Il 2020 sta per volgere al termine, lo ricorderemo per essere stato un anno che ci ha stravolto la vita da molteplici punti di vista: proprio come avviene alla fine di un periodo piuttosto negativo, ci possiamo aspettare un nuovo anno all’insegna dell’ottimismo su più fronti. Iniziamo con il mettere all’angolo la pandemia di coronavirus: la comunità scientifica fa capire che dovremmo convivere almeno con altri sei/nove mesi con il Virus di Wuhan, tuttavia il mondo di Big Pharma con i suoi recenti annunci di imminente disponibilità ed autorizzazione alla distribuzione di tre dotazioni vaccinali fa presupporre che la luce in fondo al tunnel sia sempre più prossima. Il 2020 è stato anche l’anno del dump and pump dei mercati finanziari, ossia prima la vertiginosa caduta di inizio anno e successivamente il poderoso recupero e propulsione rialzista che ha portato numerosi indici azionari a segnare record storici assoluti.

Le politiche monetarie ultraespansive varate della banche centrali occidentali sosterranno le rispettive nazioni per almeno i prossimi tre anni, nella consapevolezza che il debito pubblico creato per dare copertura finanziaria ai deficit dei paesi occidentali si potrà gestire in futuro solo in presenza di una moderata e salutare inflazione. L’era dei tassi reali negativi rappresenterà pertanto un tema strutturale nel mondo del risparmio gestito: non avremo la ricerca del rendimento, ma più propriamente la caccia al rendimento. Per questo motivo è fondamentale in questo periodo dell’anno effettuare il proprio reset di portafoglio nella consapevolezza che già da settimane stanno andando in scena numerose rotazioni nella composizione delle asset allocation dei fondi flessibili da parte delle investment house. Il 2021 inizierà pertanto su due aspettative macroeconomiche: la crescita mondiale non sarà omogenea a livello geografico e tanto meno lo sarà a livello settoriale.

Le convinzioni tematiche di investimento su cui puntare si fondano sul nuovo outlook di mercato incentrato su un lento e progressivo ritorno alla normalità post pandemia e sulla distensione dei rapporti diplomatici tra Stati Uniti ed USA conseguenti la nuova leadership di governo a marchio Biden. Per questa ragione si possono indicare i mercati emergenti come la migliore asset class che probabilmente caratterizzerà le performance a consuntivo del 2021. La trade war innescata dall’Amministrazione Trump dovrebbe infatti essere ridimensionata, favorendo una vigorosa ripresa del commercio globale che vedrà proprio la Cina ed i suoi partner commerciali come i principali beneficiari. Oltre agli emerging markets possiamo individuare anche tutto il comparto delle energie rinnovabili visto che assisteremo ad una convergenza di agenda politica tra Stati Uniti ed Unione Europea (Green Deal & Green Revolution).

Sarà invece da sottopesare se non alleggerire corposamente il comparto azionario delle megacap statunitensi legati all’alta tecnologia: megaziende come Amazon, Apple & Google saranno probabilmente colpite da una nuova regulation trasversale tanto negli USA quanto in Europa in considerazione del ruolo di monopolio che ormai detengono nelle rispettive aree d’affari. Non si tratterà solo di limitare o meglio ridimensionare il loro ruolo di player dominanti nell’economia mondiale, ma anche di resettare il loro carico fiscale, ipotizzando per questo un aumento significativo della loro contribuzione fiscale complessiva. Il 2021 rivedrà con presunzione il ritorno alla predilizione della gestione attiva a discapito di quella passiva, in quanto la necessità di avere un approccio camaleontico con le mutate condizioni macroeconomiche imporrà ai gestori di adottare sempre più discrezionalità per la costruzione e definzione delle asset allocation. Questa considerazione scaturisce proprio dall’esigenza di riuscire a discriminare tra le varie asset class in forza di una disomogeneità tanto geografica quanto settoriale delle attese di crescita mondiale.