Consumatori in allarme per il previsto rincaro delle bollette. L’Arera, l’Autorità che regola i costi dell’energia e i relativi mercati, l’ha scritto nero su bianco all’inizio di luglio: nel terzo trimestre 2021 (ossia tra luglio e settembre) per la famiglia tipo la spesa complessiva dell’energia elettrica balzerà del 9,9% sul trimestre precedente. C’è stato qualche freno temporaneo, come lo stanziamento dal governo di 1,2 miliardi di euro per ridurre la componente ASOS, quella che paga incentivi alle rinnovabili e affini, o l’annullamento temporaneo e affine della componente Auc7RIM, altra voce del fantastico mondo delle bollette dedicata alla promozione dell’efficienza energetica nel settore, ma è chiaro che questi rincari si vedranno presto e, visti i recuperi del greggio nei mercati internazionali, si faranno sentire anche a fine anno. L’aumento dei costi di acquisto dell’energia elettrica (+21,6%) aveva già spinto l’Arera ad alzare le previsioni e il contesto non è migliorato, anzi.

Visto che le bollette sono ormai per una parte consistente collegate a oneri di sistema variegati e che anche in assenza di consumi migliaia di imprenditori in lockdown hanno dovuto continuare a pagarle, il tema da economico e sociale è diventato non poco politico e non è sfuggito alle antenne di Palazzo Chigi

La questione non è nuova, anzi, nei decenni addietro il caro-energia delle imprese aveva portato a una riforma non poco discussa che spostò sul retail parte degli oneri a favore degli energivori

Ora il tema assume una sfumatura verde e l’idea è quella di prevedere una qualche penalizzazione per chi inquina, magari con il ricorso a carbone, gas e altre forme “convenzionali” di produzione. 

Più facile a dirsi che a farsi, perché ancora nel 2020 del Covid (quindi un anno non convenzionale per i consumi) il 57,6% dell’energia prodotto in Italia veniva da termoelettrica non rinnovabile: come a dire che due terzi dei nostri consumi elettrici sono arrivati dal gas (e in parte dal carbone ancora). Senza considerare poi il nodo del conteggio della produzione dei termovalorizzatori che renderebbe ancora più fuliginoso il quadro. Insomma “Adelante, con juicio, si puedes”, ovvero prudenza perché i numeri sono importanti. Di certo una riflessione nelle alte sfere è in atto. Lo dimostra il ritorno di oggi del Sole 24 Ore sull’argomento, del Giornale ieri, dell’Antitrust, con un proprio ricettario dello scorso marzo (che non è passato inosservato). 

Elettricità, oneri di sistema tra problemi vecchi e nuovi

Nuove questioni si aggiungono ad annosi problemi, come quello della liberalizzazione del nostro mercato elettrico e il peso degli oneri di sistema per le rinnovabili: una componente ASOS che nel 2020 è pesata per 14,9 miliardi di euro sulle bollette

In particolare c’è la questione dei diritti di emissione ETS, uno strumento nato proprio con l’obiettivo di finanziare la transizione energetica con la tassazione delle fonti energetiche più vicine al carbonio, ma che ha segnato in Europa il passo fino agli ultimi mesi, quando l’avvio di un serio dibattito su questo tema ha spaventato tutti i grandi produttori UE (e non solo) di CO2, a partire dai cementieri. 

Già perché il concetto è sempre stato quello di coprire almeno in parte i costi della transizione con nuovi costi per i generatori meno eco-compatibili, ossia di caricare a qui inquinava il costo delle nuove forme di pulizia.

Finora però è andata diversamente, come dimostrano quei 15 miliardi di euro l’anno circa caricati in bolletta, gli incentivi a produzioni non sempre “green” e anzi il finanziamento per i petroliferi.

Nel mezzo c’è anche una cosa che a molti no va proprio giù, ossia il fatto che con quegli oneri si paghi anche il nucleare, ossia lo smaltimento ancora sconclusionato delle scorie di prima del referendum del 1987! Wired ha calcolato 3,3 euro a bolletta e 1,79 mld tra il 2012 e il 2016, ma va detto che il nuovo deposito nucleare di Sogin dovrebbe contenere al 40% anche quelle mediche che sono indispensabili e da allocare al meglio. Scegliere però in pratica dove mettere quei 150 ettari potrebbe essere più difficile che fare il ponte sullo Stretto di Messina. Ovviamente speriamo di sbagliarci, ma insomma gli oneri di sistema sono complicati quanto le voci delle accise sulla benzina (ormai forse di più) e tra il dire e il fare finora c’è stata una bella forbice.

Bollette: perché questi oneri di sistema riducono la concorrenza

Che una revisione degli oneri di sistema che tutti pagano in bolletta urga è cosa ripetuta da tempo. Non c’è solo il problema dei 15 miliardi l’anno per le rinnovabili (una quota importante che in qualche modo si dovrebbe rifinanziare con altre voci), ma anche il fatto che il sistema così come è impostato rischia di bloccare quella privatizzazione che in decenni ha stentato nell’ecosistema italiano dell’elettricità. Lo denuncia anche l’Antitrust che è giunta a maggio a proporre diversi punti importanti di una riforma che ora sembra nell’agenda del governo. Le barriere all’ingresso sembrano troppe. Per esempio i nuovi operatori incontrano enormi difficoltà per avviare le attività con ritardi nei permessi, nell’accesso al credito, nella possibilità di far rispettare i contratti e di risolvere le insolvenze. Si potrebbe archiviare alla voce mala-amministrazione o mala-giustizia, due temi di per sé già strategici nell’agenda Draghi, se non fosse che numerosi operatori ben consolidati si nutrono di questi ostacoli. 

Anche il fatto che il servizio di Maggior Tutela (la data di scadenza attuale è stata posta al 1° gennaio 2023, ma chissà) possa essere offerto solo da operatori verticalmente integrati nella distribuzione consolida barriere nella concorrenza. Questo si riflette sugli oneri di sistema perché la loro esazione è imposta ai venditori e svantaggia quelli non integrati. Pesa poi la mancata circolazione dei dati utili allo sviluppo di nuovi prodotti. Perfino l'ubicazione delle centrali convenzionali  ("il raggio d’azione entro il quale ogni singolo impianto può utilmente fornire a Terna i propri servizi è circoscritto a specifiche aree geografiche", ricorda l'Antitrust) condiziona la partita.

Parliamo di un mercato in cui i dati Arera (a pagina 37) del 2019 certificano che Enelil primo operatore dei clienti energetici domestici ha quasi il 68% del mercato totale nella fascia BT domestici e il secondo (Eni), il 6,2%: questo secondo l’Antitrust spiega perché “i prezzi siano ancora tra i più alti dell’UE”.

D’altronde l’uscita del canone Rai dalle bollette elettriche (ancora in discussione questo mese), apre all’opportunità di un intervento più sistematico su quegli oneri che da anni fanno discutere consumatori, istituzioni e operatori e, al di la del bollettino sempre vivace dei rincari o delle proteste industriali sul caro-energia pongono problemi di natura davvero sistemica per l’Italia.

(Giovanni Digiacomo)