Le attività dei mercati finanziari denominati in dollari sembrano aver subito una svolta negativa il 23 marzo. Questo articolo esaminerà gli scenari che possono presentarsi con la fine del dollaro statunitense.

Considerando che si tratta di analisi fatte prematuramente e che si tratta di una crisi economica e finanziaria ancora in evoluzione, è chiaro che sono puramente speculative. Ma una crisi imminente del sistema bancario è – ormai – un fatto dato per certo, dal momento che tutte la più grandi banche del mondo si trovano in una posizione finanziaria ancor più debole di quella in cui si trovavano nel 2008 con la crisi della Lehman Brothers. I mercati statunitensi sembrano non aver riconosciuto questo rischio, dal momento che i rating delle G-SIB [dall’inglese “Global-Systemically Important Banks” o “banche importanti a livello sistemico”, ndt.] nelle altre giurisdizioni riflettono soltanto dei rischi specifici piuttosto che globali in questo stadio.

Un collasso del sistema bancario cambierà le carte in tavola per i mercati finanziari, e di conseguenza dobbiamo preoccuparci del fatto che la FED abbia legato il destino del dollaro a quello delel G-SIB.

Il dollaro potrà perdere completamente il suo valore alla fine di quest’anno, a meno che non venga implementato un reset che somigli a quello del Greenback [i “greenback” erano la valuta che gli Stati Uniti adottarono durante la guerra civile del 1861-1865, ndt.]; una soluzione – questa – che però non è la stessa cosa di un dollaro emesso dalla FED. Purtroppo però, un qualsiasi reset è destinato a fallire a meno che gli Stati Uniti desistano dal finanziarsi mediante l’espansione monetaria, una soluzione che richiede un cambiamento radicale nell’impostazione mentale circa la gestione delle finanze pubbliche; un cambiamento difficile da immaginare durante un anno di elezioni presidenziali.

Introduzione

L’errore più importante compiuto dagli economisti e dagli osservatori dei mercati finanziari è presumere che gli eventi ed i prezzi di oggi siano le proiezioni dei prezzi di domani: tale assunzione è alla base di tutti i modelli economici e finanziari e, nonostante tutte le dimostrazioni empiriche della loro inutilità, sono ancora ritenute valide.

In nessun’altra occasione è possibile vedere il fallimento delle proiezioni lineari di questi modelli come nelle previsioni che attengono al denaro, la linfa vitale del sistema economico. Sebbene sia noto che le valute emesse dagli stati cambino la loro utilità nel corso del tempo, nessuno si aspetta una completa perdita di fiducia nelle stesse o, se lo fanno, tali aspettative si riferiscono ad un ipotetico futuro molto lontano. Ma che succederebbe se tutti questi modelli di previsione fossero sbagliati, tanto nelle premesse quanto nei loro risultati? Cosa accadrebbe se la risposta di breve periodo approntata dagli stati fosse una sempre più rapida svalutazione monetaria? E cosa accadrebbe se questi due eventi avvenissero tutti insieme? E quali sono le conseguenze per una persona comune?

Questo articolo risponde a queste domande, esaminando le condizioni che hanno portato a questo esito. In questa sede, la Storia ci farà da guida non attraverso l’estrapolazione dei dati quanto piuttosto dicendoci che qualsiasi collasso monetario registrato ha coinvolto invariabilmente le valute fiat non coperte da oro e/o argento. Quindi sappiamo che la crisi arriverà – prima o poi. Quello che viene compreso di meno è il fatto che il pattern che queste crisi seguono è sempre lo stesso: un prolungato periodo di declino del potere d’acquisto, seguito da un improvviso collasso della moneta quando i suoi utilizzatori – finalmente – la rigettano e smettono di usarla. In termini di tempo, l’ultima fase non dura che poco più di due mesi.

Una stima del punto di svolta

La mattina di lunedì 23 marzo è stato un momento importante, dal momento che il trade-weighted index [ossia un indice ponderato per il commercio, utilizzato per misurare il valore effettivo di un tasso di cambio rispetto a un paniere di valute ndt.] ha raggiunto il suo massimo. Allo stesso tempo, i prezzi dell’oro, dell’argento e del rame (scesi nelle precedenti settimane) sono tornati a salire sensibilmente. E il petrolio ha seguito questo trend (almeno inizialmente) – si noti che ci è voluto un mese prima che riprendesse il suo trend rialzista – ritardato dalla pausa dei mercati a termine, evento questo che ha brevemente determinato un trend in calo. L'indice S&P 500 è salito il giorno seguente, mettendo fine ad un calo del 30% circa.

Qualcosa è cambiato: i mercati hanno deciso o che la crescita economica sia negli Stati Uniti che nel resto del mondo avrebbe continuato a proseguire nonostante i blocchi e che la domanda crescente di materie prime chiave sarebbe ripresa; oppure, come indicato dal calo del TWI del dollaro, il potere d'acquisto del dollaro sarebbe sceso ed i prezzi delle materie prime avrebbero riflesso una tendenza al ribasso, accelerata dal calo del potere d'acquisto del dollaro.

L'andamento dell'indice S&P 500 dal 23 marzo, alieno da qualsiasi condizione di carattere commerciale, ci fornisce un indizio: il flusso di denaro proveniente dalla FED sta alimentando i prezzi delle azioni. Sta inoltre alimentando i prezzi di tutti gli altri asset finanziari.

L'inversione di tendenza dell’argento è una storia più difficile, mostrata nel grafico come il rapporto tra il prezzo dell’oro e quello dell’argento. L'argento era stato ignorato, classificato esclusivamente come metallo industriale. L'oro è stato visto dalla comunità finanziaria come l'unica copertura metallica contro l'incertezza nel sistema finanziario. Ciò è cambiato il 23 marzo quando il rapporto oro/argento ha raggiunto il picco a 125. Ora sta iniziando a sovraperformare rispetto l'oro, con il rapporto tra i prezzi delle due commodity attualmente sceso a 98. Chissà, forse un giorno potremmo guardare indietro e individuare in questa volta l'inizio di un ritorno al denaro denominato in argento.

Le settimane precedenti avevano visto la FED allentare le maglie della politica monetaria. Il 3 marzo la FED ha abbassato i Fed funds dall’1,5% all’1%. Nell'annuncio di accompagnamento a questa operazione, la FED ha affermato che i fondamenti dell'economia erano forti ma il coronavirus comportava rischi in evoluzione per l'economia.

Il 15 marzo la FED ha nuovamente tagliato il tasso sui fondi, questa volta portandoli a zero, ma la dichiarazione di accompagnamento affermava che il coronavirus aveva danneggiato le comunità e interrotto l'attività economica in molti Paesi, compresi gli Stati Uniti. Su una base di dodici mesi, l'inflazione globale dei prezzi e gli aumenti dei prezzi diversi da quelli alimentari ed energetici erano inferiori al 2%. La FED avrebbe quindi annunciato un rinnovato quantitative easing per un ammontare di almeno $500 miliardi in acquisti di bond del Tesoro USA e $200 miliardi in titoli garantiti da ipoteca. Era "pronta ad utilizzare tutti i suoi strumenti per supportare il flusso di credito a famiglie e imprese e quindi promuovere i suoi massimi obiettivi di occupazione e stabilità dei prezzi".

Quel giorno la FED fece altri due annunci. Il primo che comunicava l’esistenza di accordi dettagliati per incoraggiare l'espansione del credito a supporto sia dei consumatori che delle imprese, compresa la riduzione a zero degli indici di riserva per tutte le banche. Il secondo riguardava la riduzione dei costi nel tracciare le linee di swap in USD presso le altre principali banche centrali. Questi due annunci sono stati seguiti nel corso di una settimana da una serie ulteriore di annunci che hanno facilitano la disponibilità di credito.

Chiaramente la FED si stava impegnando al massimo nel perseguimento di politiche monetarie aggressive. E prendendo in prestito una frase dall'ultimo capo della BCE, la FED aveva segnalato che era pronta a fare tutto ciò che serviva. Ma la risposta nei mercati ha richiesto una settimana per trasformarsi in un punto di flesso, una normale pausa prima che fosse trovata una nuova direzione.

L’inflazione delle banche centrali e le difficoltà di credito delle banche commerciali

Poiché la FED è ad un passo dall'intervenire nell’economia non finanziaria, essa si affida alle banche commerciali per attuare la sua politica monetaria. Ma le banche commerciali agiranno come agenti della FED solo se sono sicure che i premi delle operazioni siano maggiori dei rischi connessi. Se la crisi attuale è semplicemente una questione di contenimento del coronavirus prima che tutto ritorni alla normalità, i banchieri potrebbero essere pronti a fare un tentativo di puntare tutto su un aumento dei prestiti bancari.

Ma col passare del tempo, le perdite aumentano. Le inadempienze commerciali e dei consumatori sono in aumento e le prospettive di una rapida ripresa sembrano retrocedere. Inoltre le crisi di liquidità nel sistema bancario stanno riemergendo, nonostante le massicce iniezioni di QE da parte della FED. Dopo essersi attenuati dai giorni di panico dello scorso settembre, i contratti pronti contro termine overnight sono di nuovo in aumento per un totale compreso tra $20 e $100 miliardi al giorno.

Sembra che sia stato dimenticato il fatto che l'economia globale stesse già affrontando una recessione prima del lockdown. Le guerre commerciali tra America e Cina e l'espansione del credito bancario in atto da un decennio, non sono altro che una ripetizione delle condizioni che portarono al crollo di Wall Street nel 1929, quando fu emanato lo Smoot-Hawley Tariff Act in seguito ai ruggenti anni Venti: allora, come oggi, il credito bancario implose e seguì la depressione degli anni '30. Allo stesso modo, le banche sono ora fortemente indebitate nei loro bilanci e la paura di crediti inesigibili ha preso il sopravvento sull’avidità dei banchieri di concedere prestiti. La compagine bancaria globale è sempre più disperata nel ridurre gli impegni di bilancio, nello stesso momento in cui la FED e le altre banche centrali stanno freneticamente cercando di ampliarli.

Non c'è da meravigliarsi se l'espansione della FED sia rimasta imbottigliata nei mercati finanziari, spingendo ulteriormente gli asset finanziarie in un pericoloso territorio di sopravvalutazione. Di conseguenza, senza che la liquidità fluisca più liberamente nell'economia non finanziaria, i crediti inesigibili possono solo deteriorarsi ulteriormente, facendo sì che il rischio di prestito sia in rapido aumento per le banche commerciali.

Questioni di rischio sistemico ignorate

Quando il coronavirus è diventato per la prima volta un problema economico, c'erano crescenti preoccupazioni per i fallimenti dei pagamenti nelle catene di approvvigionamento. Negli Stati Uniti, questi pagamenti sono effettivamente l'equivalente del Gross Output [il Gross Output è una misurazione dell’attività economica alternativa al PIL, equivalente al Valore Aggiunto più i consumi intermedi e che misura il valore totale delle vendite da parte delle imprese produttrici (il loro fatturato) in un periodo contabile (ad esempio un trimestre o un anno), prima di sottrarre il valore dei beni intermedi esauriti nella produzione; ndt.] che alla fine dello scorso anno era pari a $38.000 miliardi. Mentre consideriamo la produzione lorda come il valore dei prodotti mentre fluiscono attraverso le loro fasi di produzione, i pagamenti scorrono dall'altra parte, lungo le catene. Pertanto la cifra di $38.000 miliardi può essere presa come proxy per la somma di tutti i pagamenti della catena di approvvigionamento negli Stati Uniti, a cui devono essere aggiunti gli equivalenti in dollari dei pagamenti delle catene di approvvigionamento al di fuori degli Stati Uniti per le importazioni semilavorate.

Non tutte le catene di approvvigionamento sono state completamente interrotte, quindi la buona notizia è che le interruzioni dei pagamenti a terra dovrebbero essere significativamente inferiori a $38.000 miliardi, ma potrebbero facilmente essere la metà. È probabile che vi siano ulteriori interruzioni dall'estero, un punto affrontato dalla FED quando ha visto aumentare il numero di banche centrali (ma non la Cina) che hanno acceduto alle sue linee di swap.

I rischi per le banche commerciali non derivano tanto dalle grandi società, che verrebbero sicuramente salvate in caso di difficoltà, ma da debitori di grandezza inferiore. Ciò influisce sulle banche con esposizione a obbligazioni di prestito garantite, che sono prestiti aggregati a società spesso incapaci di raccogliere fondi in altro modo: la versione odierna delle obbligazioni di debito garantite che hanno fatto saltare il sistema bancario nel 2008. Inoltre le banche hanno prestiti diretti e capitale circolante in esposizione sui loro bilanci, dei quali onshore ci sono tutte le imprese nei $38.000 miliardi di catene di approvvigionamento.

La capitalizzazione di mercato delle G-SIB statunitensi è inferiore ai mille miliardi di dollari. Tuttavia i fallimenti nelle catene di approvvigionamento che dovrebbero sostenere sono nell'ordine delle migliaia di miliardi – un multiplo maggiore della loro capitalizzazione di mercato e persino del loro capitale proprio.

Sembra quasi impossibile che il sistema bancario statunitense sopravvivrà all'attuale interruzione delle catene di approvvigionamento senza aiuto da parte della FED. La cattiva notizia aggiuntiva è che i G-SIB statunitensi hanno un rating molto più alto nei mercati azionari rispetto ai loro concorrenti cinesi, giapponesi, di quelli Eurozona, di quelli svizzeri e britannici, come mostrato nella Tabella qui sopra. Ciò indica che un fallimento sistemico dei mercati finanziari denominati in dollari non è previsto, dati i rating di mercato generalmente più elevati offerti ai G-SIB statunitensi rispetto a quelli di altre giurisdizioni. Questo probabilmente spiega perché questo argomento non è ancora un problema significativo per gli investitori operanti nei mercati finanziari denominati in dollari, sebbene i singoli fallimenti bancari siano più un problema in altre giurisdizioni, dove alcuni rapporti di prezzo G-SIB sono inferiori al 30% mentre quelli della media G-SIB negli Stati Uniti sono al 93%.

Il prossimo evento significativo quindi sarà quasi sicuramente il fallimento di un G-SIB, se non in America, altrove. Data la vastità dei problemi nelle catene di approvvigionamento denominate in tutte le valute e l'accumulo di crediti inesigibili attribuibili ai lockdown, tale evento potrebbe accadere nel giro di poche settimane. Le banche in fallimento saranno prese in proprietà pubblica con la FED che appoggerà questo risultato con finanziamenti ancor più inflazionistici. L'impatto sul bilancio della FED, che è già cresciuto a oltre $7.000 miliardi, sarà probabilmente diverse volte la sua dimensione attuale. Ma questo evento, da solo, potrebbe non essere sufficiente per distruggere il dollaro.

Un pericolo più diretto è rappresentato dalle politiche monetarie volte a sostenere i valori degli asset finanziari. In comune con le altre principali banche centrali, la FED ha fatto affidamento su una politica di tassi d'interesse bassissimi per finanziare il disavanzo pubblico. Allo stesso tempo, c'è stata una convinzione di lunga data, in particolare in America, secondo cui l'aumento dei prezzi degli asset finanziari, principalmente azioni, sia stato vitale per generare un effetto ricchezza e quindi mantenere la fiducia del pubblico nelle prospettive economiche. Nei mercati attuali, questa politica di sopravvalutazione è stata portata all'estremo, anche secondo quanto riferito dai teenager che acquistano titoli frazionati attraverso piattaforme di aggregazione, come Robinhood, come se fosse solo l'ennesimo gioco per computer.

L’inevitabile declino del dollaro

In tempi ordinari, l'eccessiva speculazione sui mercati osservata oggi incoraggerebbe la FED ad usare un po’ di cautela nella politica monetaria; ma la FED non può tornare indietro per paura di innescare un crollo catastrofico. Di conseguenza, il futuro del dollaro è diventato saldamente legato a quello della fiducia nei mercati finanziari.

Con un disavanzo di bilancio in rapida ascesa, il governo degli Stati Uniti ha un fabbisogno finanziario crescente, il cui costo assorbe già $400 miliardi di spese per interessi ogni anno. L'amministrazione Trump aveva aumentato il proprio deficit per raggiungere livelli record nei periodi favorevoli in cui il gettito fiscale era sostenuto. E ora che la crisi è arrivata, tassi d'interesse più elevati esporranno il governo degli Stati Uniti ad una trappola del debito. Questa è un'arma che la FED non può usare.

Come notato sopra, il prossimo shock di mercato sarà probabilmente un fallimento sistemico nel sistema bancario. Non importa dove si verifichi, ma quando succederà lascerà i depositanti bancari senza alcuna difesa. Non solo ritireranno fondi dalle banche che ritengono essere a rischio, aumentando così i problemi di quest'ultume, ma ridurranno anche l'esposizione valutaria transfrontaliera. Il dollaro è il più esposto di tutte le valute a quest'ultimo rischio: in base alle ultime cifre note, gli stranieri possedevano circa $25.000 miliardi in titoli, depositi a breve termine e depositi bancari, mentre gli americani ne detenevano circa la metà che investivano principalmente in impianti di produzione illiquidi all'estero, un'esposizione limitata del portafoglio ai titoli quotati e con pochissima esposizione liquida in valuta estera.

Nel nostro grafico principale abbiamo notato che il punto di svolta del dollaro è stato il 23 marzo. A marzo i dati TIC statunitensi hanno mostrato che gli stranieri hanno ridotto la loro esposizione in dollari di $227,9 miliardi, compensata solo dalle vendite nette di titoli esteri di $133,3 miliardi da parte dei residenti negli Stati Uniti. Ecco le prove che in tempi difficili il denaro si dirige verso casa. Inoltre lo scorso marzo ha visto anche un deficit commerciale di $44,4 miliardi, suggerendo che le vendite complessive di dollari legate agli stranieri sono ammontate a $177,7 miliardi. Questa è solo una parte di un quadro più ampio della situazione del dollaro, ma sembra che gli stranieri stessero riducendo la loro esposizione ai dollari nel momento in cui il TWI del biglietto verde ha raggiunto il picco il 23 marzo.

Questo è importante, perché ci sono due fattori di mercato che hanno sempre portato ad un crollo di una valuta fiat. Il primo è la vendita da parte di stranieri, che sembra essere iniziata, e sotto questo aspetto il dollaro è particolarmente esposto. Con circa $25.000 miliardi investiti in titoli statunitensi la probabilità di una  potenziale distruzione del potere d'acquisto del dollaro da questa fonte è significativa. Man mano che il commercio globale si restringe ulteriormente, non solo gli stranieri saranno spinti dalla necessità di ridistribuire i dollari nelle loro valute di origine, ma smetteranno di finanziare il governo degli Stati Uniti, scegliendo di vendere le loro disponibilità del Tesoro USA, un processo che è già iniziato. Se la FED deve finanziare con successo il crescente deficit di bilancio, deve assorbire le vendite estere dei titoli del Tesoro USA e mantenere livelli sufficienti di QE per finanziare un deficit di bilancio in rapido aumento.

Possono solo essere immaginate le conseguenze di un fallimento sistemico. L'incantesimo lanciato sugli asset finanziari verrà spezzato. In primo luogo, è probabile che investitori e speculatori rivolgano la propria attenzione alle azioni, essendo ovviamente gli asset finanziari più sopravvalutati in un momento di intensificazione della crisi. Gli investitori stranieri si accoderanno, svendendo la loro esposizione in portafoglio, rimpatriando alcuni, se non tutti i proventi, vendendo anche dollari. Successivamente, con un calo del dollaro e una crescente sensibilità all'aspetto politico della crisi, gli attori di mercato rivaluteranno le esigenze di finanziamento del governo degli Stati Uniti e metteranno in discussione la politica di soppressione dei rendimenti della FED. La vendita del dollaro sembra destinata ad intensificarsi.

Sarà quindi ovvio per tutti che la FED sta sacrificando il dollaro per finanziare lo Zio Sam, far funzionare il sistema bancario e sostenere l'economia cercando di fornire liquidità per contrastare i fallimenti nelle catene di approvvigionamento. Non sarà più in grado di sostenere i prezzi degli asset finanziari, la manifestazione visibile di una politica monetaria presumibilmente di successo. Sarebbe un miracolo se questo fallimento, in un anno elettorale, non porti ad una vera e propria crisi finanziaria e valutaria.

A meno che la FED non faccia salire i tassi d'interesse al punto in cui è troppo costoso per gli speculatori andare short sul dollaro (cosa che possiamo escludere), la crisi entrerà nella seconda fase del suo crollo, guidata da residenti statunitensi che si rendono conto che il dollaro sta perdendo potere d'acquisto. Il potere d'acquisto di qualsiasi denaro dipende dall'equilibrio tra offerta e beni scandito dagli attori di mercato. Se rifiutano collettivamente il denaro a favore dei beni, il potere d'acquisto del denaro diminuisce, potenzialmente a zero. Dopo la vendita estera, questa è la seconda fase della distruzione di una valuta fiat, che negli esempi passati ha impiegato circa sei mesi per esplicitarsi.

Ci sono tre fattori che potrebbero abbreviare ulteriormente il corso degli eventi: la sostituzione di contanti e assegni con pagamenti digitali, comunicazioni moderne che portano alla rapida diffusione di informazioni e, come conseguenza dello sviluppo delle criptovalute, una più ampia conoscenza pubblica delle debolezze delle valute fiat.

Come le valute fiat sopravvivranno dopo il 2020

Le prove circostanziali che il dollaro crollerà prima della fine dell'anno stanno crescendo. Cassandra aprì lo scrigno, i mali fuggirono e solo la speranza rimase intrappolata.

O almeno così sembra. Non possiamo prevedere il futuro, possiamo solo analizzare le prove, essere consapevoli degli errori comuni ed evitare la tentazione di prevedere il futuro sulla base dei dati del passato. Sebbene il nostro metodo possa essere migliore delle previsioni macroeconomiche amate dall’establishment, un risultato previsto non è mai realtà. Ed è possibile che il Ministero del Tesoro degli Stati Uniti possa tentare un reset, magari usando dollari del Tesoro USA, altrimenti noti come greenback, che sono stati emessi l'ultima volta nel 1971. Ma senza tagli nel welfare state americano, pareggio di bilancio e diminuzione del debito denominato in dollari della FED, questo tipo di stratagemma non è convincente. Inoltre il ruolo di riserva mondiale del dollaro dovrebbe essere abbandonato a causa dell'inflazione monetaria implicata nel Dilemma di Triffin. E anche le altre valute legate al dollaro affronteranno il proprio collasso.

La storia ha dimostrato che l'introduzione di una valuta sostitutiva per una che è crollata è una strategia fallimentare, a meno che non venga abbandonato il finanziamento pubblico tramite l'espansione monetaria. Solo il tempo ci dirà se in un anno elettorale il governo degli Stati Uniti raccoglierà la sfida di un nuovo sistema per il dollaro.

Il Ministero del Tesoro USA afferma di avere ancora oltre 8.000 tonnellate d'oro. Se è disposto a rinunciare alla sua economia neo-keynesiana e alla sua negazione di lunga data della funzione monetaria dell'oro, l'America potrebbe reintrodurre la convertibilità in oro per i biglietti verdi. Questa sarebbe probabilmente l'ultima risorsa: rinunciare alla FED ed ai dollari da questa emessi è una decisione che comporta l'abbandono del welfare state e gli obiettivi geopolitici di lunga data dell'America; altresì un colpo pesante per la Cina, poiché fallirebbe nell'ottenere un potenziale vantaggio sostituendo il dollaro con una sua convertibilità in oro.

La Cina ha deliberatamente messo alle strette il mercato dei lingotti d'oro con piani che risalgono al tempo di Deng. Quasi certamente, in seguito all'introduzione del suo Regolamento sul controllo dell'oro e dell'argento (1983), lo stato cinese ha accumulato oro sufficiente per i suoi scopi strategici quando ha permesso ai suoi cittadini di acquistarlo con l'apertura dello Shanghai Gold Exchange avvenuta nel 2002. L'oro acquisito dallo stato in quel momento non è stato dichiarato come oro monetario e la sua quantità è sconosciuta, ma dopo aver esaminato i flussi di investimenti interni al netto dei deficit commerciali negli anni '80 e le crescenti eccedenze delle esportazioni, un'allocazione del 10% dei suoi gaudagni sulle valute estere suggerisce una posizione di circa 20.000 tonnellate di lingotti accumulata sin dal 2002.

Non c'è modo di stabilire i fatti, e quindi le ipotesi sulla proprietà dei lingotti da parte dello stato cinese sono necessariamente speculative. Ma ci sono ulteriori prove convincenti:

La Cina è ora di gran lunga la più grande nazione mineraria d'oro, estraendo circa 4.200 tonnellate sin dal 2010, più di qualsiasi altra nazione. Questo è stato favorito dalla politica del governo cinese.

Lo stato controlla tutte le raffinerie cinesi di oro e argento, prendendo oro dall'estero per aggiungere azioni cinesi. Allo stesso tempo, praticamente nessun chilo d'oro cinese raffinato è autorizzato a lasciare il Paese.

Nel 2002, quando lo Shanghai Gold Exchange fu istituito dalla Banca popolare cinese, il governo cinese incoraggiò i suoi cittadini ad acquistare oro fisico, pubblicizzando persino le sue attrazioni sui media statali. Dal solo 2010, lo SGE ha consegnato al pubblico 17.200 tonnellate d’oro. Queste cifre sono state ottenute importando lingotti dall'Occidente in quantità enormi.

Anche gli alleati della Cina in Asia, principalmente membri dell'Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, hanno acquisito oro. La Russia è stata particolarmente aggressiva nell’abbandonare i dollari per adottare l'oro.

La Cina ora domina i mercati dell'oro fisico e si può dire che li controlla.

Alla luce di tutti questi fatti verificabili, sembra improbabile che uno stato che pianifichi a livello centrale non avrebbe acquisito per proprio uso notevoli quantità di lingotti prima dell'istituzione dello SGE. L'America lo sa e continua a negare all'oro un ruolo monetario. Se la politica anti-oro dell'America cambiasse, limiterebbe la circolazione del dollaro all'estero. Contrassegnerebbe la fine dell'egemonia del dollaro e uno yuan sostenuto dall'oro diventerebbe la valuta estera preferita in Asia, Europa orientale, Medio Oriente e Africa.

Conclusioni e conseguenze

Una crisi bancaria nei prossimi mesi è un evento sempre più probabile, data l'entità della perturbazione nelle catene di approvvigionamento. L'escalation dei fallimenti e dei crediti deteriorati in tutto il mondo quasi sicuramente abbatterà il sistema bancario. Sarà uno spartiacque, un campanello d'allarme per tutti coloro che si aspettano un ritorno alla normalità dopo la fine del coronavirus.

Per il momento, le banche centrali stanno stampando soldi per mettere una toppa al problema; soldi – questi – che rimangono bloccati nel circuito finanziario e che non sono trasmessi all'economia non finanziaria da banche già eccessivamente indebitate ed esposte a mutuatari inadempienti.

Possiamo essere certi che i banchieri centrali ed i dipartimenti del Tesoro governativi stiano solo ora comprendendo l'enormità di questi problemi, ma si stanno ancora comportando come se stampare soldi per arginarli fosse una soluzione praticabile. Ma così facendo distruggeranno solo le loro valute fiat non coperte da metalli preziosi; e questa distruzione, a partire dal dollaro, è già in corso. Mentre potrebbero esserci tentativi di reset del denaro fiat, senza chiari impegni da parte delle banche centrali e dei dipartimenti del Tesoro per porre fine al finanziamento inflazionistico, qualsiasi ristrutturazione ritarderà la distruzione della valuta solo di pochi mesi.

Le conseguenze di un simile esito sono sempre devastanti, tanto più perché tutte le principali banche centrali sono impegnate nelle stesse politiche inflazionistiche. Le conseguenze politiche da affrontare non possono essere gestite altrimenti.

Ad un certo punto, si spera prima che poi, il denaro metallico riacquisterà la sua dignità e ritornerà in circolazione. E quando i prezzi sono fissati in oro o argento, forse attraverso sostituti pienamente coperti, porteranno alla fine la stabilità alle valute fiat. Tutta questa distruzione è misurata in termini attuali, riscontrabile dalle statistiche raccolte dalla Banca dei Regolamenti Internazionali.

Addio al debito mondiale denominato in valuta fiat pari a circa $250.000-$300.000 miliardi. Addio ai derivati OTC pari ad ulteriori $560.000 miliardi. Verranno spazzati via dalla quotazione i derivati, altri $33.000 miliardi. Andranno in frantumi i contratti d’opzione, ulteriori $65.000 miliardi. Tutti questi, per un totale di oltre $900.000 miliardi, sono solo una parte della distruzione.

I depositi globali detenuti come saldi bancari per un totale di $60.000 miliardi evaporeranno. I mercati azionari mondiali denominati in valuta fiat sono ulteriori $70.000 miliardi; tutto ciò che non passa dai prezzi fiat scomparirà, inclusa la maggior parte, se non tutti gli ETF. Dobbiamo dire addio agli hedge fund, ai centri finanziari offshore, come anche ai centri finanziari onshore. Addio a $100.000 miliardi di denaro fiat.

La vita sarà molto diversa e coloro che non sono preparati per essa, principalmente mantenendo un deposito di denaro sano non fiat (denaro che può essere rappresentato solo dall’oro e dall’argento fisici fino a quando non sorgeranno sostituti credibili), dovranno affrontare l'impoverimento. Misurato in denaro reale, il valore degli asset fisici non finanziari crollerà a causa della preponderanza di venditori disperati per i quali la sopravvivenza è più importante, anche se i loro prezzi denominati in valuta fiat saliranno. L'esperienza dei crolli inflazionistici in Germania e Austria nei primi anni '20 ha mostrato la strada che verrà percorsa,  un periodo – quello – in cui le tenute di campagna venivano vendute per quasi nulla in termini di dollari coperti dall'oro e in cui con 100 dollari si poteva comprare un palazzo a Berlino.

Non è previsto nulla di tutto ciò. Potrebbe non accadere, ma le probabilità che ciò accada sembrano essere aumentate significativamente dal 23 marzo.

Di Alasdair Macleod

Traduzione per Francesco Simoncelli's Freedonia a cura di Giordano Felici