Inizio anno, dati alla mano, si iniziano a fare i primi confronti con i mesi dell’anno appena trascorso e la situazione occupazionale italiana mostra che i risultati sono tutt’altro che incoraggianti.

Secondo i dati Istat - Istituto Nazionale di Statistica – pubblicati il 01 febbraio 2021, nel mese di dicembre 2020, sono tornate a calare le persone con una occupazione. 

Il numero è pari a -101.000 unità in un solo mese. Si tratta dello 0,4% in meno rispetto al mese di novembre. Crescono quindi i disoccupati e le persone inattive che non hanno un lavoro e hanno smesso di cercarlo.

Il rapporto si fa ancora più pesante se si raffronta il mese di dicembre 2020 con quello di dicembre 2019. A distanza di un anno qui il calo è pari all’1,9% per un totale di persone rimaste disoccupate o inoccupate di 444.000 unità.

L’anno del Covid-19 è un anno che come da previsioni non ha risparmiato nessuno. 

La disoccupazione femminile

La diminuzione coinvolge indistintamente sia uomini che donne, sia autonomi che dipendenti, sia giovani che tutte le classi di età, ma con penalizzazioni maggiori per alcune categorie più fragili. 

Mettiamo subito in chiaro che è andata male per tutti, gli unici che hanno avuto una tendenza in salita sono stati gli ultra cinquantenni, gli over 50, che sono risultati essere in crescita di 197.000 unità, il che è una buona notizia viste le difficoltà nella ricerca di un lavoro superata una certa fascia di età. Merito forse le competenze raggiunte con l’esperienza, o la tipologia del contratto di lavoro conquistato negli anni.

Tra le categorie più fragili invece le donne. Il contraccolpo della crisi qui ha picchiato duro. Indipendentemente dalla tipologia di lavoro, autonomo, dipendente, o dall’età, le donne e l’occupazione femminile sono quelle che hanno subito numericamente il calo più rilevante.

Di 101.000 lavoratori, 99.000 sono donne. Dato impressionante. Sono state svantaggiate probabilmente per la tipologia del lavoro, molte ad esempio offrono la loro competenza in servizi, la maggior parte in servizi impiegatizi e operai, ma più frequentemente svolgono attività di supporto alle famiglie come ad esempio il lavoro di assistenza agli anziani o i servizi domestici casalinghi per i quali se i contratti ci sono, quando ci sono, sono precari, di breve durata o di facile e veloce licenziamento. 

Questo è un problema che persiste e continua a peggiorare invece che migliorare.

In ogni caso seppur provvisori i dati Istat sottolineano comunque diversi aspetti da analizzare, vediamo quali.

Disoccupazione di lavoratori autonomi

Non c’è distinzione tra il dato che riguarda l’occupazione dipendente da quella autonoma. 

Dei 101.000 posti andati in fumo, sono stati 79.000 quelli di coloro che a dicembre avevano un’occupazione indipendente (lavoratori autonomi, liberi professionisti, imprenditori individuali). 

Lo stesso dato rapportato a dicembre 2019 mostra che su 444.000 posti persi, la stessa tipologia di lavoratori è calata di 209.000 unità.

Se pensiamo ai lavoratori autonomi pensiamo ad esempio a coloro che avevano una Partita Iva, oppure una ditta individuale, magari con qualche dipendente collaboratore, e che con la crisi (ad esempio i ristoratori la categoria maggiormente colpita dai fermi dei vari Dpcm) hanno dovuto mettere in cassa integrazione i propri dipendenti e ridurre sensibilmente gli incassi. 

Qualcuno non ce l’ha fatta, qualcuno si è visto bruciare investimenti, vanificare sforzi, è stato costretto a chiudere attività che magari perduravano da decenni, altri ancora stringono i denti ma a fatica.

Famiglie di liberi professionisti in cui l’unica fonte di reddito era ad esempio la propria attività consulenziale, con le aziende in forza lavoro ridotta, sono stati i primi ad essere tagliati.

E così tanti altri esempi.

Disoccupazione di lavoratori dipendenti

Non è andata meglio ai lavoratori disoccupati con contratti di lavoro dipendenti. La sofferenza si attesta intorno a un meno 235.000 unità

I più colpiti i lavoratori con contratti a termine, da dicembre 2019 sono diminuiti di 393.000 unità. Praticamente chiuso il contratto non c’è stato motivo di rinnovo.

Il dato confortante riguarda invece l’incremento di lavoratori dipendenti permanenti, che in un anno sono cresciuti di 158.000 unità. Anche se c’è da capirne le ragioni, forse sono più intrinsecamente legate al blocco dei licenziamenti rinviati con la Legge di bilancio n.178 del 2021 che ha determinato una proroga al 31 marzo di quest’anno, e forse anche all’istituzione della cassa integrazione in supporto delle aziende in sofferenza.

Sempre nel mese di dicembre è interessante il dato sulle ore pro capite lavorate durante la settimana, se calcolate sul numero complessivo degli occupati, sono pari a 28,9, ovvero 2,9 ore in meno rispetto al dato del mese di dicembre del 2019. 

Se si entra nello specifico e si parla di lavoro dipendente la differenza si attesta intorno a 2,5 e l’ammontare settimanale scende a cifra tonda 28,0.

Disoccupati, inoccupati in cerca di lavoro

Il tasso di disoccupazione in ogni caso sale e passa ad un aumento di 0,2 punti percentuali, per confermarsi a dicembre al 9,0%, il tasso di occupazione scende sempre di 0,2 punti, il che lo fa arrivare al 58%. 

In Italia il numero complessivo dei disoccupati (che comunque sono in cerca di una occupazione) raggiunge la quota di 2.257.000 persone, 34.000 in più rispetto al novembre scorso e 222.000 in più rispetto alla fine del 2019.

Sono una enorme fetta anche coloro che hanno perso la volontà di cercare un’occupazione, gli inoccupati

Il mondo del lavoro restituisce poche opportunità, sono sempre più tecniche le professioni ricercate e scarsi i percorsi di formazione atti a sopperirle. 

Scoraggiati dalle possibilità di cercarlo in dodici mesi, si sono arenati tra i 15 e i 64 anni, ben 13.759.000 di persone un +42.000 rispetto a novembre e un +482.000 rispetto a dicembre 2019 (il 3,6% in più).

La fiducia nel trovare un’attività li ha messi in una condizione di stallo. Eppure la fiducia e la speranza nella ripresa ci sono nella testa degli italiani perché il numero delle persone che perseverano nella ricerca attiva del lavoro continua a crescere +1,5% ovvero +34.000 persone che in modo abbastanza generalizzato non demordono. 

Solo tra i giovani in età compresa tra i 15 e i 24 anni si osserva una diminuzione, ma gli altri persistono, si candidano, ci provano, investono.

Il dato è migliore per gli uomini i più tenaci, mentre le donne restano allo stato inattivo con +42.000 unità a prescindere dalla loro età, ma con presenze maggiori tra i 15 e i 24 anni e i 35 e 49 anni, lasciando un po’ di respiro alla fascia intermedia. E’ come se una donna su due non lavorasse. 

Occupazione giovanile

Se le donne sono le figure più colpite, anche i giovani non sono da meno il 29,7% è disoccupato (+ 0,3%), superiamo i due milioni di persone coinvolte.

Se parliamo di giovani che non studiano e non lavorano, l’Italia è molto indietro rispetto all’Europa. La fascia d’età riguarda ragazzi tra i 15 e i 29 anni, ed è quasi il doppio della situazione europea.

Dai dati Istat di Luglio 2020 emergeva già un 22% di disoccupazione dei giovani italiani, con il problema concentrato prevalentemente nel sud Italia, ma non del tutto.

I motivi? Molteplici. Non lavorando e non studiando, calano le competenze, si è meno competitivi e si avanza con l’età senza avere di base una formazione studentesca di valore o un apprendimento sul campo attraverso il lavoro, che dia supporto al proprio curriculum.

E’ anche noto che per lavori maggiormente qualificati, che potremmo definire anche sovra-qualificati, la tendenza dei giovani italiani con una laurea e un master è quella di recarsi a lavorare all’estero, dove le opportunità sono più numerose, e dove viene valorizzato maggiormente il proprio titolo di studio o il proprio percorso formativo.

Chi resta, non risulta attraente per coloro che dall’estero guardano l’Italia, né è facile riuscire anche banalmente ad impiegarsi in modo stabile, dato che la media di laureati è davvero bassa rispetto ai coetanei d’oltralpe. 

Solo il 27,6 % di coloro che ha iniziato la carriera universitaria è riuscito a portare a casa una laurea completandola in tarda età tra i 30 e i 34 anni, peggio di noi solo la Romania con il 25,8%, mentre in Europa siamo intorno al 40% secondo i dati Eurosat della scorsa primavera.

Ancora più disastroso è il tasso di abbandono degli studi che in Italia è del 13,5%, mentre i più virtuosi per tasso di abbandono in Europa sono stati i nostri vicini di casa Croati che non hanno superato il 3%.

Altro fattore che certo non aiuta una ripresa sana del lavoro, è la forte presenza del lavoro illegale, quello sommerso, che in Italia è certamente molto diffuso. Questo altera non di poco i dati complessivi. 

Spesso un giovane lavoratore, inizia già a lavorare, ma viene poi regolarizzato solo in tempi successivi, quando va bene. A volte inizia all’interno della ditta di famiglia, e a seguire viene convertito ad un posto regolare, se tutto procede per il meglio. Ma se di mezzo ci si mette anche la pandemia, invece che calare, potremmo anche vedere aumentare situazioni di sfruttamento o evasione.

Come ne usciremo? Le domande sono tante e le risposte davvero poche. Al momento i dati parlano chiaro, la pandemia e diversi fattori concomitanti preesistenti hanno fatto crollare alcune false strutture su qui per diversi anni almeno dagli anni ’80 sino ad oggi, si è retto il sistema lavorativo del nostro paese.

Adesso siamo di fronte allo stato reale dei fatti, e non possiamo illuderci che non possa andare anche peggio se non cambiamo registro.

Se non investiamo in un’istruzione raggiungibile in tempi veloci per i nostri giovani, se non permettiamo loro di studiare e aggiornarsi in materie veramente utili e competitive, se non riusciamo a semplificare la burocrazia e se non abbassiamo le tasse per far ripartire l’occupazione e tanti altri se... potremmo peggiorare, ma se lo vogliamo possiamo farcela a invertire la rotta, dobbiamo farlo... Covid-19 permettendo.