Lo sappiamo da anni: economia finanziaria e economia reale sono interconnesse. La prima, tramite lo scambio di asset finanziari (che dovrebbero riflettere i fondamentali sottostanti sia allo scenario macroeconomico che ai bilanci delle imprese), dovrebbe garantire un'efficiente allocazione delle risorse finanziarie di cui l'economia reale dovrebbe esserne beneficiaria.

Negli ultimi decenni, però, sembra che si siano invertiti i ruoli. Gli interventi pubblici necessari "per salvare la finanza da se stessa", hanno reso quanto mai evidente agli occhi dell'opinione pubblica la fragilità di questo settore di fronte a periodi di crisi tanto da farlo salire sul banco degli imputati come principale colpevole dell'instabilità economica dell'ultimo decennio.

Quest'anno non fa eccezione ma con una particolarità: eventi eccezionali necessitano di interventi eccezionali.  La pandemia da Covid-19  ha fatto salire in cattedra le Banche Centrali che, inondando il sistema economico di liquidità, hanno ridimensionato in maniera rilevante il rapporto tra economia finanziaria e e economia reale.

Il ruolo di primo ordine da parte delle Banche Centrali (che hanno visto crescere il valore degli attivi a dei livelli senza precedenti) e dei governi nazionali che hanno prodotto politiche monetarie e fiscali espansive, hanno spinto gli asset finanziari verso l'alto da una parte e dato una boccata d'ossigeno al sistema banciario dall'altra, senza produrre un trend di pari livello nell'economia reale ne sono la prova.

A differenza delle altre crisi, che hanno creato non poche grane all'economia globale nell'ultimo decennio, la crisi pandemica che ha interessato il 2020, ha avuto un impatto maggiore su reddito e i consumi, modificando il "campo di gioco" dall'economia globale portandola in uno scenario di crescita ancora più bassa e più basso livello di disuccupazione.

E' proprio quest'ultima a fornirci una "cartina di tornasole" del gap tra economia reale e quella finanziaria nell'era Covid-19. Secondo due ricercatori americani infatti, mentre il mercato del lavoro sprofonda verso il baratro, la finanza non ne vuole sapere di fermarsi e continua ad aggiornare i nuovi massimi.

Finanza e economia reale a due velocità: a dirlo questa volta è la quota di occupati nella società quotate

Sono due ricercatori statunitensi Frederik P. Schlingermann Renè M. Stulz, rispettivamente dell'Università di Pittsburg e dell'Ohio State University a sostenere la dicotomia tra economia reale e quella finanziaria nel paper "Has the Stock market become less rappresentative of the economy?".

Sotto la lente dei due accademici a stelle e strisce c'è la capitalizzazione di borsa che viene confrontata con il mercato del lavoro prima e con il valore aggiunto poi. La proxy per il mercato del lavoro da loro considerata è l'occupazione non agricola ( o non farm payrolls che rappresenta l'80% dei produttori del PIL statunitense) nelle società quotate in borsa.

Da questo studio appare evidente che, negli ultimi anni sia in atto un distacco tra occupazione non agricola e dipendenti delle società quotate che ha prodotto un progressivo allontanamento dell'economia reale da quella finanziaria.

La ricerca, prendendo in rassegna i dati dal 1950 a oggi, mostra che l'occupazione non agricola è diminuita dal 1970 ad oggi nella società quotate in maniera rilevante.

Nel 1970, gli occupati del settore non agricolo erano pari al 41% dei dipendenti delle società quotate, mentre a fine 2019 questa percentuale è calata al 29%. Inoltre negli anni 70 fino ad inizio degli anni 80, il mercato del lavoro spiegava il 50% della capitalizzazione di mercato mentre da quella data fino ai giorni nostri qualle percentuale è scesa al 20%.

 Gli Stati Uniti come il resto del Mondo, sono stati interessati da una "rotazione settoriale" circa la quota di partecipazione al valore aggiunto: mentre negli anni 70, il settore che "andava per la maggiore" in rapporto al PIL era il settore manifatturiero, adesso a fare la parte del leone è il settore dei servizi (con il settore sanità in testa).

Questo "cambio di rotta" è stato favorito dall'era dell'informatica e delle telecumunicazioni, che con lo sviluppo dell'ICT ha preso il sopravvento sul settore manifatturiero ha spinto il settore servizi verso l'alto ridimensionando il settore manifatturiero 

Nel 1973 l'occupazione nel settore servizi era pari al 27% di quello manifatturiero, nel 2019, però, questi ruoli si sono invertiti: l'occupazione del settore servizi vale 2,4 volte quello della manifattura. E' da qui che però inizia il paradosso: nel terzo millennio l'occupazione nel settore manifatturiero diminuisce, ma quest'ultimo è il settore dove ci sono le imprese con una capitalizzazione di mercato maggiore.

Se vuoi lavorare quindi, non rivolgerti mai alle big cap. E' una conseguenza della research question dei due ricercatori americani ed è valida soprattutto ai giorni nostri: nel 1950, infatti, l'imprese AT&T, prima società per capitalizzazione di borsa negli USA, era anche la n°1 nella classifica occupazionale. Adesso invece, Apple, che la scorsa estate ha superato i 2 mila milardi di capitalizzazione di borsa, si trova al 40esimo posto per numero di occupati.

Questo, perciò sembrerebbe confermare la frattura tra economia finanziaria e occupazione non agricola che mette il turbo a Wall Street.

E' ben noto sia tra gli accademici che tra gli analisti che la dinamica del mercato del lavoro viaggia sullo stesso binario del biglietto verde: un calo dell'occupazione non agricola e/o una riduzione dei salari in termini nominali indebolisce la moneta di Washington e quest'ultima favorisce l'investimento nei mercati di borsa.

Ad oggi sia l'occupazione non agricola che il salario del settore sono in contrazione e ad esso è associato una Wall Street che ancora sta attraversando una fase positiva. 

Secondo altri accamemici italiani, la finanza "viene in aiuto" a tutti coloro che si sono visti diminuire il loro salario o hanno perso il lavoro: il continuo rialzo di Wall Street potrebbe rappresentare un'opportunità di investimento per questi soggetti in quanto permette loro di compensare il mancato reddito da lavoro.

A confermare questo risultato ci si mettono i dati sulle valutazioni di mercato, che per alcuni sono più bassi rispetto a 10 anni fà che incentiverebbero  "la compensazione di reddito" con la partecipazione ai mercati spingendo sempre più su la capitalizzazione delle imprese quotate che mai come in questo ultimo periodo si nutrerebbero anche della diminuzione dell'occupazione.

"L'automobile" mercati finanziari sembra non funzionare più come prima

C'era una volta la finanza che serviva l'economia reale che come come un cane educato che obbedisce al padrone, promuoveva un'efficiente allocazione di risorse tra gli agenti economici dove chi sta dietro la cinepresa erano i mercati finanziari.

Questi, come un'automobile che si muove in avanti nel tempo, davano la possibilità agli operatori di scambiarsi asset che riflettevando l'andamento i fondamentali dell'economia, permettevano un perfect matching tra agenti economici con esigenze di risparmio e consumo su orizzonti temporali differenti.

Questo "giochino" adesso sembra non funzionare più come prima e la forte dicotomia tra mercato del lavoro statunitense e economia finanziaria, non fa altro che rafforzare l'idea che i mercati finanziari, non riflettendo più i fondamentali dell'economia, non siano più "lo specchio" dell'economia reale.

Questo dislivello va ad aggiungersi al marcato gap tra Wall Street e Main Street(ovvero tra la borsa americana e l'indice delle materie prime anche noto come indice Crb) e quello tra produttività del settore finanziario e la crescita dei salari che negli ultimi decenni ha incoronato la finanza ai primi posti per creazione di valore aggiunto.

Per quanto riguarda le materie prime, nell'ultimo anno, l'indice americano Crb non ha ancora recuperato i livelli pre-Covid, contrariamente alla la borsa americana che continua a crescere.

Il divario tra crescita della produttività e crescita dei salari, invece, dalla fine degli anni 70 in poi è iniziato a crescere: le due variabili hanno iniziato a viaggiare su due binari separati (con il prima la produttività che è cresciuta quasi tre volte tanto rispetto ai salari misurati in base alla compensazione oraria) e non ha fatto altro che mettere benzina sul fuoco nel conflitto capitale-lavoro.

 La crescita dei salari non è andata, infatti, di pari passo con la crescita della produttività aggregata ma di quella del settore finanziario.

Questo ha portato in dote  non solo un'inflazione decrescente ma anche una più bassa quota di valore aggiunto nelle mani dei lavoratori che ha alimentato maggiori conflitti sociali e acuito le diseguaglianze tra la popolazione (con da una parte  l'1% della popolazione a stelle e strisce che si è arricchita e l'altra un 50% che è diventata più povera).

Questa situazione è peggiorata con la pandemia: in questo contesto, l'aumento della disoccupazione a cui ha fatto seguito una diminuzione dei redditi, insieme a politiche monetarie di tassi bassi e di flebo sempre più consistenti di liquidità nei mercati, ha indotto gli intermediari finanziari a prestare meno denaro a soggetti dell'economia reale in favore di investimenti più rischiosi.

Perciò, nello scenario attuale, con il capitale paziente, i mercati finanziari non sono più uno strumento per passare denaro dai pazienti agli impazienti per promuovere un'allocazione delle risorse efficiente in favore dell'economia reale che riflette di meno la domanda e l'offerta di risorse degli operatori, ma è un strumento manovrato dalla liquidità pompata dalle Banche Centrali che "aumenta l'utilità di pochi e diminuisce quella di tanti".

In questo caso infatti, i mercati finanziari sembrerebbero appropriare della fetta più grande del valore aggiunto dall'economica globale di cui gli unici perdenti sembrerebbero essere i soggetti dell'economia reale appesantiti da un lungo periodo di instabilità finanziaria.