L’argomento Covid-19, è stato tra i più seguiti e ricercati dagli italiani. Più di 50 milioni di persone hanno durante la pandemia cercato informazioni, news, dati, aggiornamenti sul virus e su tutto quello che ne è conseguito.

Non si tratta solo di click sul web, ma di adulti - oltre il 94,4% - che hanno usato differenti fonti per estrarre i dati personali di cui avevano bisogno.

La maggior parte dei dati è stata rilevata usando i media tradizionali, televisione, radio hanno trainato la ricerca, ma uno spazio importante è stato dato anche ai social media e al web in generale. Vediamo nel dettaglio.

Il Rapporto Ital Communications-Censis

Il dato così compattato è stato presentato oggi in Senato alla Sala Zuccari attraverso un Rapporto di Ital Communications-Censis in cui l’argomento “Disinformazione e fake news durante la pandemia: il ruolo delle agenzie di comunicazione” è stato diffuso.

Secondo il rapporto, su 50 milioni di italiani, circa 38 milioni hanno optato per cercare le informazioni riguardanti il Covid-19 sui media di stampo tradizionale, facendo che si che la maggior parte della scelta ricadesse su:

  • Televisione
  • Radio 
  • Stampa

Le tre fonti tradizionali mantengono il primo posto nella ricerca.

Al secondo posto dell’indagine, figurano i siti di stampo ufficiale, quelli la cui fonte attendibile ha di sicuro avuto maggiore appeal e ha generato sicurezza sul contenuto dell’informazione, si tratta dei siti:

  • Della Protezione Civile
  • Dell’Istituto Superiore di Sanità

Verso i due portali si sono rivolti 26 milioni di italiani, focalizzando la loro attenzione sui dati relativi al numero dei contagi, delle ospedalizzazioni divise per regioni e purtroppo del numero crescente dei decessi.

Al terzo posto dello studio, circa 15 milioni di italiani hanno cercato le news attraverso il loro personale accesso ai social network, forse per comodità, forse per facilità di utilizzo in termini di tempi e di ricerca, sta di fatto che le notizie sono state seguite anche sui sistemi meno tradizionali.

Ma il dato che lascia perplessi è che solo i un italiano su quattro ha cercato informazioni rivolgendosi al proprio medico di fiducia: 

  • 12,6 milioni di persone si sono rivolte al medico generale
  • 5,5 milioni al medico specialista
  • 4,5 milioni al farmacista di fiducia

Per ottenere informazioni sui modi e i tempi di diffusione del virus, sui contagi, e sugli aspetti più pratici della gestione del contagio o della disponibilità dei tamponi il medico è stato l’alleato dell’informazione.

Anche un altro dato rilevante riscontra curiosità ovvero che 3,7 milioni di italiani, il 7,4% del totale, sono rimasti esclusi dall’informazione tradizionale e dal web.

Di questi 3,4 milioni hanno optato per consultare altre fonti, ma comunque si sono informati, mentre 300.000 persone sono rimaste completamente fuori da qualsiasi genere di informazione.

L’informazione e la comunicazione e la loro qualità

Ma al di la della ricerca, come è stato il processo dei contenuti comunicativi?

Hanno rispettato l’informazione? Hanno mantenuto veritiero il contenuto principale? 

Certo è che il contenuto non è stato sempre fluido e talvolta si è sviluppato in modo contraddittorio, generando confusione e scarse certezze nella popolazione in cerca di informazioni.

La quantità di notizie non ha certo fatto bene. L’aspetto più è evidente è stato il diffondersi più che della consapevolezza sul tema, di quello legato alla paura del contagio.

A pensarla così sono stati il 65% degli italiani. Tra questi i più perplessi e sensibili sono stati i soggetti più deboli, quelli da proteggere. Si tratta del 72,5% delle persone oltre i 65 anni e per il 79,9% di coloro che non hanno superato la licenza media. Una categoria fragile e priva talvolta di alcuni strumenti di analisi.

Scendendo con l’età il rapporto ha analizzato la fascia di giovani con età compresa tra i 18 e i 34 anni, tra loro il 14,1% ha pensato che la comunicazione registrata durante la pandemia sia stata sbagliata.

La pensa alla stessa maniera il 3,7% degli over 65. Il dato medio su questo argomento che si rileva è pari al 10,6%. Sbagliata e confusa.

Mentre che l’informazione sia stata non solo sbagliata ma letteralmente pessima, lo hanno pensato il 14,6% dei giovani e il 3,2% dei non più tanto giovani.

Circa 29 milioni di italiani che hanno cercato le notizie fuori dai canali tradizionali, usando web e social network, ha trovato le notizie ma si sono poi rivelate false o sbagliate.

Da questi risultati quello che ne consegue è che un’informazione per quanto capillare nella sua copertura, ma sbagliata nei registri dei suoi contenuti, o addirittura reputata pessima è qualcosa che va analizzato e valutato per essere posto ai margini ed eliminato in quanto genera per effetto opposto la disinformazione.

Le fake news vanno arginate 

Le fake news vanno arginate. Come? 

Il 52,2% degli italiani non giustifica le piattaforme che non rimuovono le fake news, ritengono che ci debba essere un obbligo sul controllo della veridicità dei contenuti. 

Per farlo chiedono la responsabilizzazione degli attori in gioco. 

Prioritario anche che vengano attivati sui social network dei sistemi di fact checking, sistemi di controllo che prevengano la diffusone delle false notizie, che accertino la veridicità dei fatti, nonché campagne per la sensibilizzazione sull’uso dei social network, soprattutto per le persone più deboli o per i giovanissimi.

Boom della domanda in cerca di news

A prescindere da come sia stato il contenuto, il dato interessante è che vi è stato durante la pandemia un vero e proprio boom di domande di informazione. Tutti a caccia di dettagli e suggerimenti, inevitabile se ci pensiamo, perché tenerci informati è stato doveroso.

Di questi perlustratori dell’informazione, non si può dire però che l’abbiano reputata interessante. 

Il 49,7% di costoro ha ritenuto l’informazione confusa, il 39,5% l’ha definita ansiogena, il 33,7% ne ha evidenziato l’eccesiva ridondanza, e solo il 13,9% l’ha considerata equilibrata.

La ricerca di Ital Communications-Censis "Disinformazione e fake news durante la pandemia: il ruolo delle agenzie di comunicazione" ha dunque posto in evidenza il fatto che è sempre più importante per le agenzie di stampa, per i professionisti del settore, garantire un’informazione libera e veritiera, di qualità delle notizie, oggi ancor di più a fronte di una importante moltiplicazione della domanda del sapere, che mai più che in tempi di pandemia, va soddisfatta, resa consapevole e diffusa correttamente.