Non è vero che il sistema contributivo consenta un’incondizionata flessibilità in uscita. Infatti, l’obsolescenza dei coefficienti comporta “doni” tanto più generosi quanto minore è l’età al pensionamento. Perciò la pensione d’anzianità deve essere neutralizzata.

Le ipotesi assunte

È luogo comune che il “sistema contributivo”, al quale l’Italia sta approdando dopo un’incubazione di decenni, consenta tutta la “flessibilità in uscita” che si vuole perché chi anticipa il pensionamento lo fa “a sue spese”, cioè pagando il prezzo della pensione tagliata da un coefficiente di trasformazione e un montante contributivo più bassi. Non è così per tante ragioni, compresa quella che il sistema non deve produrre poveri la cui assistenza ricadrebbe sulla fiscalità generale. Tuttavia, la ragione più importante è un’altra.

Per spiegarla senza inutili complicazioni formali, conviene definire il tasso di sopravvivenza a un’età x come la percentuale y (ad esempio il 95 per cento) di coloro che, essendo sopravvissuti fino a compiere x+1 anni l’anno prima, sopravvivono ulteriormente fino a compierne  nell’anno della rilevazione. A maggior ragione, la differenza 100-y (il 5 per cento nell’esempio) è la percentuale di coloro che decedono fra un compleanno e l’altro. Conviene altresì assumere che la pensione non sia reversibile e che il coefficiente di trasformazione sia il reciproco della vita residua del pensionato diretto (per esempio, valga 1/10 se la vita residua è di 10 anni). Moltiplicandolo per il montante dei contributi versati, si ottiene la rata annua di pensione che garantisce la “corrispettività”, cioè la restituzione integrale dei contributi stessi da cui dipendono l’equità e la sostenibilità del sistema.