A sua volta, tuttavia, la presenza di un’imposta sul reddito può introdurre una ragione a favore della diversità delle aliquote, perché un’Irpef molto progressiva può spingere gli individui più produttivi a ridurre il proprio sforzo lavorativo (o a evadere di più). Per correggere questo effetto distorsivo si potrebbe usare l’Iva per indurre i contribuenti molto produttivi a lavorare di più malgrado alte aliquote sul reddito, tassando molto i beni consumati quando non si lavora (alberghi, ristoranti, viaggi e poi?) e tassando poco o sussidiando beni e servizi consumati molto da chi lavora, come la cura dei bambini, il trasporto privato e pubblico, i pasti fuori casa, lavatrici e lavastoviglie. Ma, a parte il caso della cura dei bambini, ragionare in questo modo introdurrebbe troppa complessità nelle aliquote e difficoltà applicative. Per esempio, dovremmo colpire con alte aliquote il cibo consumato quando non si lavora, ma come distinguerlo da quello consumato nelle pause del lavoro, e con quali effetti distributivi? Bello in teoria, difficile in pratica. Meglio un’aliquota Iva unica e un sistema progressivo di imposta diretta più sussidi monetari.

L’uniformità evita anche i costi delle attività di lobby per richiedere trattamenti di favore di determinati beni, riduce i costi amministrativi e di adempimento e le opportunità di evasione.

Resta invece l’opportunità di aliquote differenziate per colpire i consumi con esternalità negative, come i combustibili, e anche quelli che hanno effetti negativi per lo stesso consumatore (internalità), come l’alcol, il tabacco e, perché no, le bevande gassate. Ma su molti di questi beni ci sono già accise elevate.