L'anno della pandemia è l'anno che ha di fatto decretato alcune verità fondamentali. Se c'è qualcuno che esce sconfitto da questo ciclone senza dubbio questo è il contante.

Con l'inflazione che è tornata a crescere portandosi ai livelli più alti dal novembre 2011 con i tassi d'interesse ai minimi storici, i risparmi non sono stati più in grado di generare rendimenti significativi, anzi esattamente il contrario. Ricordiamo infatti che quando i tassi d'interesse sui conti correnti sono inferiori ai tassi d'inflazione in termini reali non si sta guadagnando al contrario, si stanno perdendo soldi.

Nonostante questo la maggior parte dei risparmiatori ancora ad oggi pensa alla banca come il posto dove depositare i propri risparmi.

In effetti un studio condotto, dimostra che tra gli investitori europei una donna su cinque, e solo tre uomini su dieci investono in modo regolare i loro risparmi.

Inflazione e bassi tassi di interesse: l'erosione dei risparmi in c/c.

Tuttavia in questo particolare contesto storico e con le attuali condizioni di mercato, il potere d'acquisto del contante si sta praticamente erodendo, e i risparmiatori se vogliono proteggersi da questo killer silenzioso che è l'inflazione, devono necessariamente pensare di investire in strumenti più rischiosi anziché lasciare i loro risparmi a svalutarsi nei loro conti correnti.

Investimenti che sicuramente sono in grado di generare rendimenti più elevati del semplice contante e che se gestiti in un'ottica di lungo periodo, nell'ambito di un portafoglio opportunamente diversificato, sotto le indicazioni di un abile gestore, è chiaro che risulteranno essere anche tollerabili in termini di rischio.

In effetti il paradosso relativo al contanti è del tutto peculiare. Se è vero che da un lato i depositi in c/c superiori a 100mila euro vengono protetti con una legge comunitaria contro il rischio di default delle stesse banche, nessuna copertura accompagna tale depositi contro il rischio di inflazione.

Inflazione che, sebbene sia risultata dormiente negli ultimi anni, ad agosto 2021 è tornata a crescere attestandosi ad un valore del 3%, il più alto mai registrato nell'ultimo decennio, ben al di sopra del target del 2% fissato dalla BCE. 

Indipendentemente poi dal dibattito se questo aumento possa essere solo transitorio o possa diventare strutturale, in un contesto di tassi d'interesse ai minimi storici come quelli che registriamo oggi, tutto questo si traduce semplicemente in una perdita per i risparmiatori.

Per semplificare, basta pensare che negli ultimi dieci anni precedenti il 31 agosto 2021, solo 14 volte su un totale di 120 mesi i tassi d'interessi sono stati superiori al tasso mensile d'inflazione, questo vuol dire che i risparmiatori hanno perso denaro in termini reali, quasi ogni mese in tutto questo lasso di tempo.

Per questo, allo scopo di potersi garantire la copertura dei loro bisogni futuri, stimando che il denaro contanti non risulterà un'alternativa sufficientemente valida per il prossimo avvenire, i risparmiatori dovranno pensare ad inserire in portafoglio attività più rischiose.

Inflazione e investimenti: considerazioni iniziali sui rischi.

Appurato che virare verso strumenti a maggior rischio sia la scelta economicamente più conveniente, resta da stabilire quali strumenti rischiosi siano da prediligere.

E' indubbio, e le evidenze empiriche lo confermano, che i rendimenti di titoli azionari e di quelli a reddito fisso abbiano ampiamente superato quelli offerti dal denaro contante. 

Ad esempio, il rendimento dello S&P500Index nell'ultimo secolo, si è assestato intorno al 14% che anche volendolo depurare dell'effetto dell'inflazione, comunque si colloca ad un valore di circa il 7% per cui nemmeno è ipotizzabile un confronto con il rendimento offerto dal deposito del denaro in c/c. 

Tuttavia nonostante questi risultati gli investimenti scontano un pregiudizio atavico che è quello della rischiosità, ovvero il pericolo di perdere il capitale investito. E' indubbio che gli investimenti hanno una componente intrinseca di rischio.

E' altrettanto vero che strumenti che offrono rendimenti più elevati hanno anche livelli di rischiosità maggiore, tuttavia bisogna sempre considerare che se questi strumenti vengono investiti in una logica di lungo periodo, inseriti in un portafoglio opportunamente diversificato e affidati alla gestione di professionisti, possano sicuramente beneficiare di un miglioramento del loro profilo rischio/rendimento.

La logica è quella di evitare che una sana prudenza, che deve guidare sempre le decisioni di investimento di tutti i risparmiatori, possa però trasformarsi in decisone capestro ostinandosi a non investire e lasciando così all'inflazione la possibilità di erodere i propri risparmi.

Di seguito un video tratto dal canale YuoTube Vivere di Dividendi - YouTube, offre spunti interessanti sul tema.

Inflazione e investimenti finanziari: alcune considerazioni generali.

Detto questo, appurata la convenienza del risparmiatore ad investire anche nell'attuale quadro macroeconomico che ci ha restituito il post pandemia, il problema adesso è come farlo e come orientarsi alla luce di una serie di dinamiche di mercato assolutamente inimmaginabili solo un anno fa.

La prima cosa su cui puntare assoluta attenzione è l'incremento dei prezzi e quindi il fenomeno inflattivo che questo post covid ci sta facendo osservare.

I maggiori asset manager discutono se questo aumento generalizzato dei prezzi possa essere solamente transitorio oppure possa avere una tendenza di più ampio respiro andando a stabilizzarsi nel lungo periodo.

L'orientamento prevalente è quello di ritenere basso il rischio che si assista ad un'inflazione strutturalmente più elevata nei prossimi anni, ritenendo tale fiammata dei prezzi, alla luce delle attuali considerazioni, solamente un fenomeno transitorio.

In effetti in molti sostengono che l'eccezionale impennata dei prezzi delle materie prime, sia stato dovuto alla concomitanza di più fattori eccezionali, quali il lockdowm prolungato prodotto dalla pandemia a cui ha fatto seguito un inverno particolarmente freddo che ha provocato un'impennato nella domanda di gas non supportata da scorte adeguate. 

A questo si aggiunga inoltre la maggiore domanda di tutte quelle che sono chiamate le "energie green" da parte delle nazioni che vogliono azzerare le emissioni di gas nocivi.

Si ritiene quindi che, per la presenza congiunta di tutti questi fattori, i prezzi dell'energia si possano mantenere alti per tutto questo inverno, ma che di fatto già dal prossimo anno, quando la situazione tenderà a normalizzarsi, questi prezzi torneranno di nuovo a scendere.

Quindi questi incrementi rispondono, dicono gli asset manager, a quelle che sono state tutta una serie di interruzioni anomale della domanda e dell'offerta.

A corroborare tale sentiment ci sono anche le prospettive di inflazione sui salari. Se è vero che negli Usa più che altrove, si sono fatti registrare degli incrementi dei salari nei lavori meno qualificati, la mediana della crescita generale dei salari non ha subito particolari cambiamenti e questo continua a far pensare ad un incremento solo transitorio dell'inflazione.

Anche il mercato obbligazionario sembra pensarla nella stessa maniera e anche le banche centrali si allineano a tale pensiero tanto che, a fronte della pressione temporanea, si aspettano un riallineamento a valori normali per il prossimo anno.

La stessa Bce a fronte dell'attuale impennata del 2,2% del tasso d'inflazione di quest'anno, stima già per l'anno prossimo che possa scendere di nuovo ad un livello dell'1,7%.

A riprova di questo le maggiori banche centrali al momento, manifestano la volontà di voler ridurre solo le misure di sostegno che sono state introdotte a seguito della crisi e al contrario, non pensano ad alcuna restrizione alle politiche accomodanti o in qualche modo alle le scelte di politica monetaria che hanno sostenuto l'economia nel periodo pandemico.

Inflazione e mercati azionari.

E' indubbio che l'anno 2020 abbia rappresentato un anno orribile sotto il profilo economico che, con una contrazione del Pil al 4%, ha fatto registrare la peggiore battuta d'arresto dal dopoguerra ad oggi.

Nonostante questo il mercato azionario ha continuato ad essere reattivo, tanto che ha fatto registrare a livello mondiale un guadagno del 14%.

Le ragioni di questo risultato eccezionale sono attribuibili a tre motivi fondamentali: le banche centrali e governi sono da subito intervenuti a supportare le aziende con iniziative poderose, al tempo stesso gli investitori hanno quasi subito iniziato a pensare alla crisi come ad un fenomeno transitorio quindi non come un vero e proprio shock conseguente a crisi finanziarie. 

Ultimo aspetto non meno importante, le persone costrette a casa per effetto del lockdown hanno aumentato la loro propensione al risparmio cosicché non appena le misure restrittive si sono allentate, buona parte di quei risparmi sono di nuovo confluite sui mercati.

Ecco spiegati i motivi di un andamento completamente in controtendenza nel bel mezzo di una crisi economica.

Adesso in fase di prove tecniche di vita di quasi normalità, con l'avanzare della campagna vaccinale, con la volontà dei governi di non ricorrere più a lockdown con la gente che torna a far circolare denaro nell'economia reale, ci si aspetta una tendenza opposta a quella passata con un contesto economico generale di ripresa e mercato in movimento orizzontale.

Inflazione e mercato immobiliare.

Il mercato immobiliare è insieme a quello azionario quello che nel 2020 ha fatto registrare un altro record. Ad oggi però, a fronte di una svalutazione passata, è previsto che anche i prezzi degli immobili aumentino. 

In uno scenario macroeconomico come quello attuale, con aspettative di inflazione crescente, è ovvio che gli investitori si orientino su investimenti che offrano una protezione contro questo rischio. 

Gli immobili rientrano a pieno in questa categoria di asset ecco perché si ritiene che, con tassi d'interesse ancora ai minimi storici, il mercato degli immobili possa registrare un trend positivo ancora per tutto il 2021.

Inflazione e dollaro.

Fino ad oggi prima dello sconvolgimento della pandemia, nessuno ha mai messo in dubbio il ruolo del dollaro come moneta di riferimento e di riserva mondiale, a fronte poi di un euro sulla cui fiducia ha sempre pesato l'eccessiva divisione interna del governo multinazionale europeo.

Tuttavia la pandemia ha messo in evidenza una nuova valuta priva di qualunque nazionalità che può essere considerata una valida alternativa al dollaro.

Il mondo delle cryptovalute in effetti, si è spalancato agli investitori e il Bitcoin è diventato sia un mezzo di scambio alternativo al dollaro quando le grandi piattaforme di pagamento on line hanno dichiarato di accettare tale currency in pagamento e sia una riserva di valore quale alternativa completamente digitale al dollaro.

Tanti sono gli scettici del settore delle cryptovalute tuttavia ci sono ragionevoli segnali possono far ritenere che sia proprio una valuta digitale in un prossimo futuro a poter contrastare la supremazia indiscussa del dollaro.

Inflazione, investimenti e materie prime. Il ruolo dei paesi emergenti

La situazione completamente anomale che sta scontando il mercato nel periodo post pandemico, sta influenzando e non poco anche il mercato delle materie prime.

In effetti l'aumento improvviso della domanda che si è scontrato con la bassa offerta di materie prime disponibili successivamente al lockdown, ha spinto in alto il prezzo delle materie prime stesse.

Quando le materie prime aumentano sono soprattutto i paesi emergenti maggiormente dipendenti dalle loro esportazioni, a far registrare i risultati migliori.

Ecco perché non sono da sottovalutare in questo momento i rendimenti degli stessi che stanno raggiungendo risultati mai registrati.

In effetti bisogna ricordare che questi paesi non possono contare sul tutte quelle manovre di sostegno che i paesi avanzati hanno potuto sfruttare per fronteggiare il periodo pandemico, pertanto quello che è risultato loro più semplice fare è stato porre in essere una serie di scelte che a prezzo di enormi sacrifici, hanno portato incrementi di produttività e prospettive di crescita future.

Stiamo parlando di paesi come l'India, l'Egitto, l'Arabia Saudita. l'Indonesia, il Brasile, paesi emergenti nei quali la svolta digitale che la pandemia ha portato, è stata registrata con maggiore propulsione rispetto ai paesi sviluppati.

In effetti ad oggi i Paesi emergenti rappresentano il 36% del Pil globale con solo il 12% della capitalizzazione di borsa globale, a fronte degli Stati Uniti che da soli rappresentano il 25% dell'economia globale e il 56% della capitalizzazione di borsa globale. 

Nonostante questo, con le attuali prospettive di crescita dei paesi emergenti, è previsto che questo gap possa piano piano ridursi.

D'altro canto gli stessi paesi emergenti, se da un lato sono quelli che soffrono maggiormente di competitività in termini di strutture fisiche con i paesi sviluppati, dall'altro sono gli stessi che, rispetto proprio a paesi sviluppati, nascono già precocemente come società online. 

Così accade che 16 delle 30 economie più digitalizzate al mondo siano mercati emergenti, Cina in testa con ricavi digitali che crescono ad un ritmo poco superiore al Pil nominale dei paesi più sviluppati.

Per tutti questi motivi quindi, se prima il mondo vedeva solo gli Stati Uniti e la Cina come i due grandi big tecnologici che potevano attrarre investimenti in tal senso, adesso dall'Asia meridionale al Sud America si stanno facendo strada nuove realtà nel settore dell'e-commerce e dei social media altamente competitive.

Inflazione e investimenti: un quadro di sintesi

Riassumendo dunque, alla luce di quanto sopra detto, ad oggi una composizione strategia del portafoglio di investimenti che incorpori prospettive e scenari di crescita futuri, non può sottovalutare queste indicazioni:

1) il contante garantirà per il futuro rendimenti molto limitati, come tale l'investimento finanziario è l'unica alternativa in grado di generare ricchezza nel medio e lungo periodo;

2) il 2021 sarà l'anno della ripresa anche se in generale, i rendimenti attesi sono previsti in diminuzione rispetto all'anno precedente;

3) la politica monetaria delle banche centrali continuerà ad essere accomodante anche per i prossimi anni e l'inflazione viene considerata dai più solo un fenomeno transitorio;

4) l'investimento azionario continua ad essere quello da prediligere perché continuerà a far registrare performance migliori. I rendimenti per 2021 sono previsti in diminuzione rispetto al 2020 con un sottopeso degli Usa rispetto all'Europa e ai paesi emergenti;

6) i rendimenti delle obbligazioni governative sono previsti anche per il prossimo futuro molto bassi ma sono considerati strumenti da inserire in portafoglio per perseguire logiche di diversificazione;

7) le obbligazioni governative, cosi come i titoli obbligazionari che sono indicizzati all'inflazione sono quelli con prospettive di rendimento più alte;

8) anche l'inserimento in portafoglio di obbligazioni dei paesi emergenti può essere ritenuto un valido strumento di diversificazione con buone prospettive di rendimento nel medio-lungo periodo;

9) l'investimento immobiliare continuerà a far registrare buoni rendimenti e può essere inserito in portafoglio sempre in ottica di copertura dai rischi;

10) particolare attenzione infine, dovrà essere fatta alle cryptovalute, che oltre ad offrire possibilità di rendimento sicuramente elevate, potranno avere sempre più importanza come strumenti di pagamento nelle piattaforme on line e assumere un ruolo sempre più centrale in veste di riserva di valore quale alternativa completamente digitale al dollaro.