiscale espansiva trovò una Fed cooperante e una Bce silenziosa, ma nemmeno in quel caso si videro richieste esplicite ai governi di spendere di più.

Oggi molti commenti si concentrano comprensibilmente sugli aspetti tecnici delle decisioni della Bce, comunque interessanti. Non si può negare che ci sia stata molta abilità, da parte di Draghi, nell’accettare una versione ridotta di Quantitative easing (20 miliardi al mese rispetto agli 80 del primo Qe) in cambio di una durata aperta (e forse eterna) dello stesso. Per i mercati, il valore psicologico di un Qe per sempre supera anche il non avere incluso i titoli bancari nelle operazioni di Qe, che tanto avrebbe contribuito ad avviare il circolo virtuoso di un recupero della profittabilità delle banche e di una loro maggiore disponibilità a erogare prestiti.