Finora l’attuale situazione economica, così come la risposta degli stati alla stessa, assomiglia in tutto e per tutto a quella della depressione degli Anni Trenta: quello che deve ancora arrivare è il crollo del valore degli asset finanziari e una crisi del sistema bancario.

Quando le dimensioni della crisi del sistema bancario sarà nota, si conoscerà in modo più esplicito la dimensione delle politiche inflazionistiche che sono state alla base della stessa. Ma nel gioco politico dietro a tutto ciò, il presidente Donald Trump si trova nel ruolo del presidente Hoover e di conseguenza il suo avversario, Joe Biden, inizierà a fare proposte politiche dal contenuto simile alle ultime politiche di Roosevelt. In Gran Bretagna Boris Johnson ha già parlato di un nuovo “New Deal” e nei suoi “Cento Giorni” il suo Cancelliere dello Scacchiere si sta impegnando per fornirglielo.

Negli Anni Trenta ci fu una deflazione dei prezzi, frenata solo dalla svalutazione del dollaro a partire dal 1934. Questa volta l’inflazione dell’offerta di moneta non conosce limite alcuno e la distruzione di ricchezza inevitabilmente connessa con questo fenomeno costituirà un fardello ulteriore (rispetto a quanto accadde novant’anni fa) alla già grave situazione economica presente.

Introduzione

Boris Johnson ha di recente paragonato il suo piano di ricostruzione post-COVID con quello di Roosevelt. Il “New Deal” ha una carica retorica tale che persino un libertario come Boris Johnson non può astenersi dal nominare. In effetti, al netto del fatto che abbia usato tale espressione a puri fini retorici, Johnson sembra non conoscere le condizioni pregresse che condussero l’economia in questa fase di depressione.

Se così fosse non sarebbe poi una situazione tanto anormale, anche per un politico di stampo libertario. Franklin Delano Roosevelt è immensamente popolare tra la cerchia di inflazionisti che – da molti anni – sono i principali scrittori di fatti economici dell’era moderna. Ciononostante il presidente Roosevelt non detiene il record per essere stato il primo a pensare di “dover fare qualcosa” – record, questo, detenuto dal presidente Hoover. Tuttavia la storia che viene insegnata è che FDR sia l’eroe che si sbarazzò del suo predecessore “senza cuore”, il quale non era intervenuto nell’economia e che si rifiutò di salvarla da una catastrofe “innescata dal libero mercato” a causa del suo atteggiamento passivo nei confronti della crisi. Non c’è niente di più lontano dalla realtà: Hoover era un presidente votato alla filosofia economica dell’interventismo, essendo stato Calvin Coolidge (il suo predecessore) l’ultimo presidente a credere nelle virtù di una economia di libero mercato.

Pochi anni fa una trasmissione della BBC elencava trionfalmente le virtù del “New Deal” rooseveltiano: Stephanie Flanders, all’epoca corrispondente economico della BBC, portò avanti ancora una volta il mito di un presidente Hoover non interventista e di un Roosevelt che, al contrario, possedeva la giusta ricetta macroeconomica. In un fotogramma girato nientemeno che alla Diga di Hoover, mostrò come quello rappresentasse un fulgido esempio di uno stimolo fiscale di successo realizzato da FDR. Sebbene non completata fino al 1936, la costruzione della stessa cominciò nel 1931 quale progetto voluto dal presidente eponimo Hoover, il quale – quindi – perseguì il medesimo programma di politiche interventiste ben prima di Roosevelt. Quella diga non fu mai nei progetti di Roosevelt, e l’indizio di ciò si trova nel nome della diga stessa. Le ricerche condotte dalla Flanders e dalla BBC sono state o faziose, o insufficienti o – alternativamente – cieche; forse è più probabile che siano state un misto delle tre cose.

Il mito che si è riuscito ad instillare persino nella mente di Johnson è dirompente a tal punto che riesce a far credere perfino a persone intelligenti che la Terra sia piatta. La storiella che vuol far passare Roosevelt come il “salvatore” dell’economia è una base fondamentale per l’ideologia interventista dei giorni nostri; potremmo dire che la stessa esistenza di questo mito è la base per la promozione di programmi di welfare all’elettorato. Quello che si configura come un cieco ottimismo dei giorni nostri nei confronti del ruolo salvifico di Roosevelt è la teologia dominante dei tempi moderni; ma il modo in cui il mondo viene visto dai teologi non può cambiare la realtà dei fatti, e citare Roosevelt ed il suo programma di stimoli fiscali quale modello per la conduzione della politica economica del mondo di oggi equivale a ripetere gli errori che hanno portato alla più lunga depressione che si sia mai verificata nel corso della storia economica degli Stati Uniti.

Se si volessero riassumere in poche parole le ragioni del fallimento delle politiche interventiste statali, si dovrebbe dire che esse sono tali perché colui (lo stato) che le mette in pratica è incapace di cogliere e capire i cambiamenti connessi al sistema di mercato. In tale sistema, infatti, i cambiamenti sono all’ordine del giorno: singole attività così come interi settori industriali nascono, si evolvono e scompaiono in un processo di selezione naturale al cui vertice vi è il consumatore. La risposta statale nei confronti delle crisi è sempre mirata a ricondurre l’economia ad uno stato di “normalità”, inteso come uno “stato” rigido in cui una data economia si trova prima di una crisi. Per fare ciò, lo stato protegge le attività economiche ed i posti di lavoro di ieri; il risultato – quindi – è quello di privare il mercato della sua capacità dinamica (al centro del processo di mercato stesso) di allocare in modo corretto e dinamico le risorse richieste secondo le modalità decise dal consumatore. Ed è esattamente questo il motivo per cui la Grande Depressione è durata fino all’inizio della Seconda Guerra Mondiale.

Il “dietro le quinte” della depressione

Prima dell’avvento di Hoover, ogni presidente statunitense riteneva che se l’economia fosse stata lasciata a sé stessa, il sistema di mercato avrebbe provveduto a riaggiustarsi da sé. La depressione postbellica dei primi anni Venti venne affrontata esattamente con questa filosofia, dal momento che venne lasciato che essa facesse il suo corso: durò appena diciotto mesi e fu il preludio a quello che fu un periodo di rivoluzione tecnologica foriero di un’enorme quantità di benefici in termini di qualità della vita per tutti gli americani. Dopo la morte del presidente Harding nel 1923, venne eletto presidente Calvin Coolidge che, sebbene convinto sostenitore del laissez-faire, era di fatto completamente ignorante (nel senso più stretto della parola) delle politiche monetarie portate avanti dal chairman della neonata Federal Reserve, Benjamin Strong, più anziano di Coolidge di una decina d’anni. La politica monetaria della FED è stata la causa di un boom inflazionistico che si concluse con il crollo del mercato azionario nel 1929.

Nel 1927 Coolidge annunciò che non si sarebbe ricandidato per assumere l’incarico una seconda volta e – di conseguenza – Herbert Hoover venne eletto presidente nel 1928, circa un anno prima del crollo del mercato azionario.

Alimentata da un orientamento liberista, ma allo stesso tempo “drogata” dallo stimolo inflazionistico della FED basato sul credito non coperto, per usare un epiteto molto in voga tra gli storici, l’economia dell’epoca stava “ruggendo”. Oggi possiamo fare dei paragoni con i giorni nostri. Boris Johnson è diventato primo ministro esattamente dopo un periodo di crescita spinta dall’inflazione; ma l’aspetto più importante è l’affinità politica con il presidente Trump, le cui politiche economiche interventiste sono pericolosamente vicine a quelle di Hoover quando questi era Segretario del Commercio durante l’amministrazione Harding. Hoover rimpatriò dei migranti e Trump ha costruito un muro, entrambi con l’idea che ciò sarebbe servito a salvaguardare i posti di lavoro nazionali; e, come Hoover, Trump fa leva sui dazi doganali per proteggere i contadini e le imprese da quella che ritiene essere una competizione “sleale”.

La pericolosa combinazione di una massiccia espansione del credito realizzatasi negli Anni Venti e la promulgazione, nell’ottobre del 1929 – lo stesso mese del crollo di Wall Street – dello “Smooth-Hawley Tariff Act”, può servire come utile framework per decodificare la situazione in cui versa il sistema economico statunitense dei giorni nostri. Al di là di alcune differenze di tempistica, quello che differenzia i due eventi concerne la tipologia di moneta corrente: prima dell’aprile 1933 il dollaro era liberamente convertibile in oro al tasso di cambio di $20,67 l’oncia; oggi il dollaro è totalmente scoperto e quindi se negli anni Trenta i prezzi erano relativamente stabili, oggi la loro tendenza è al rialzo.

Con l’approvazione dello Smooth-Hawley Tariff Act, esattamente nel punto di inversione del ciclo del credito, il Congresso fece sì che le previsioni economiche peggiorassero sensibilmente, facendo quindi sì che i banchieri chiedessero indietro i pagamenti dei prestiti contratti con loro. Con ciò l’economia cominciò a contrarsi e il lato interventista di Hoover prese il sopravvento. Per citare le sue memorie: “[...] la prima domanda che si sollevò immediatamente era quella concernente l’opportunità e la correttezza di un intervento del Presidente e del governo federale teso ad indagare le cause ed implementare un rimedio ai mali economici che affliggevano il Paese [...]. Nessun Presidente prima di allora aveva mai creduto che ci fosse spazio per una qualche azione governativa in tali casi. Indipendentemente dall’esperienza accumulata nelle precedenti occasioni, i presidenti avevano fermamente sostenuto che il governo federale era separato da tali crisi [...] pertanto aprimmo le sperimentazioni in un nuovo campo”.

Hoover convocò una serie di incontri alla Casa Bianca con i pezzi grossi dell’industria e del mondo finanziario per persuaderli ad investire e a mantenere invariati i salari monetari allo scopo di mantenere alta la spesa in consumi. Come i keynesiani d’oggigiorno, Hoover credeva che la linfa vitale dell’economia fosse la spesa in consumi, non capendo la connessione di questa attività con quella della produzione, attività – quest'ultima – che concettualmente e temporalmente è preliminare dal momento che consente di realizzare i prodotti senza i quali non potrebbe esserci consumo alcuno. La visione hooveriana di mantenere invariati i salari si riflette in quella moderna secondo cui andrebbero garantiti dei saggi salariali minimi, che sebbene innocui a livello superficiale mostrano in realtà come certe attività possano essere antieconomiche.

Come nel caso dell’economia moderna, la FED era lì per premere l’acceleratore sulla stampante monetaria. Secondo Murray Rothbard, la FED: “Stava aspettando lì pronta per mettere una pezza alla falla della depressione con un’ulteriore dose di inflazione monetaria. Intervenne immediatamente per espandere il credito, per sostenere le oramai consolidate posizioni dell’alta finanza. In un atto che non aveva alcun precedente nella storia economica americana, la FED si intromise nei mercati finanziari durante la settimana del crollo – l’ultima settimana di ottobre – ed in questo breve periodo espanse le riserve delle banche appartenenti ad essa per un totale di $300 milioni. Durante quella settimana, la FED raddoppiò le sue detenzioni di obbligazioni governative aggiungendo in tal modo $150 milioni alle riserve e scontò ulteriori $200 milioni per le ‘member banks’”.

La politica monetaria dell’epoca è un doppione delle politiche monetarie di oggi. In termini di prezzi monetari correnti, i $300 milioni di allora equivalgono ai $26.000 miliardi di oggi, usando l’oro come fattore di conversione. Lo stimolo monetario di oggi è mille volte più grande in termini reali.

Nel 1932 Roosevelt ottenne una vittoria schiacciante contro Hoover e – come da tradizione all’epoca – era pronto per insediarsi il marzo successivo. Solo una settimana prima, un tentativo di omicidio ai danni di Roosevelt colpì l’uomo sbagliato che morì poco dopo. Le banche erano tutte sull’orlo del fallimento, i contadini erano in rivolta e il numero dei disoccupati cresceva: era chiaro che le politiche reflazionistiche di Hoover stavano fallendo così come era chiaro che lui fosse l’uomo meno popolare d’America. Se facciamo un salto in avanti di ottantotto anni vediamo il presidente Trump seguire le orme di Hoover in questo anno elettorale; e possiamo essere abbastanza sicuri che Joe Biden, qualora venisse eletto, si autoproclamerà il nuovo FDR e sfornerà la sua versione del “New Deal”.

Roosevelt allora pronunciò il suo discorso, che includeva la famosa frase: "Quindi, prima di tutto, lasciatemi esprimere la mia ferma convinzione che l'unica cosa che dobbiamo temere è la paura stessa". Il suo discorso venne seguito dai cento giorni, la prima volta che un presidente fissò un programma del genere.

In Gran Bretagna Rishi Sunak, il nuovo cancelliere, sta ora perseguendo la sua versione dei “Cento giorni”, annunciando sussidi e nuovi aiuti finanziati dall'inflazione monetaria. Certo, Sunak rimane un sostenitore del libero mercato ma deve ancora dimostrare che le sue misure siano temporanee. Nel frattempo, il presidente Trump sta distruggendo le finanze della sua amministrazione nel tentativo di contenere le conseguenze economiche del coronavirus.

Si dice che ripetere un'azione fallimentare alla ricerca di un risultato diverso sia un segno di follia. Hoover e Roosevelt sono stati i pionieri delle politiche economiche fallimentari di oggi, ed i loro successori del dopoguerra non hanno scuse, ma il problema è più profondo di così: dal momento che vi è un’approvazione pubblica per tali misure, anche un politico economicamente esperto deve fornire soluzioni percorrendo questi binari fallimentari. È ciò che fa sì che la storia si ripeta. Invece dei segnali di mercato, sono i fattori psicologici a guidare la politica; incluso il desiderio della popolazione di vedere lo stato fornire soluzioni facili alle difficoltà economiche. Ma la lezione proveniente dall'era di Hoover è che siamo sul precipizio di un crollo economico a seguito di una combinazione di eccessiva creazione di credito negli anni precedenti ed introduzione di dazi commerciali. E ben prima che si palesasse il coronavirus.

La psicologia suggerisce che questa volta i politici e le autorità monetarie seguiranno lo stesso corso di prima, ancora più aggressivamente. Finora l'evidenza supporta questa tesi e ci consente di anticipare gli errori che verranno commessi in futuro.

Il ciclo del credito e le banche

Una caratteristica d'importanza notevole che caratterizzò il crollo di Wall Street (così come dell'insorgenza della depressione) furono i fallimenti bancari. Non solo le 24.000 banche commerciali americane dell’epoca avevano esteso il credito senza garanzia durante gli anni '20, ma le loro riserve erano in una certa misura fittizie. Ciò derivava dal doppio processo di conteggio degli assegni nel meccanismo di compensazione, rimanendo nelle riserve di cassa della banca su cui veniva prelevato mentre veniva immediatamente accreditato alle riserve di cassa della banca ricevente.

Ma quando la popolazione iniziò a prelevare contanti in quantità crescenti, venne a galla il fatto che questa liquidità fosse fittizia. Il panico bancario ebbe inizio nel novembre del 1930 nel Tennessee, quando una rete corrispondente a Nashville crollò dopo che la Bank of Tennessee chiuse i battenti, costringendo oltre 100 istituti a sospendere le operazioni. E mentre la contrazione del credito bancario progrediva, ulteriori sistemi corrispondenti fecero la stessa fine. Quello era solo l'inizio. La Banca degli Stati Uniti a New York venne raggiunta da una nuova crisi bancaria a Chicago il giugno seguente, questa volta nel settore immobiliare. Nel 1932 chiusero oltre 2.000 banche e nel 1933 altre 4.000.

Il mondo bancario di oggi è molto diverso. Invece di molte migliaia di piccole banche, il sistema è dominato da grandi colossi internazionali, banche globali di rilevanza sistemica (G-SIB). Operano secondo le norme ed i regolamenti del Comitato di Basilea, attualmente Basilea III, amministrato dai regolatori nazionali.

Sfruttando la corruzione derivante dal doppio conteggio degli assegni, le banche di oggi mettono in gioco il medesimo sistema, questa volta aiutato e favorito dai regolatori, i quali – purché i moduli siano correttamente compilati – sono felici di chiudere un occhio, oppure chiuderli tutt’e due e far finta di guardare dall'altra parte. Infatti, come hanno dimostrato i loro stress test, preferirebbero non approfondire la questione della capitalizzazione bancaria carente.

La debolezza del sistema bancario globale è illustrata nel Grafico 1, che mostra la leva finanziaria tra gli attivi totali nei bilanci delle banche “G-SIB” e la loro capitalizzazione di mercato. I regolatori persistono nell'usare invece la relazione tra gli attivi totali e il patrimonio netto, nonostante il mercato valuti il ​​capitale proprio di una banca ad un valore considerevolmente inferiore al valore contabile.

Le valutazioni azionarie delle aziende bancarie all'8 luglio hanno beneficiato dell’iniezione di liquidità nei mercati azionari globali, con il valore delle azioni di Deutsche Bank, ad esempio, quasi raddoppiato rispetto un minimo di €4,50 a metà marzo. La ripresa non è un segno di forza ritrovata, ma riflette semplicemente la grave disconnessione tra i valori degli asset finanziari in salita e l'economia in declino.

Le debolezze dell'attuale sistema sono descritte in un documento sulle grandi banche del Regno Unito, creato congiuntamente da Dean Buckner e Kevin Dowd. Il Grafico 1 è stato costruito usando la metodologia in quel documento. È una lettura fortemente raccomandata per chiunque cerchi di comprendere i gravi rischi associati non solo al sistema bancario del Regno Unito, ma ai G-SIB in tutte le giurisdizioni oltre ad altre banche significative non presenti nell'elenco G-SIB.

Con un sistema bancario globale fondamentalmente debole, gravato da un’eccessiva leva finanziaria e sull’oro di un collasso praticamente garantito se teniamo conto del deteriorarsi delle attuali condizioni finanziarie ed economiche, un nuovo fallimento bancario potrebbe far sembrare l'ondata di fallimenti bancari nel 1930 a Nashville come un picnic. Il fallimento di una sola grande banca in qualsiasi parte del mondo rischia di degenerare in un panico diffuso, perché la regolamentazione globale ha fatto sì che tutti partecipassero ad un gioco pericoloso in cui tutti condividono le stesse debolezze in misura maggiore o minore.

Un altro errore fatale, a seguito della crisi della Lehman, è stato quello di concordare nuove regole affinché i costi dei futuri fallimenti bancari venissero sostenuti dai detentori di obbligazioni e dai grandi depositanti, nonché dagli azionisti e non dagli stati. Fortunatamente il bail-in è stato pensato per essere facoltativo, ma esiste il rischio che in una crisi bancaria diffusa uno o più membri del G-20 lo possano scegliere come mezzo per sopravvivere. Tra salvataggi centrali e bail-in, la semplice nazionalizzazione e conservazione di tutti i depositi dei clienti diventa meno probabile, provocando un crollo non solo tra le banche salvate, ma un panico in tutte le obbligazioni bancarie e depositi importanti.

L'interdipendenza bancaria globale di oggi suggerisce che è più probabile una grave crisi, probabilmente già iniziata, a causa delle iniezioni di liquidità che hanno avuto luogo dallo scorso settembre col caos nel mercato dei pronti contro termine.

Una differenza rispetto agli anni Trenta è che il denaro contante oggi rappresenta una percentuale inferiore dell'offerta complessiva di denaro, essendo i pagamenti in gran parte elettronici. Non possiamo escludere depositanti che fanno la fila per ritirare i loro fondi con delle operazioni bancarie, ma oggi le banche in fallimento trovano fondi molto più rapidamente con mezzi elettronici, in particolare da saldi di conti più grandi privi di protezione dei depositanti.

Uno dei motivi per cui le banche centrali hanno incoraggiato l'abbandono del denaro contante è quello di ridurre la vulnerabilità delle banche alle vecchie operazioni bancarie. Invece, agendo come fornitore di liquidità pronto ad intervenire, anche quando altre banche riducono le linee di credito ad un istituto in sofferenza, l'intenzione è che nessuna banca debba fallire. Con la creazione di riserve bancarie attraverso il QE e l'utilizzo della funzione pronti contro termine per fornire liquidità dall'oggi al domani, le banche commerciali stanno già attingendo a questo supporto, senza il quale quasi sicuramente ci sarebbe già stata una crisi bancaria.

Su questa base, possiamo dire che i fallimenti bancari sono già tra di noi, solo che sono nascosti alla vista del pubblico. Tutto ciò che serve è che i detentori di obbligazioni bancarie ed i grandi depositanti si sveglino e si rendano conto dei rischi per il loro capitale, poi la crisi bancaria diventerà di dominio pubblico. Ed è per questo che non è possibile far scendere i valori degli asset finanziari, perché se accadesse l'intero sistema finanziario crollerebbe rapidamente.

Differenze monetarie

Negli anni '30 il dollaro era liberamente convertibile in oro fino a che, un mese dopo l'insediamento di Roosevelt, venne approvato un ordine esecutivo che vietava la proprietà del metallo giallo e certificati connessi all'oro. Era il preludio alla politica di svalutazione del dollaro a $35 l'oncia che sarebbe iniziata il gennaio successivo. A parte questa svalutazione, e nonostante la sua non convertibilità in oro, il dollaro conservò il suo valore di cambio oggettivo, mentre la depressione portò al calo dei prezzi per i beni scambiati e le materie prime.

Il calo dei prezzi era la naturale conseguenza della contrazione del credito bancario, dell'imposizione di dazi commerciali e delle operazioni fallite di sostegno ai prezzi. Invece di incolpare il credito bancario scoperto, fu l'oro a finire sotto accusa. Gli inflazionisti avevano il controllo della narrazione degli eventi, ma non potevano cestinare del tutto l'oro: ciò non sarebbe accaduto fino al 1971.

Oggi non c'è niente a supporto del valore delle valute fiat. Non vi è quindi alcuna restrizione nel dispiegamento di una tassa inflazionistica per bilanciare i libri contabili statali. Misurato in oro, il dollaro ha già perso il 98% del suo potere d'acquisto dalla fine degli anni sessanta, e ora la sua offerta viene aumentata ad un ritmo senza precedenti.

L'errore commesso dalle banche centrali è stato quello di non capire che il denaro è semplicemente il meccanismo per convertire il lavoro di un individuo in consumo. È il mezzo con cui confrontiamo un bene con un altro. Non è un mezzo per valutare la convenienza o la carenza di un bene, come sembrano pensare gli economisti moderni. In tal caso, i prezzi attuali e futuri avrebbero sostanzialmente l'effetto che si aspettano.

Il fallimento della politica monetaria è in gran parte dovuto alla mancata comprensione del ruolo del denaro nell'economia. Non è stato il crescente potere d'acquisto del dollaro negli anni '30 a far contrarre l'economia, ma la contrazione del credito bancario combinato con i dazi commerciali. Allo stesso modo, il calo del potere d'acquisto del dollaro non stimolerà da solo i consumi e non eliminerà le distorsioni nel mercato. Per non parlare poi dei cambiamenti nella quantità di denaro, dannosi per molti altri aspetti: la svalutazione monetaria impoverisce l'economia, l'esatto opposto dell'effetto previsto.

Resta da vedere fino a che punto arriverà la distruzione del denaro fiat, ma come mostra il Grafico 2, l’offerta di moneta M1 è già aumentata bruscamente: del 104% annuo dal 24 febbraio al 22 giugno.

Conclusione

Sfortunatamente i governi dei Paesi sviluppati stanno facendo gli stessi errori nell'attuale crisi economica che hanno commesso novant'anni fa. Come nel caso della depressione tra il 1930 ed il 1933, possiamo essere quasi certi che ci sarà una crisi bancaria. Questa volta, però, sarà globale e quasi certamente richiederà che le banche diventino di proprietà pubblica. Il costo sarà immenso e sarà pagato con mezzi inflazionistici.

Le sue dimensioni significheranno una distruzione senza precedenti della ricchezza, difficile quindi aspettarsi una ripresa economica. Inoltre la sovvenzione, da parte degli statalisti, delle industrie esistenti per paura della disoccupazione ostacolerà e non aiuterà la ripresa economica; e fintanto che le valute fiat manterranno un valore di cambio, non potrà esserci ripresa economica.

Infatti la differenza più importante rispetto agli anni '30 è il denaro, il cui valore potrebbe crollare del tutto. Guidati dalla teoria economica Austriaca, possiamo essere certi delle conseguenze economiche che dovremo affrontare negli anni a venire. Per quanto riguarda le conseguenze politiche a lungo termine, possiamo solo tirare ad indovinate.

Di Alasdair Macleod

Traduzione di Giordano Felici per Francesco Simoncelli's Freedonia