Mario Draghi lascia la Banca centrale europea dopo otto anni di mandato. Così come convinse i politici a varare l’Unione bancaria, ora sembra avere aperto una crepa in materia di politica fiscale. A Christine Lagarde il compito di sfruttarla.

I risultati di politica monetaria

Non c’è dubbio che Mario Draghi abbia salvato l’euro sette anni fa. Ma l’intervento straordinario seguito al famoso “whatever it takes” avviene dopo aver convinto la politica europea a realizzare l’Unione bancaria. Non a caso, il discorso fu pronunciato dopo che il Consiglio europeo aveva preso un impegno credibile. La debolezza dell’economia europea (ora anche mondiale) ha richiesto che gli interventi straordinari fossero prolungati e addirittura intensificati, suscitando malumori sempre più diffusi ed espliciti all’interno della Banca centrale europea. La motivazione è che la politica monetaria eterodossa ha portato i tassi di interesse a livelli così bassi da creare pesanti effetti collaterali, soprattutto perché ha ulteriormente compresso la già bassa redditività di banche e assicurazioni.

Ma questo non è colpa di Draghi, quanto dei politici che hanno fatto orecchie da mercante alle sue sollecitazioni sulle riforme strutturali, in particolare in materia di politica fiscale, necessarie per rilanciare l’economia europea. La stessa Unione bancaria è ancora priva del terzo pilastro, cioè l’assicurazione sovranazionale dei depositi.

Del resto, Draghi è un economista troppo fine (e non dimentica mai di aver studiato con Federico Caffè) per essersi illuso un solo momento in questi anni che le sue misure fossero sufficienti per rivitalizzare di colpo l’economia europea. Fra le anomalie su cui ha sempre richiamato l’attenzione (addirittura quando era ancora governatore della Banca d’Italia), una delle più importanti è la posizione verso l’estero dell’area euro. Fino alla crisi, il saldo consolidato delle partite correnti oscillava intorno allo zero, ma per la somma algebrica di due realtà contrapposte: la Germania in surplus e i paesi periferici in deficit. La definizione di saldo delle partite correnti ci dice che questi ultimi spendevano di più del loro reddito. Il contrario invece per la Germania che ha orgogliosamente e teutonicamente difeso la sua ricetta di crescita fatta di rigore fiscale (il pareggio del bilancio come prova suprema della capacità di “mantenere la casa in ordine”) e potenziamento della capacità di esportazione dell’industria manifatturiera. Oggi invece tutta l’area euro è in surplus (una volta e mezzo il Giappone, per intenderci), perché i paesi periferici sono stati costretti a politiche di fatto deflazionistiche, mentre la Germania non ha mutato rotta. Tutti i paesi dell’Eurozona spendono meno di quello che producono. E al danno si aggiungono le beffe: poiché il reddito in tanti paesi è crollato, come è avvenuto in Italia, il rapporto fra debito pubblico e Pil è aumentato.