Quasi +10% per l’azione Tesla su Tlx e varie Borse europee, mentre al Nasdaq la chiusura è stata negativa (-2,4% a 370,34 $). Cosa è successo di tanto dirompente fra la conclusione della seduta europea e quella statunitense? L’onda lunga delle notizie diffuse martedì di una partecipazione di quasi il 5% del fondo sovrano saudita nel capitale della società proprio quando il fondatore e maggiore azionista Elon Musk proponeva un delisting dalla Borsa ha spinto ieri il titolo in Europa ma poi in serata a Wall Street sono cominciati a diffondersi non pochi dubbi sulla seconda operazione. Si tratterebbe infatti di un “buyout” a forte leva se si considera che comporterebbe – al prezzo ipotizzato di 420 $ per azione - un esborso complessivo di 72 miliardi di $ contro una quotazione di Borsa di 62 miliardi e debiti complessivi per circa 10 miliardi. 

“Privatizzazione” con tanti pro e contro

L’uscita di Borsa è voluta e proposta da Musk per una ragione molto semplice: sviluppare il business senza la continua pressione delle trimestrali, che scuotono il mercato anche sotto il profilo commerciale, con tensioni avvertite in maniera esagerata pure all’interno della società. Lui stesso ha detto: “E’ più agevole e meno dirompente operare in un contesto stabilizzato, ovvero in assenza di una quotazione che comporta la pressione negativa degli shortisti”, da sempre molto attivi su Tesla. Naturalmente ci si domanda però quale possa essere le fattibilità del delisting – quasi un crimine per il capitalismo Usa – senza l’entrata nel capitale di altri partner magri stranieri. E poi c’è il rischio di una leva esagerata che fa paura.