A partire dal mese di novembre parte lo sblocco dei licenziamenti, ma su ammortizzatori sociali, politiche attive e definizione del post Quota 100 siamo ancora in alto mare. 

Dunque ancora aperta la partita che è tutta da giocare sul fronte lavoro, che non solo manca ma che fa fatica per quel poco che c’è e, nello stesso tempo, sta cambiando. 

Il Governo Draghi dovrà affrontare ancora molte sfide e dovrà farlo in tempi brevi perchè la legge di bilancio è alle porte e bisogna rispettare le tempistiche del Recovery Plan.

E’ vero che si è registrato un rimbalzo del Pil ed un netto miglioramento dell’economia italiana trascinando di conseguenza anche l’occupazione ma è solo un miglioramento apparente visto che circa il 90% dei contratti attivati ( precisamente 832 mila ) sono a termine. Una percentuale nettamente superiore rispetto al 2020 e anche al 2019, come conferma Bankitalia. 

Le crisi aziendali sono in aumento e il reddito di cittadinanza non è più sufficiente, le politiche attive stancano a partire e l’età pensionabile aumenta. A tutto questo si aggiunge lo sblocco dei licenziamenti per novembre. 

Governo Draghi: lo sblocco dei licenziamenti a novembre

Sta per concludersi il periodo di blocco dei licenziamenti, infatti a partire dall’ultimo giorno di ottobre termina lo stop al divieto di licenziamento, un cambiamento  che investirà le imprese medio grandi del settore tessile, abbigliamento, pelletteria e calzature ma anche le piccole. 

Per le grandi imprese il divieto era stato già rimosso a luglio ma senza registrare grandi cambiamenti rispetto al 2019, infatti ci sono stati dieci mila licenziamenti a luglio. 

Va ricordato che a partire dai primi di ottobre per molte di queste aziende si chiuderà il discorso Cig Covid e se consideriamo che (tessile a parte) queste aziende non hanno ammortizzatori, la situazione non si prospetta delle più rosee. 

Governo Draghi: il problema degli ammortizzatori sociali

Alla luce di quanto appena detto, diventa sempre più urente introdurre l’ammortizzatore universale che va a coprire tutti i lavoratori e tutte le aziende. 

Il vero problema è il nodo dei costi. Infatti il dibattito tra le parti sociali ha subito uno stop sul chi paga: mentre le grandi aziende vorrebbero l’estensione degli oneri alle piccole imprese, il Ministro Orlando vorrebbe aiutarle. Invece il Ministro Franco preme per non creare un aggravio di costi sulle casse dello Stato

Di questo argomento se ne riparlerà in occasione delle legge di bilancio che entrerà in vigore a partire dal primo gennaio 2022. Per il momento si profilano due ipotesi:

  • ulteriore blocco dei licenziamenti;
  • maggiore Cig Covid.

Governo Draghi: sulle politiche attive tutto tace

Del decreto sulla Garanzia per l'occupabilità dei lavoratori (progetto Gol) non c’è nessuna notizia. Eppure i finanziamenti ci sono ( i famosi cinque miliardi del Recovery plan), anche il piano c’è, ciò che manca è l’accordo con le Regioni.

Sicuramente il decreto interministeriale  presto o tardi arriverà, quello che invece stenta ad arrivare è un piano che riguardi l’intero territorio volto alla formazione di chi è senza lavoro. Altro punto oscuro è come si collega Gol con il reddito cittadinanza e la cassa integrazione. 

Governo Draghi: il reddito di cittadinanza, un sussidio da cambiare

Abbiamo già avuto modo di affrontare in un precedente articolo ( vedi “Reddito di cittadinanza: così necessario ma troppi squilibri”) il tema del reddito di cittadinanza, uno strumento indispensabile per tutti coloro che versano in condizioni di reale povertà ma che va cambiato su diversi aspetti per renderlo più efficace e non solo una forma di sussidio. 

Il reddito di cittadinanza infatti andrebbe tolto a chi lo percepisce illecitamente, intensificando i controlli incrociati con l’anagrafe nazionale. Inoltre andrebbero riparametrati i criteri di assegnazione di questa misura prendendo in considerazione numero dei componenti il nucleo familiare e luogo in cui si vive perchè cambia il costo della vita. 

Al fine di incentivare le aziende ad assumere i percettori di Rdc bisognerebbe introdurre incentivi per le aziende più semplici e vantaggiosi rispetto a quelli attualmente previsti. 

A ciò si aggiunge che il reddito di cittadinanza incentiva il lavoro nero non essendo previsto il cumulo tra stipendio e sussidio, quindi in molto preferiscono lavorare in nero per conservare entrambe le entrate.

Governo Draghi e pensioni: l'annosa gestione del post Quota 100 

La domanda che sembra non avere ancora una risposta è come andremo in pensione nel 2022? Questa è la domanda dalle cento pistole. Quella che si prospetta è una battaglia insidiosa su molti aspetti e che vede i partiti su posizioni diverse

  • la Lega che spinge per la proroga di un anno di Quota 100 ma rivista o per la creazione di un Fondo con requisiti simili per le uscite anticipate;
  • il Partito democratico opta per l'Ape sociale allargata e Opzione donna. 

La base di partenza della strategia del Pd sulle pensioni è rappresentata dalla proposta di legge a firma Serracchiani e Cantone (e sottoscritta da Mura). Tra gli obiettivi

  • ampliamento dell’Ape sociale a nuove categorie di lavori gravosi; 
  • dare continuità nel tempo all’Opzione donna
  • età pensionabile per le donne più bassa;
  • pensione di garanzia per i giovani.

Fi e FDI propendono per la pensione con soglia a 62 anni di età e 35 di contribuzione. Tra le proposte al vaglio in commissione manca un testo a firma M5S, che comunque punta a flessibilità in uscita per evitare il ritorno integrale alla “Fornero” e alla separazione della previdenza dall’assistenza.

Una di quelle targate Fi prevede una soglia minima a 62anni e 35 di contributi con penalizzazioni decrescenti sotto i 66 anni (bonus sopra). Simile la strada suggerita da Fdi.

Da una parte il governo proverà ad inserire, nella legge di bilancio attesa per metà ottobre, un pacchetto di misure post Quota 100. Dall’altra parte le Camere stanno provando a recuperare il tempo perduto e cercare di dire la loro facendo proposte e cercando di alimentare il dibattito.

L’obiettivo comune è cercare di elaborare un testo che possa andare bene a tutti, spianando così la strada verso forme più flessibili di uscita dal mondo del lavoro, evitando così lo spauracchio di un ritorno alla legge Fornero, premendo su alcune modifiche alle nuove misure previste per le pensioni, che per altro il governo deve ancora scrivere. 

Canto suo il Parlamento, a soli tre mesi dalla sperimentazione di Quota 100, sta in ogni modo provando a recuperare il tempo perduto per guadagnarsi una sorta di ruolo da protagonista sul tema previdenziale.

Governo Draghi: sulle delocalizzazioni tutto fermo

Per delocalizzazioni si intende lo spostamento dei siti produttivi verso altri paesi dove la manodopera costa meno e le norme sulle tutele sociali sono più deboli. 

Prendendo spunto dai recenti casi di multinazionali che hanno licenziato per trasferire la produzione in altri paesi,  il ministro Orlando e la viceministra dello Sviluppo Todde questa estate hanno preparato  un decreto  che si  ispira alla norma francese, la c.d. “legge Florange”. Decreto che si è arenato a seguito delle critiche di Confindustria che lo h a definito punitivo e anti-imprese. 

Dunque un fallimento preannunciato, visto che c’erano stati altri tentativi falliti con la legge di Stabilità per il 2014 e con il decreto Dignità del 2018.

In cosa consiste il decreto delocalizzazioni? In pratica prevede le imprese con più di 100 dipendenti devono dare un preavviso di sei mesi prima di procedere alla chiusura della sede e prima dell’avvio dei licenziamenti, inoltre sono tenute a presentare un piano di mitigazione delle ricadute occupazionali e un percorso di reindustrializzazione di almeno 3 mesi per cercare un potenziale acquirente.

Sono previste sanzioni ( che corrispondono al 2% del fatturato) per chi chiude prima che siano decorsi 3 anni dall’utilizzo da parte dell’impresa dei fondi pubblici. 

In realtà se non interviene Bruxelles, i principi della libertà di impresa e della libertà di stabilimento all’interno dell’Unione europea non possono che rendere illusori i tentativi unilaterali di contrastare la concorrenza di Stati maggiormente attraenti sotto il profilo sia fiscale che salariale

Governo Draghi: smart working e rifinanziamento quarantene

Il tema dello smartworking è sicuramente tra i più caldi e dibattuti negli ultimi mesi.  Fino ad oggi il lavoro da casa è stato regolamentato in assoluta emergenza, quindi è anche improprio parlare di vere e proprie regole, urge quindi fare una stima della situazione e capire quali impatti ha avuto per il mondo del lavoro.

Come ha sottolineato il ministro Orlando entro l'anno dovrebbe arrivare una legge per regolamentare il lavoro da remoto anche nel settore privato.

Dunque anche nel settore privato al fine di evitare squilibri dettati da posizioni dominanti ci sia il supporto dei sindacati in modo da affrontare il futuro del lavoro nei limiti delle leggi e delle previsioni collettive.

Quindi i mesi che seguiranno saranno risolutivi. Infatti i datori di lavoro dovranno adoperarsi per organizzare gli opportuni controlli sui singoli lavoratori.  Inoltre dovranno accordarsi con i singoli lavoratori per gli obiettivi da raggiungere . 

I sindacati dovranno affrontare tutta una serie di sfide non facili da risolvere, ovvero:

  • contribuire alla regolamentazione dello smart working tenendo conto delle diverse categorie imprenditoriali. Dunque si dovrà creare una nuova disciplina pere questa nuova forma di lavoro che non sarà più limitata a pochi lavoratori, anzi si prevede rappresentino la maggioranza. Il lavoro maggiore riguarderà la disciplina che dovrà regolamentare controlli a distanza, il diritto alla disconnessione, orari e rendimenti;
  • l’annosa questione relativa all’utilizzo di strumento e dispositivi di proprietà del lavoratore e i relativi controlli;
  • la necessità di sostituire i lavoratori sospesi (quando non muniti di green pass) e i loro diritti e molto altro in un’ottica di efficienza anche per la realizzazione al meglio degli obiettivi del PNRR.

Intanto il governo fa fatica a prevedere il rifinanziamento delle quarantene per i lavoratori che vengono a contatto con un positivo al covid: nel 2020 c'erano 663 milioni, nel 2021 zero.