Secondo recenti sondaggi, quella che potremmo definire come l’ “onda antieuropeista” predilige da tanto tempo il divorzio tra l’Italia e l’Unione Europea, facendosi via via sempre più forte e decisa.

Stanca delle politiche di eccessiva austerità, della discussa regolamentazione delle emergenze migratorie e della continua inadempienza del governo che le è “padrona”, l’opinione pubblica tifa per un’Italia diversa.

Un’Italia indipendente, che evade le convenzioni dell’Unione Europea e che potrebbe avvicinarsi all’esempio dato dalla Gran Bretagna con l’adozione dell’ormai nota Brexit.

Da questo momento in poi, infatti, la percentuale dei favorevoli a questa nuova spaccatura supera il 60%.

Si tratta di un’opionione pubblica mossa da un grande senso di sfiducia.

Una sfiducia che, in parte, è data dalla profonda insoddisfazione legata alla gestione dell’emergenza sanitaria e dalla mancata solidarietà degli altri stati membri, in parte, connessa alla crisi finanziaria e al debito sovrano.

I cittadini italiani si sentono abbandonati, discriminati e delusi e per questo chiedono forse l’unica soluzione che potrebbe salvare il Bel Paese: l’Italexit.

Non tutti considerano però il duplice effetto che questa decisione potrebbe comportare. Ecco perché ora lo valuteremo e ci ragioneremo insieme.

Favorevoli e contrari:

Ultimamente si sente spesso parlare di una possibile profonda frattura tra l’Italia e l’Europa, un’idea che parte dalle forze politiche “sovraniste” le quali sostengono così un ritorno alla normalità e ad un benessere sia economico che commerciale.

Dall’altra parte però, vi è una parte di opinionisti che alzano la mano e ribattono dicendo che:

“uno scenario simile potrebbe causare il fallimento dell’Italia, l’impossibilità di pagare gli stipendi e garantire i prelievi di denaro”

A chi dovremmo dare ascolto?

Ci sono molti aspetti da valutare ma partiremo da quelli più importanti per dare uno sguardo più esteso al quadro generale.

Lira vs Euro, una questione di valuta:

Quando si parla di soldi, non si scherza.

Sin dalla nascita della Rivoluzione Industriale, i soldi sono sempre stati la beninza che “nutre” e da forte spinta al motore economico-finanziario delle Nazioni.

L’avvento reale e tangibile dell’Euro, nato nel 1999 ed entrato nelle case dei cittadini italiani tre anni dopo, ne è una prova:

“la sua introduzione in ben 12 paesi dell’Unione Europea ha rappresentato un evento storico che ha richiesto anni di accurata programmazione e meticolosi preparativi nonché valutazioni concernenti i rischi e la corretta comunicazione”

Diventato una moneta obbligatoria e ordinatamente integrata dopo 10 lunghi anni di studi e numerosi passaggi produttivi.

La sua dismissione da parte dell’Italia e l’adozione di quella che potremmo chiamare la “Nuova Lira” comporterebbe la nascita di problemi di un certo calibro.

Essendo l’Italia un Paese che da tempo soffre di indebitamento a causa delle sue politiche e crescita bassa:

“la sua Nuova Lira perderebbe subito e rapidamente valore nei confronti di una moneta come l’Euro, che è invece la moneta di un gruppo di paesi molto ricchi e tra i più solidi al mondo”

I nostri risparmi subirebbero un danno immediato.

Ci troveremmo tutti a dover ricorrere ad un prelievo quasi immediato per preservarne il valore in euro, convetendoli successivamente in nuove lire.

A lungo andare, questa situazione causerebbe un eccessivo fuggi fuggi generale, i prelievi non sarebbero più possibili per tutti e le banche non potrebbero rimborsare tutti i conti correnti dichiarando così fallimento.

In più, ne risentirebbero anche i mercati finanziari, il tasso di inflazione crescerebbe e intaccherebbe i risparmi.

Lo stato dovrà per forza di cose acquistare l’euro per ripagare i creditori.

Automaticamente, se l’Italia non riuscisse ad onorare il proprio debito, capirete da soli che sarebbe difficile avere soldi in prestito dagli altri Paesi del mondo.

Cosa accadrebbe al commercio internazionale:

Se dal punto di vista economico-finanziario la scomparsa dell’euro non è la scelta migliore, dal punto di vista commerciale il ritorno alla lira potrebbe portare molti vantaggi.

Grazie alla svalutazione competitiva, la Nuova Lira consentirebbe la stimolazione delle esportazioni poiché renderebbe più convenienti e appetibili i nostri prodotti piuttosto che quelli stranieri.

Però c’è un “ma”.

Sebbene l’Italia continui a rimanere in contatto commerciale con il resto d’Europa, essendone fuori si ritroverebbe a pagare maggiormente i prodotti esteri e questo si riverserebbe sulle imprese.

Queste dovranno sostenere costi più alti e infine, alzeranno i prezzi di conseguenza rientrando perfettamente nel termine “inflazione”.

Cosa accadrebbe all'occupazione:

Il settore dell’occupazione è uno dei più delicati del nostro Paese.

Garantire un posto di lavoro ad ogni cittadino italiano è un’impresa non da poco e la svalutazione competitiva di cui abbiamo parlato poco fa entra nel merito anche in questo caso:

“Solo una sovranità monetaria può condurre alla piena occupazione e la svalutazione competitiva stimola un aumento di domanda che si traduce in maggiore ricchezza e posti di lavoro

ma se l’aumento delle esportazioni innesca l’aumento dei prezzi allora tutto si complica:

“Un calo del PIL si tradurrebbe nel calo dei livelli di occupazione”

Quando entra in gioco la disiguaglianza, la faccenda scotta:

Un altro ambito da considerare ma che esce dalla nostra analisi tecnica, è rappresentato dalle disuguaglianze sociali, che a causa dell’uscita dell’Euro vedrebbero un aumento delle discriminazioni anzichè un loro contenimento.

L’inflazione infatti rischierebbe di mettere in difficoltà quelle tipologie di reddito che non solo sono meno abbienti ma che contro di questa, non hanno alcuna difesa.

Non parliamo solo di una distinzione tra ricchi e poveri d’Italia ma delle due Italie che la compongono:

“La svalutazione competitiva concentrerebbe i suoi benefici sulle imprese del nord italia che già hanno un volume di esportazioni del 90% creando un divario con quella del meridione”

Fuori dall'Unione Europea, fuori dai vincoli:

L’Italia fa parte del Patto di bilancio Europeo, altresì chiamato Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria, approvato il 2 marzo 2012 da 25 stati membri dell’Unione Europea.

La finalità di questa convenzione è :

“coordinare le politiche di bilancio degli stati membri della zona euro per facilitare il completamente dell’integrazione europea”

Se l’Italia potesse sottrarsi a questi vincoli, la spesa sociale crescerebbe allentando il freno messo all’investimento del paese ma:

“ lo scetticismo dei mercati provocherebbe difficoltà nel rifinanziamento del debito aumentando i tassi di interesse ed erodendo il valore delle obbligazioni”

Strada a senso unico oppure no?

Uscire dall’Europa come avete visto è ,in tutti i casi esaminati, davvero molto difficile soprattutto dal punto di vista legale.

Le probabilità di riuscirsi sono praticamente nulle perchè visto che la presenza dell’Italia è garantita da trattati di natura nazionale ed internazionale,il superamento di questi da il via ad un percorso fatto da procedure giuridiche che richiedono del tempo.

Quindi vi propongo questa domanda: 

Secondo voi sarebbe conveniente vivere in un Paese in cui il commercio d’esportazione e il turismo trarrebbero benefici, ma tutto ciò che proviene da fuori e di cui godiamo ora verrebbe considerato un lusso?

Converrebbero convivere con il rischio di fallimento sempre presente e la svalutazione dei vostri risparmi come condizione giornaliera?