E' nato prima l'uovo o la gallina? (Spoiler: l'uovo). Come l'eterna diatriba popolare appena citata, quella tra fondi comuni d'investimento ed ETF ne è una sorta di versione moderna. Questo perché, come praticamente su qualunque argomento dello scibile umano, esistono sostenitori e detrattori dell'una e dell'altra parte.

Volendo  riassumere fino all'osso la questione, chi sostiene che siano meglio, ed utilizza, i fondi comuni, privilegia una gestione attiva degli investimenti. Chi gestisce i fondi, infatti, cerca di sovraperformare un indice di riferimento (il benchmark) per portare valore aggiunto all'investitore (ed alla casa che produce/commercializza il fondo) sotto forma di una maggior rendimento dato proprio dalla sua gestione.

Chi invece privilegia l'utilizzo degli ETF non cerca questa gestione attiva, ma vuole eminentemente risparmiare sui costi rispetto ai fondi (quasi nessun ETF ha costi di gestione, e nessuno li aveva, quando furono creati), scegliendo appunto una gestione passiva che mira a replicare quanto più fedelmente l'indice di riferimento.

Una nota è d'obbligo, immediatamente. Quanto detto vale solo per l'investitore fai-da-te, il risparmiatore che fa da sé, il retailer. E' chiaramente evidente che un consulente d'investimento abilitato all'offerta fuori sede, quando consiglia un fondo rispetto ad un ETF, lo fa per due motivi.

Il primo è che non ha ETF a disposizione da "consigliare", e il secondo deriva direttamente dal primo, in quanto tra i costi di un fondo rientra anche la sua commissione (del consulente), anche se circa l'80% degli italiani non lo sa (i dati sono di CONSOB e Intesa Sanpaolo). Un ETF, non avendo gestori, ha costi nettamente inferiori ad un fondo, e non potrebbe mai pagare la commissione ad un consulente, che dovrebbe quindi svelare a quell'80% che sono proprio loro, i clienti, a pagarlo.

Che cosa è meglio utilizzare?

Non c'è una risposta netta e precisa, ad una prima analisi sommaria. Ma un'analisi dei due tipi di prodotti non può prescindere dalla variabile che vedremo tra pochissimo.

I fondi d'investimento sono ormai entrati nell'uso comune da decenni, grazie proprio al lavoro certosino degli ex promotori finanziari (e già il fatto che si chiamassero così doveva far capire che di consulenza non ne fornivano...), ed ormai si è insinuata in profondità, come si vede dai dati precedenti, la "non cultura" del fatto che "la consulenza non si paga". Di conseguenza i costi dei fondi sono, diciamo, tollerati dai più, quasi che fossero un male necessario.

Gli ETF, di contro, sono decisamente più economici (costano annualmente anche meno di 9/10 di un fondo, in alcuni casi), ma non cercano sovraperformance perché nascono per mimare, emulare, un andamento che sia esattamente quello dell'indice a cui si rifanno. Sono dunque estremamente economici ma, se volete battere l'S&P500 o il FTSEMIB, un ETF non fa per voi.

Il problema è che neanche il 93% dei gestori riesce a battere il proprio benchmark. Quindi, facendo il conto della serva, il 93% dei prodotti offerti ai risparmiatori italiani non raggiungono il proprio obiettivo. E il colpevole ha un solo, chiaro, nome: i costi.

Morningstar inchioda i colpevoli. I fondi attivi azionari hanno in media l'1,90% di costo, comparati con lo 0,42% degli ETF. Quelli obbligazionari l'1,09% rispetto allo 0,27% degli ETF, quelli bilanciati l'1,83% rispetto allo 0,53% dei fondi passivi e quelli alternativi, che non hanno una comparazione con gli ETF, costano addirittura il 2,2% annuo.

Il principio di un fondo comune d'investimento

Innanzitutto, diamo la definizione. Un fondo comune d'investimento è un istituto d'intermediazione finanziaria definito come

organismo di investimento collettivo del risparmio costituito in forma di patrimonio autonomo, suddiviso in quote, istituito e gestito da un gestore.

Un fondo comune è dunque un meccanismo di raccolta di denaro dai risparmiatori. In pratica un contenitore che, appunto, raccoglie denaro, soldi che poi vengono affidati ad un gestore con un duplice scopo, come ricorda Borsa Italiana sul suo sito:

Il fine è quello di creare valore, attraverso la gestione di una serie di asset, per i gestori del fondo e per i risparmiatori che vi hanno investito.

Ecco svelato un primo mistero, almeno per il risparmiatore italiano medio, che purtroppo, insieme a quello greco, rumeno e bulgaro, è il più ignorante (cioè che non sa) d'Europa. La gestione del fondo non serve solo a remunerare l'investitore, ma anche il gestore stesso.

E questa remunerazione avviene in due forme: 1) parte dei costi del fondo servono a pagare lo stipendio del gestore del fondo stesso 2) se il fondo batte il benchmark, la commissione di performance erode ulteriormente il guadagno del risparmiatore, perché il gestore si trattiene una parte dei guadagni. In pratica si dice "guarda quanto sono bravo" da solo. E di nascosto al cliente, s'intende.

In questo articolo, redatto da Advise Only, trovate una splendida descrizione delle commissioni di performance e dei loro effetti.

Cos'altro dire sui fondi?

Ce ne sarebbero di cose da dire, e non certo tutte negative, perché anche se è vero tutto quello che è stato detto finora, è pur altrettanto vero che i fondi continuano ad essere venduti, ed a fare il loro lavoro. Probabilmente la diffusa ignoranza del risparmiatore nostrano alimenta il loro mercato, ma la situazione è questa. E se fossero solo prodotti pessimi sarebbero già scomparsi dal mercato, quindi evidentemente non lo sono del tutto.

Una prima distinzione dei fondi è stata fatta poche righe sopra. Esistono fondi azionari, obbligazionari, bilanciati e alternativi. A questi vanno aggiunti quello monetari, che si occupano di valute, ma che sono una parte esiziale dell'insieme, perché di solito le valute sono trattate direttamente, sul Forex, e non tramite fondi o ETF. All'interno di questa distinzione per asset ne esiste anche una geografica, che è la maggiormente utilizzata. "Azionari America" o "obbligazionari Europa" sono classificazioni che chiunque investa ha sentito, prima o poi.

Ma i fondi possono anche essere distinti per accumulazione o distribuzione dei proventi. Nel primo caso i guadagni (se presenti) rimangono all'interno del fondo, e sono goduti dal risparmiatore al momento della vendita delle proprie quote. Nel secondo caso ovviamente avviene l'opposto, con una distribuzione attraverso cedole semestrali o annuali.

Ancora, i fondi possono essere aperti o chiusi. I primi, che variano in continuazione il valore del fondo stesso in base a nuove sottoscrizioni o nuovi riscatti, sono la stragrande maggioranza dei fondi presenti sul mercato. Ma ci sono anche i secondi, che permettono di aderire al fondo solo prima dell'inizio della sua operatività, e che rimborsano le quote solo quando vengono liquidati.

Come detto, i primi sono di gran lunga i più presenti, e sono a loro volta distinti in fondi di diritto italiano armonizzati UE e non armonizzati UE. Sia i primi che i secondi sono gestiti da società con sede legale nel nostro Paese. La differenza principale risiede negli obblighi di investimento che hanno, molto più stringenti per i primi che per i secondi.

Gli ETF e la loro rivoluzione

Le tipologie di fondi non finiscono qui, ovviamente, perché nella loro ultradecennale storia, ne sono stati creati e diffusi di svariati tipi. Come gli hedge fund, per esempio, definiti (in maniera errata) fondi speculativi in italiano. Oppure i fondi di fondi, o i fondi pensione. E ci sono anche i fondi immobiliari, che come quelli armonizzati possono essere aperti o chiusi.

Un ultimo tipo di fondi, che per la discussione che stiamo affrontando sono fondamentali, sono appunto gli ETF, che è un acronimo che sta per Exchange Traded Fund. Apparvero nel 1993 sull'AMEX americano, dove il primo ETF, quello sullo S&P500, è ancora quotato (da noi sono arrivati nel 2002). La loro principale caratteristica è che replicano esattamente la performance dell'indice che prendono a riferimento e, non avendo gestione attiva, sono quindi molto più economici dei fondi comuni (ma mai quanto l'indice stesso, che non ha costi).

Perché gli ETF vennero definiti rivoluzionari? Immaginate di voler fare la stessa cosa che fa un fondo comune, e di farla esattamente uguale il 93% delle volte, ma con 1/4 (di media) dei costi degli unici prodotti fino a quel momento presenti sul mercato. Come altro la vorreste definire?

Non solo ma, a differenza dei fondi, che sono regolati alla fine della giornata di negoziazione, la quotazione degli ETF è in continua, cioè sono scambiabili e vendibili come un'azione, il che significa che quando se ne vuole vendere una parte o tutta la quota in proprio possesso, se si trova un compratore, la vendita ed il realizzo sono immediati. Per i fondi comuni, invece, ci vogliono diversi giorni per vedersi accreditare i soldi dal conto titoli al conto corrente.

Che cosa si può fare con gli ETF?

Esattamente tutto quello che si può fare con i fondi comuni, ma spendendo molto meno e realizzando eventuali plusvalenze (o minusvalenze, se si è costretti a vendere in perdita) praticamente subito, come un'azione.

Esistono ETF per ogni settore, sottosettore, asset e stile di investimento che si possa pensare di avere o di seguire. Di liquidità, azionari, obbligazionari, sulle materie prime, i settori, i fattori (value, growth, momentum, ecc.).

Per amore di chiarezza, tutti questi tipi di fondi passivi vanno sotto il nome di ETP (Exchange Traded Products). Gli ETF sono ETP azionari, mentre gli ETN sono titoli di debito che replicano indici non azionari, come quello sulla volatilità (il famoso VIX), e gli ETC sono i prodotti che replicano indici riferiti alle materie prime.

Una cosa importante va sottolineata. Il patrimonio degli ETF è completamente autonomo e distinto da quello dell'emittente. Questo fatto elimina il rischio di controparte. Ciò vuol dire che

il fallimento di un'emittente non comporterà alcun rischio patrimoniale per il patrimonio dell'ETF, e quindi per l'investitore.

Tirando le fila...

Quindi, fondi o ETF? Si tratta ovviamente di una scelta personale. Ma perché investire in qualcosa che sicuramente costa di più ed ha solo il 7% di possibilità di dare un extra rendimento rispetto all'indice di riferimento? Il gioco non vale la candela.

In Italia gli ETF (oltre 1.000) sono quotati sul segmento ETFplus di Borsa Italiana, dove si trova una chiara sezione di FAQ per chiarire ogni dubbio.