Le prime borse valori, cioè mercati finanziari regolamentati dove vengono scambiati valori mobiliari, non sono certo un'invenzione moderna. La compravendita di azioni si ha per la prima volta, in forma moderna, nei Paesi Bassi nel '600, subito seguiti da Francia e Inghilterra (anche se si era originata in Belgio, ad Anversa). Le protagoniste sono state le grandi compagnie commerciali dell'epoca, le prime di tal tipo nella storia, ossia le Compagnie delle Indie.

Certo, non si trattava di un qualcosa di paragonabile all'efficenza di ciò che abbiamo oggi, cioè mercati telematici regolamentati, ma era il massimo per l'epoca. Ed in cosa consisteva? Ovviamente un mercato "alle grida", dove si effettuava la contrattazione di titoli e merci. Considerando che queste società avevano i monopoli del commercio di tutta una serie di prodotti, nell'arco della loro vita operativa hanno resi ricchi i loro investitori. Per dare un'idea, la Compagna delle Indie Olandesi ha avuto un dividendo medio del 22% l'anno.

Ed i primi titoli scambiati non furono neanche azioni. Furono, infatti

operazioni di prestiti a favore di regnanti e monarchi, attraverso titoli di debito negoziabili, che avevano iniziato ad essere trattati al pari degli scambi di merce, ben più antichi dello scambio di titoli, per ovvie necessità.

Furono quindi le obbligazioni, cioè i bond, ad essere i primi titoli scambiati. Ma l'evidente successo del commercio attuato da queste compagnie fece rapidamente capire che la chiave per arricchirsi, a parte che con le merci, stava appunto nel possedere le azioni delle Compagnie stesse, o di altre società che trattassero merci, possibilmente in esclusiva.

Il termine "azione" nasce proprio in occasione dello scambio delle prime azioni, quelle della Compagnia delle Indie Orientali olandese, nel 1606. Ecco quindi che si fa strada quell'idea che poi avrebbe portato al definitivo affermarsi dell'economia di scambio e del capitale

L'idea vincente

Questa idea era chiaramente di possedere una parte, o la totalità, possibilmente, di una società il cui business fosse quanto più monopolizzante possibile. Nel corso del tempo, quel monopolio avrebbe pagato in due modi: accrescendo il valore in conto capitale dell'azione stessa della società, e facendo distribuire generosi dividendi agli azionisti.

Anche perché questi azionisti avevano investito il proprio denaro nella società proprio in virtù della promessa della stessa di remunerarli accrescendo il proprio valore e distribuendo parte dei ricavi come dividendi. Va ricordato come un'azione sia 

una forma di investimento finanziario da parte di chi la detiene, è uno strumento finanziario essa stessa, è soggetto ad un rating di valutazione, ed è in genere un capitale non garantito (a differenza dell'obbligazione).

Un esempio è la Standard Oil, la società fondata da John D. Rockfeller, che fu la monopolista del mercato americano del petrolio tra la seconda metà dell'800 e il 1911, anno della sua dissoluzione in 34 società più piccole ad opera dell'Antitrust americano.

La Standard Oil, nel corso dei suoi anni d'oro (1882-1906) ebbe un payout ratio 62,5%. Il dividend payout ratio è la frazione dell'utile netto che un'impresa paga ai propri azionisti in dividendi.

Che cos'è un'azione?

In termini pratici un'azione può essere definita come

l’unità minima in cui può essere suddiviso il capitale sociale.

Il possesso di azioni, essendo un acquisto di titoli di tipo partecipativo, permette al titolare di attribuirsi la qualifica di socio e, di conseguenza, una serie di diritti in ambito economico, di partecipazione, di informativa e di controllo. È dibattuta la questione, da diverse fonti, se l'acquisto di azioni sia o meno da considerare un prestito alla società alla stessa stregua delle obbligazioni. Questo in quanto l'acquisto di un'azione apporta capitale di rischio, e non debito, come il bond.

Ma il denaro derivante dall'acquisto di azioni è utilizzato dalla società alla stressa stregua di quello di un'obbligazione, cioè per far crescere la società. La questione rimane dibattuta, sebbene prevalga al momento l'opinione di chi non considera le azioni come un prestito ad un'impresa.

I mercati azionari e lo scambio di azioni

Oggigiorno si può entrare in possesso delle azioni di una società fondamentalmente in due modi, acquistandole in forma privata (sistema usato per lo più da individui dotati di cospicui capitali), o pubblica, cioè acquistando le azioni delle società quotate sulle varie borse valori mondiali. Quest'ultima forma, essendo pubblica, è quella usata dalla quasi totalità delle persone, soprattutto dal pubblico indistinto, che non ha certo ampie disponibilità di denaro da investire.

Sugli odierni mercati telematici regolamentati lo scambio di azioni è continuo per tutta la durata della contrattazione, e le cifre trattate sono enormi. Le principali borse del mondo, cioè il NYSE, il NASDAQ e la Borsa giapponese, hanno una capitalizzazione complessiva di oltre 35 trilioni di dollari, ed ogni giorno scambiano valori per circa 1/7 della loro capitalizzazione.

Questo scambio avviene fondamentalmente per un motivo: chi vende crede che le azioni di quella data società non valgano più di quel prezzo, chi le acquista pensa invece che possano ancora crescere di valore. Va infatti puntualizzata una cosa che dovrebbe essere chiara di per sé, ma per molte persone, purtroppo, non lo è.

Una Borsa valori esiste per creare valore, non per distruggerlo.

Una società si quota perché vuole crescere di valore, vuole conquistare maggiori quote di mercato utilizzando i soldi derivanti dalla cessione di quelle stesse azioni che vengono comprate dagli investitori istituzionali e dai retailer. Strumenti speculativi come la vendita delle azioni "allo scoperto", che distruggono il valore di un'azione perché permettono di venderla pur non possedendone la titolarità, sono i principali responsabili di alcuni dei grandi disastri azionari di borsa sia del XX che del XXI secolo.

Un punto nodale

Come è stato detto all'inizio, i mercati telematici regolamentati di oggi sono ben diversi da quanto c'era all'inizio della trattazione di azioni, sulla banchina del porto di Amsterdam. La disintermediazione degli apparati elettronici sta creando un effetto forse non previsto, cioè il progressivo assottigliamento del legame tra titolo ed emittente.

Cosa vuol dire questo? Vuol dire che oggi, colpevoli anche di una pessima educazione finanziaria, gli investitori vedono l'acquisto di azioni come un qualcosa di slegato dalla società di cui dette azioni sono rappresentative. Cerchiamo di spiegarlo in modo preciso.

I sistemi elettronici permettono scambi velocissimi che, tra l'altro, sono gestiti per oltre l'80% del mercato da algoritmi. Questo fatto conduce, appunto, a non considerare che dietro quel prezzo a video di quella sigla ci sia una società in carne ed ossa, che lotta tutti i giorni per rimanere al suo posto al sole (certificato dall'essere quotata in borsa, appunto), confrontandosi con numerosi competitor dello stesso mercato.

Questo confronto porta al reale valore della società, che è fatta di uomini e di creazione di valore attraverso il commercio e lo scambio di beni e/o servizi. La bontà di quanto prodotto verrà valutata dal mercato, ed è essa, e solo essa, che determina le fortune o le sfortune dell'impresa stessa.

La velocità degli scambi di oggi porta a non pensare a questa cosa, ma è invece fondamentale. E lo è perché è l'unica forma con cui si possa giudicare correttamente una società: solo così si può evitare di incorrere in bolle come quella di Tiscali ad inizio degli anni 2000, per esempio (che oggi vale il 99,9% in meno di allora). O di capire che l'aumento di valore di FCA negli ultimi anni (+60,89% negli ultimi 5 anni, 20 volte quanto il FTSEMIB) è dato dal fatto che finalmente producono auto con una qualità ben superiore al passato.

Come guadagnare con le azioni

La risposta potrebbe sembrare semplice e qualunquista: acquistandole. In realtà vuol dire proprio quello, ma è ben chiaro che dietro debba esserci un processo decisionale basato su dati di fatto. Sembra evidente come sia ben diverso acquistare il titolo di una società perché ne parlano tutti (Tesla), oppure farlo perché ha dimostrato un reale valore nel tempo (Volkswagen).

Quindi la decisione deve essere ben ponderata, ed avere un sottostante decisionale inoppugnabile. Perché acquistare, in primis. E poi, perché acquistare quel titolo rispetto ad uno dei concorrenti, dei competitor? Quest'ultimo fatto è, spesso e volentieri, uno dei massimi responsabili della sottovalutazione dei portafogli del pubblico indistinto, cioè i retailer.

Questo fatto accade perché l'investitore medio è molto sensibile ai suggerimenti di amici, parenti, conoscenti e dei media, soprattutto. Un titolo conosciuto ha ogni possibilità di essere acquistato, se consigliato anche dai media e da qualche conoscente. Viceversa, magari un altro titolo dello stesso settore, persino più profittevole, non viene considerato sebbene, messo a confronto col titolo mediatico, risulti più profittevole e, dunque, con migliori performance.

L'analisi che aiuta ad effettuare le giuste scelte si chiama analisi fondamentale. Quest'ultima, in pratica

cerca di stabilire la valutazione corretta di un titolo in base alle caratteristiche economico-finanziarie proprie della società che funge da sottostante al titolo stesso.

Essa produce molti indicatori che servono allo scopo sopra delineato, tra cui il book value, cioè il patrimonio netto/numero di azioni in circolazione; gli earnings per share (EPS), cioè gli utili netti/numero di azioni in circolazione; il price to book value (PBV), cioè il prezzo del titolo/book value, e il price earning ratio (P/E), cioè il prezzo del titolo/earnings per share.

La variabile tempo

Abbiamo già spiegato in dettaglio perché si debba dare tempo ad un investimento azionario per produrre valore (quello obbligazionario è fissato dalla scadenza delle obbligazioni stesse). Vogliamo concludere sottolineando la bontà di quanto appena detto con una massima del più grande investitore di ogni epoca, Warren Buffett. La massima in questione è tratta da una delle sue famose lettere annuali agli azionisti della sua holding, la Berkshire Hathaway.

Il nostro orizzonte temporale preferito per detenere un titolo è per sempre.