Ambasciator non porta pena. Così forse ha pensato il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani quando ha deciso di annunciare che i prossimi rincari delle bollette elettriche potrebbero essere persino del 40%, una bastonata persino superiore a quella del 30% ipotizzata da Il Sole 24 Ore. Il meccanismo di mercato alla base di questi rincari è tanto trasparente quanto desolante. Il mercato ha fatto lievitare i prezzi del gas naturale (con cui l’elettricità viene prodotta) e quindi i costi dei produttori dell’energia elettrica che, oltre al gas bruciato, pagano anche le emissioni di anidride carbonica collegate, che a loro volta sono lievitate su livelli da record.
Sono mercati un po’ complicati, ma visto che rischiano di diventare una presenza sempre più invadente nelle case delle famiglie italiane, vale la pena dare un’occhiata per capire di cosa stiamo parlando.

Il future sul Gas Naturale UK, che prendiamo a esempio sull’Ice è passato da quota 50 nell’ottobre 2019 a quota 153,26 giorno 13 settembre. In percentuale quindi si è triplicato in due anni e, visto che valeva 75 a metà giugno, raddoppiato in pochi mesi. Questo spiega bene la dinamica. Per completezza è giusto specificare che questi contratti di acquisto hanno come unità di misura i “Therm”, pari a 29.3071 kilowatt ciascuno, 100 mila BTU (se sia amano le misure usate per i condizionatori) e 2,6778 metri cubi.  Queste quotazioni sono in sterline (e penny) per therm.

Data l’incudine, il martello per consumatori e per operatori del settore è giunto dai prezzi per le emissioni di carbonio, volati a oltre 61 euro, dopo aver quotato sotto i 31 per tutto il 2020 e avere strappato già dallo scorso autunno distanze imponenti dalle medie passate. Se si prende la media annuale (ossia quella dei prezzi delle 300 sedute precedenti), si scopre che è ferma sotto i 40 euro, contro i 61 dei prezzi degli ETS, i diritti di emissione, sul mercato. Insomma rincari da capogiro anche qui.

Rincari: ma cosa significa per i consumatori

Cingolani ha espresso delle stime:

“Il prossimo trimestre la bolletta potrebbe aumentare dal 31 al 42%. Questo va a colpire a livello internazionale la competitività industriale e anche le fasce più vulnerabili. Queste cose vanno dette, abbiamo il dovere di affrontarle”

Ma una percentuale resta ancora un’indicazione vaga e, come d’ufficio, le associazioni dei consumatori hanno iniziato a fare due calcoli. L’Unione Nazionale dei Consumatori stima che, se i prezzi dovessero salire come afferma il ministro, gli aumenti potrebbero toccare i 247 euro l’anno. In particolare potrebbero significare un rincaro di 56 euro della bolletta media della luce elettrica e di 158 euro di quella del gas. Con impatti non solo sulle famiglie, ma anche sulle imprese e gli operatori economici.

Rincari: uno scenario che peggiora

Gli aumenti si erano già visti ed erano già stati pesanti. Nel terzo trimestre di quest’anno sono stati del 9,9% per l’elettricità e del 15,3% per il gas, ma un intervento del governo ha frenato l’impatto sulle bollette con 1,2 miliardi di euro di stanziamenti pubblici che hanno permesso di evitare che la spesa energetica di una famiglia tipo si gonfiasse di 280 euro, “lasciando” il rincaro a quota 50 euro l’anno. Uno scenario che però ora potrebbe essere stravolto da nuovi balzi delle tariffe, tanto che lo stesso ministro Cingolani ha subito sottolineato il bisogno di difendere sì la transizione energetica, ma senza farne pagare i costi ai più vulnerabili. Pare dunque in fase di elaborazione un altro stanziamento che potrebbe nuovamente calmierare i costi dell’energia al consumo. 

L’ultimo intervento da 1,2 miliardi di euro si era basato su un finanziamento degli oneri di sistema, praticamente di costi dell’industria che ha quindi potuto comprimere i rincari. Per un governo che ambisce ad avere una progettualità di lungo periodo e a porre le basi per la transizione energetica, pare però chiaro che si impone a questo punto qualcosa di più: una soluzione strutturale, che non sia solo una pezza nel momento di mercato sfavorevole. 

È infatti chiaro che il dibattito sugli oneri di sistema è un dibattito ormai sull’assetto energetico dell’Italia e sul finanziamento della decarbonizzazione. Fuor di stereotipo il problema è quello di promuovere politiche di decarbonizzazione del mix energetico e di riduzione delle emissioni di CO2 senza far cadere il costo dell’operazione sulle famiglie italiane o almeno limitando questo impatto. Se infatti si fanno pagare le emissioni di più ai produttori di energia termoelettrica, è anche vero che la loro prima risposta sarà di riversare in tutti i modi questo aumento dei costi sui consumatori. Con l’energia termoelettrica che ha coperto a luglio il 48% del nostro mix energetico, sembra molto difficile non ascoltare le istanze di questa industria. 

Rincari: il problema è europeo, anzi mondiale

Inevitabile pensare a come il consumatore sia rimasto solo in questa epoca di fronte alle forze gigantesche e capricciose dei mercati globali. I prezzi delle materie prime sono sempre stati volatili, ma negli ultimi anni la transizione energetica ha posto delle sfide che stanno ridisegnando anche tutto il resto. Non a caso i rincari degli ETS, dei diritti di emissione pagati non solo dalle turbine a gas, ma anche, per esempio dai cementieri, sono una delle criticità maggiori di questa fase. L’Europa ha deciso di accelerare sulla decarbonizzazione raggiungendo la neutralità climatica entro il 2050, con una tappa intermedia di taglio di almeno il 55% delle emissioni di gas serra nel 2030 rispetto al 1990. Sono obiettivi facili sulla carta, ma presuppongono un impegno che può costare la vita a centinaia di impianti industriali e migliaia di lavoratori che faranno di tutto per scongiurare la fine. Già gli interventi del passato sulla riserva di stabilità del mercato (MSR) degli ETS hanno pesato non poco, ma è chiaro che i rincari da record prima descritti hanno portato i nervi a fior di pelle e rischiano di minare la competitività internazionale delle industrie europee. 
C’è già chi suggerisce investimenti europei nel nucleare (non emette CO2), ma lo stesso vicepresidente della Commissione Europea Frans Timmermans ha ricordato che complessivamente i costi del nucleare sono maggiori di quelli delle rinnovabili, che a loro volta ormai costano anche meno del gas. Una presa di posizione che lascia pochi dubbi.

E’ chiaro insomma che una revisione del mercato degli ETS è necessaria. Come è noto è in lavorazione e in fase di approfondimento, ma è altrettanto chiaro che quel meccanismo di “cap & trade” che potrebbe coinvolgere circa 10 mila impianti europei dovrà essere facilitato da politiche di supporto nella trasformazione. L’alternativa sarebbe soltanto un fallimento industriale europeo e consumatori e cittadini ancora più soli di fronte alle forze poderose del mercato.

Servirà dialogo e confronto non solo in Europa, ma con tutti i maggiori operatori di mercato mondiali. Nella consapevolezza che senza obiettivi comuni, ogni norma, per quanto virtuosa rischia di diventare un boomerang.

(Giovanni Digiacomo)