Debutta il bonus bancomat destinato a raccogliere l’eredità del Cashback di Stato.

In ambedue i casi siamo di fronte a bonus studiato per ridurre l’utilizzo di contanti in circolazione, offrendo degli incentivi quando al loro posto si paga con carta o bancomat.

La sostanziale differenza tra Cashback e bonus bancomat e la platea a cui si rivolgono, dove il primo pensa agli acquirenti il secondo pensa ai negozianti.

Il bonus bancomat è un vantaggio esclusivo dei titolari di Partita Iva. Quando infatti i negozianti scelgono di accettare i pagamenti con carta, pagano alla banca una commissione per ogni transazione oltre che un costo per noleggio e acquisto del POS, il dispositivo che permette di accettare questo tipo di pagamenti.

Il bonus bancomat interviene con tre crediti d’imposta differenti, il primo annulla le commissioni e il secondo rimborsa i costi spesi per munirsi di POS. Poi c’è un testo credito d’imposta che invece copre i costi affrontati per le casse smart, cioè quelle che automaticamente raccolgono e inviano i dati fiscali dell’attività.

Ovviamente l’entrata in vigore del bonus bancomat sancita dal Decreto Lavoro e Imprese va di pari passo con la sospensione temporanea del bonus Cashback, che sarà attiva almeno fino alla fine dell’anno.

I perché della sospensione di questa misura sono molteplici da alcuni difetti strutturali ai costi stimati intorno ai 4,7 miliardi di euro, tuttavia anche su questo fronte la situazione è complessa.

Poiché se Draghi ha sempre lasciato trapelare di non essere un sostenitore della misura, arrivano anche proposte relative ad un aggiustamento normativo al fine di ristrutturare il Cashback e ridurne i costi.

Tutte le spiegazioni sul bonus bancomat le trovate anche nel video YouTube di Non fare lo struzzo!: 

 

Partita Iva, grazie al bonus bancomat non si pagano più commissioni 

Partiamo da bonus bancomat e dal primo credito d’imposta a disposizione delle Partite Iva grazie al Decreto Lavoro e Imprese.

Per chi non lo sapesse ogni volta che si paga con carta qualcosa, al commerciante viene applicata una commissione dalla banca che gestisce la transazione pari ad una percentuale dell’importo.

Il DL 124/2019 stabiliva già un aiuto consistente con un credito d’imposta, cioè un rimborso per dirla con parole semplici, che coprisse il 30% dei costi relativi a queste commissioni.

Il Decreto Lavoro e Imprese va a modificare questa normativa precedente e alza il credito d’imposta al totale dei costi relativi alle commissioni sul POS, cioe al 100%. In questo modo dal 1 luglio 2021 al 30 giugno 2020 il costo totale delle commissioni pagate dalla Partita Iva sarà rimborsabile. 

Quindi niente commissioni sul POS alla Partita Iva per un anno intero!

Il bonus bancomat regala il POS alle Partite Iva 

Il primo credito d’imposta incluso nel bonus bancomat cancella di fatto le commissioni che gli esercenti pagano accettando i pagamenti elettronici con il POS. Ma si deve considerare che anche lo stesso apparecchio (POS) ha dei costi che possono essere di acquisto o noleggio, il secondo credito d’imposta del bonus bancomat interviene proprio a coprire queste spese.

Si tratta dell’importo massimo di 160 euro con cui si rimborsano appunto i costi per avere in dotazione il POS, solo che il rimborso che si potrà richiedere varia in percentuale diversa a seconda del fatturato accumulato dalla Partita Iva nel precedente periodo d’imposta. 

Nel dettaglio la percentuale di rimborso spettante come credito d’imposta del bonus bancomat varia in questo modo:

  • 70%, fatturati di massimo 200.000 euro;
  • 40%, fatturati da 200.000,01 euro a 1.000.000 di euro;
  • 10%, fatturati da 1.00.000,01 euro a 5.000.000 di euro;
  • non è prevista la possibilità di fruire di questo credito d’imposta se il fatturato eccede i 5.000.000 di euro.

Bonus bancomat, registratori di cassa smart a costo zero per le Partite Iva

E veniamo al terzo ed ultimo credito d’imposta offerto dal bonus bancomat, che per altro è il più generoso perché il suo importo arriva a 320 euro e il rimborso può essere anche totale, cioè coprire tutti i costi.

Questo terzo credito d’imposta consiste in un aiuto alle Partite Iva che scelgono di installare le cosiddette casse smart, cioè i registratori telematici di cassa, con invio e archivio automatico dei dati fiscali raccolti.

Saranno coperte tutte le spese effettuate nell’arco del 2022 e anche in quest’occasione la percentuale di rimborso spettante è determinata dalle entrate della Partita Iva nell’anno precedente:

  • 100%, fatturati di massimo 200.000 euro;
  • 70%, fatturati da 200.000,01 euro a 1.000.000 di euro;
  • 40%, fatturati da 1.00.000,01 euro a 5.000.000 di euro;
  • non è prevista la possibilità di fruire di questo credito d’imposta se il fatturato eccede i 5.000.000 di euro.

Bonus bancomat, come si utilizzano gli importi assegnati alla Partita Iva

In queste pagine non affronteremo solo il problema del bonus bancomat, ma anche quello del Cashback di Stato, ma prima di passare oltre dobbiamo ancora chiarire una cosa.

Il bonus bancomat non fa parte dei Ristori in senso stretto, cioè non è un contributo a fondo perduto, ma un credito d’imposta e c’è una differenza enorme. Un contributo a fondo perduto consiste in una quantità di denaro che lo stato versa direttamente ai beneficiari.

Ma con il bonus bancomat non riceverete ne sconto all’acquisto e neppure soldi liquidi, poiché un credito d’imposta è sostanzialmente un rimborso che avviene per mezzo di uno sconto sulle tasse. Ovvero l’importo dovuto come bonus bancomat sarà sottratto al totale di tasse da pagare.

Cashback di Stato, troppi difetti e si trasforma nel bonus bancomat

Il bonus bancomat altro non rappresenta che una riconversione del Cashback di Stato di cui si cambia la platea dei beneficiari, destinando nuovi aiuti alla Partita Iva al posto che ai cittadini in generale senza selezione. 

Del resto Draghi non ha mai nascosto che sotto la sua guida la priorità sarebbe stata data ai lavoratori autonomi, visti gli effetti sulle attività della crisi scatenata dalla pandemia di Covid-19.

Tuttavia, a spingere verso una sospensione del Cashback di Stato sono state una moltitudine di ragioni.

Prima di tutto i dati di analisi raccolti hanno mostrato un budget utilizzato per tenere in vita la misura pari a ben 4,7 miliardi di euro. A cui si aggiunge che le stime mostrano come sia uno dei bonus preferiti nelle aree più ricche del Paese e dal ceto medio-alto. 

Dopo queste rivelazioni, Draghi non ha nascosto la sua preoccupazione di star sprecando risorse utili del paese, soprattutto in tempi di crisi e riforme generali.

Il Cashback perciò è stato tra le vittime della strage di bonus attuata dal governo Draghi che ne ha decretato una sospensione di sei mesi, allo scopo di riconvertire i fondi per aiuti più concreti.

Ma che il Cashback di Stato avesse dei problemi era cosa nota già da tempo se pensiamo ai famigerati “furbetti del Super Cashback”. Per chi non lo ricordasse se il Cashback dopo aver associato una carta o un bancomat al programma elargiva un 10% di rimborso su ogni acquisto, il Super Cashback assegnava un premio extra in denaro a cinque utenti, che avevo effettuato più pagamenti con la stessa carta.

Il problema che si è subito mostrato agli occhi è che il Super Cashback non teneva conto degli importi, ma premiava solo chi realizzava il maggior numero di pagamenti a prescindere dalla somma.

La gente ha così iniziato a pagare un acquisto in tanti piccoli pagamenti con carta, sperando di essere tra i vincitori del Super Cashback.

Ricordiamo che tra gli obiettivi del Cashback c’era principalmente la lotta all’evasione fiscale, promulgata attraverso incentivi che premiano i pagamenti con carta al posto del non tracciabile contante. Il problema è che invece si è creato esattamente l’effetto opposto ovvero un utilizzo illecito è anomalo di carta e bancomat e proprio per colpa del Cashback.

Insomma, sospendere la misura è stata in sostanza una scelta obbligata perché questa ha fallito sia nei costi che negli obiettivi.

Soprattutto perché il governo dovrebbe spiegare ai cittadini come sia stato possibile rinunciare a riforme importanti dai costi minori, come quella delle pensioni, per destinare 5 miliardi di euro al Cashback di Stato.

Cashback di Stato, una decisione difficile per il governo Draghi

In ogni caso, per ora il Cashback è affetto solo da una sospensione temporanea che scadrà il 1 gennaio dell’anno prossimo, il Governo dovrà quindi entro la fine del 2021 scegliere cosa fare della misura una volta e per sempre.

Molti, soprattutto PD e Movimento 5 Stelle, chiedono che il Cashback  continui il prossimo anno, al massimo cambiandone il regolamento.

Le ipotesi fatte sono molte come la possibilità di risparmiare il 50% dei costi destinandola solo ai redditi bassi, cioè creando un tetto ISEE per beneficiare dei vantaggi del Cashback di Stato. Diciamo però che anche dimezzando i costi rimarrebbe una spesa piuttosto gravosa.

Ancora, si è proposto di rivedere la norma relativa al Super Cashback, con la possibilità di stabilire un importo minimo per le transazioni prese in considerazione al fine di assegnare il premio extra.

Direttamente a favore del Cashback di Stato e per due motivazioni diverse si sono schierati due anni esponenti noti del PD, Marco Furfaro e Antonio Misiani.

Il primo sostiene che ci sono dati raccolti dal MEF, i quali, contrariamente alle opinioni di Draghi, dimostrerebbero che a lungo andare la misura farebbe guadagnare allo Stato ben 10 miliardi di euro, anche se non è chiaro il documento a cui si fa riferimento.

Misiani invece crede che il Cashback vada prolungato come tutte le misure volte e contenere l’impiego di contanti per i pagamenti. E questo non solo per l'evasione fiscale, ma soprattutto per limitare le spese dello Stato, che per stampare banconote spreca secondo la Banca d’Italia più di 7 miliardi di euro all’anno. 

In ogni caso, la vita o la morte del Cashback si prospetta essere una decisione impegnativa per il governo Draghi e fatta di sconti all'ultimo sangue, ma che dovrà essere presa in fretta.