Dopo un'attesa che sembrava non finire mai, finalmente il Governo Draghi ha sottoposto a Bruxelles il Recovery Plan italiano; la Von der Leyen si dice fiduciosa e con fare propositivo invita ad avviare quelle riforme di cui lo Stato ha disperatamente bisogno: nei prossimi mesi il comitato incaricato di valutare la creatura partorita dalle fatiche congiunte delle forze parlamentari esaminerà gli undici criteri sanciti dalle norme.

Non solo Italia, ma anche Slovenia, Austria e Belgio hanno inviato alla Commissione Europea i piani formali di Ripresa e Resilienza; la stessa Ursula Von der Leyen, presidente della Commissione europea, lo fa sapere tramite il suo canale Twitter, precisando come questi piani definiscano tutte quelle misure e i relativi investimenti pubblici che ogni Stato membro attuerà attingendo alle risorse finanziare messe a disposizione dal Recovery and Resilience Facility, chiave di svolta posta nel cuore del NextGenerationEU, fondamentale strumento ideato dall'Unione Europea per vincere la battaglia contro una pandemia che ha messo in ginocchio innumerevoli realtà.

Bruxelles valuta il Recovery italiano: i numeri

L'ammontare totale degli aiuti che Bruxelles metterà a disposizione degli Stati membri in difficoltà è pari a seicentosettantadue miliardi di euro, soldi con i quali potranno essere sostenuti gli investimenti per il rilancio delle economie piegate dal COVID-19: di questi seicentosettantadue miliardi, trecentododici saranno erogati sotto forma di sovvenzioni, mentre i restanti trecentosessanta in prestiti.

Il Recovery and Resilience Facility reciterà la parte del protagonista quando si tratterà di sostenere un Europa ancora impantanata in una crisi economica devastante e darà voce e ossigeno anche a quelle istanze che vorrebbero maggiore attenzione in tema green e digital: tutto questo grazie a un forte e vivace dialogo di questi mesi che ha prodotto una concertazione fra la Commissione Europea e gli organi competenti e preposti degli Stati interessati dal provvedimento, uno scambio di informazioni fondamentale per addivenire a un'intesa che mettesse d'accordo parte erogante e parti riceventi. 

L'Italia chiede a Bruxelles centonovantuno miliardi di euro di aiuti nell'ambito del Recovery and Resilience Facility, sessantanove dei quali in sovvenzioni e centotredici in prestiti; sei sono le macro aree che compongono l'RRF italiano, che vedono nell'innovazione, competitività, digitalizzazione, cultura, infrastrutture per mobilità sostenibile, rivoluzione verde, salute, transizione ecologica, inclusione, istruzione, ricerca e coesione, i capisaldi sui quali costruire un futuro diverso al di là del COVID

Questo disegno, nobile e ambizioso, coprirà la durata totale del Recovery and Resilience Facility, fino al 2026, piano che presenta i suoi programmi in tutte e sette le aree faro europee, il cui manifesto trovate a questo link; dopo che la Commissione europea sarà addivenuta a una decisione definitiva circa il Recovery Plan italiano, la legge tramuterà il tutto in atti giuridicamente vincolanti, ponendo maggiore attenzione alla verifica delle spese e degli investimenti ai quali dovrà essere dedicato non meno del trentasette per cento a sostegno delle misure atte a migliorare gli aspetti del clima: il venti per cento del totale dovrà essere impiegato alla transizione digitale. 

Sappiamo che allo stato attuale, Bruxelles ha incamerato i Piani Nazionali di Ripresa e Resilienza (PNRR), il cui manifesto per l'Italia trovate a questo link, di tredici Stati membri: Belgio, Danimarca, Germania, Grecia, Spagna, Francia, Italia, Lettonia, Lussemburgo, Austria, Portogallo, Slovenia e Slovacchia. 

Bruxelles & Recovery Plan: Italia avvisata, non sarà una pura formalità 

Parte l'esame UE con l'Italia che all'ultimo momento finalmente invia il suo Piano a Bruxelles: l'obiettivo è ricevere i primi aiuti già dal mese di luglio 2021, come già visto in uno nostro precedente articolo che potete trovare a questo link e che analizza più nel dettaglio i contenuti e le modalità del Recovery Plan nostrano. 

Verrebbe da dire appena in tempo, un pò come quando da bambini si facevano i compiti delle vacanze pochi giorni prima dell'inizio del nuovo anno accademico; rilassamento generale da parte di una moltitudine di osservatori che fino alla tarda serata del 30 aprile attendevano col fiato sospeso: già perché sul piatto della bilancia a pesare ci sono la bellezza di cento novantuno miliardi di euro, da spendere rispettando gli accordi presi con Bruxelles e la Comunità Europea tutta.  

Rispettato il termine dunque, nel limite temporale massimo consentito concordato per il 30 aprile, limite oltre il quale l'Italia non avrebbe potuto contare sul prefinanziamento di luglio pari a venticinque miliardi di euro; sforare la data del 30 aprile avrebbe significato far slittare gli aiuti, indispensabili in un momento come questo. 

Certo il solito Governo italiano litigioso ha ritardato di molto la finalizzazione del PNRR, con le forze dell'ennesima nuova maggioranza riluttanti a trovare un'intesa su qualsiasi cosa; qualcuno deve essersi reso conto di quale disastro per il nostro Paese sarebbe stato non arrivare pronti all'appuntamento e vuoi per convenienza, vuoi per opportunismo, anche questa volta siamo riusciti a scampare al disastro. 

Ora aspettiamo tre mesi per vedere i risultati di tale sforzo congiunto e capire se quanto prodotto da chi ci governa soddisfa le aspettative di Bruxelles, da sempre cauta, guardinga e sospettosa quando si tratta dell'Italia. 

Bruxelles valuta il piano italiano: transizione delicata 

Tutti i piani di ripresa inviati diligentemente a Bruxelles dagli Stati membri saranno a breve esaminati e valutati, il che porterà alla trasformazione degli stessi in atti legali; non è un fatto di poco conto quello che vedrà la giurisprudenza interessarsi da vicino della cosa, anche se a prima vista un non addetto ai lavori lo potrebbe considerare tale: è difatti la stessa Ursula von der Leyen che attraverso un messaggio video precisa quanto sia delicata questa transizione, sottolineando come questo sia un momento fondamentale nel percorso degli Stati membri verso l'ottenimento degli aiuti tanto agognati

Per inciso, questa traduzione del PNRR nostrano in un atto legale, insieme a quella che interesserà i piani degli altri Stati membri richiedenti aiuto, sarà un processo necessario per standardizzare tutti i gli atti che sono molto differenti tra loro; in questa fase critica, Bruxelles non chiuderà le porte in faccia a chi si troverà nella necessità di apportare modifiche ai propri piani a seguito dei suggerimenti pervenuti, anche se ovviamente tali eventuali modifiche dovranno essere fatte in tempi molto stretti, pena lo slittamento dei prefinanziamenti: la palla passa ai funzionari dell'esecutivo europeo, incaricati dell'esame. 

Bruxelles e i PNRR europei: metodi valutativi e iter 

L'Unione Europea prenderà delle posizioni in merito ai vari PNRR europei basandosi sulla verifica della corrispondenza di questi ultimi ai criteri di pertinenza, efficacia, efficienza e coerenza con quanto stabilito dal Next Generation Eu; l'articolo 19 del Regolamento sul dispositivo per la ripresa e la resilienza contiene questi criteri e anche il piano integrale degli aiuti e dei prestiti indirizzati a chi ne ha fatto richiesta. 

Sulla base del terzo criterio, la Commissione valuterà se un piano sarà in grado di dare un contributo efficace per il rafforzamento del potenziale di crescita di quel determinato paese, di creare nuovi posti di lavoro e dare la dovuta resilienza all'economia, alla società e alle istituzioni statali. 

Il quarto criterio dal canto suo prevedrà che il suddetto piano possa o meno provocare un impatto negativo sugli obiettivi ambientali; le misure che prevedono la realizzazione delle riforme e dei programmi di investimento non potranno quindi influire in negativo sulle politiche di conservazione e sviluppo dell'ambiente, nel solco del concetto "do no significant harm", che prevede e impone di non apportare un danno evidente alla natura, quest'ultima oggetto di una dettagliata analisi dei principi cardine dei piani redatti dagli Stati membri richiedenti.  

Il settimo parametro stabilisce che gli impatti messi in atto dalle misure debbano essere duraturi e il decimo garantisce protezione al bilancio UE dalle possibili ingerenze da parte di soggetti terzi o male intenzionati (leggi "corruzione"), quindi proteggendolo da frode e conflitti di interessi nell'utilizzo dei fondi, che oltre all'efficacia della manovra minerebbero anche l'immane sforzo comune dell'Unione che ha come obiettivo una ripresa repentina dalla crisi.  

Infine, terminata la fase valutativa e la traduzione dei piani in atti a norma di legge, il Collegio dei commissari europei avallerà una mozione di decisione di esecuzione del Consiglio: in quel momento quest'ultimo avrà trenta giorni di tempo per giudicare il piano ed esprimersi in merito.