La Modern Monetary Theory è solo l'ennesima variazione

Stephanie Kelson, una delle maggiori rappresentanti della Modern Monetary Theory, ha di recente pubblicato un libro in cui spiega la sua teoria economica. Questo articolo esamina ed indaga le basi fondamentali della MMT, che tra l'altro sono state spiegate dalla Kelton in un precedente video rilasciato l’anno scorso.

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Stephanie Kelson, una delle maggiori rappresentanti della Modern Monetary Theory, ha di recente pubblicato un libro in cui spiega la sua teoria economica. Questo articolo esamina ed indaga le basi fondamentali della MMT, che tra l'altro sono state spiegate dalla Kelton in un precedente video rilasciato l’anno scorso.

Introduzione

La Macroeconomia è diventata una vera e propria religione, la quale è tal punto aliena dalla realtà che i suoi adepti non riescono minimamente a concepire l'esistenza di un'economia reale; un fatto – questo – che non è mai stato così ovvio quanto oggi. Sebbene i macroeconomisti si ritengano essere degli esperti di economia, in realtà sono alla mercé di coloro che li tengono sul libro paga: un misto tra istituzioni statali ed istituzioni finanziarie con un non così velato interesse affinché non si indaghi a fondo le conseguenze delle politiche fiscali e monetarie. L’ultima creatura nata in questo mondo neokeynesiano è la “Modern Monetary Theory”, ossia la teoria che – in virtù della sua giustificazione all’intervento statale e all’espansione della quantità di valuta fiat – non rappresenta altro che la logica estensione del keynesismo.

Il libro di Stephanie Kelton, intitolato “Il mito del deficit: la Modern Monetary Theory e la nascita dell’economia per il Popolo”, è stato dato alle stampe martedì 9 giugno: “La brillante spiegazione della MMT cambierà radicalmente la nostra comprensione di come possiamo affrontare delle questioni importanti che spaziano dalla povertà, passando per la disuguaglianza e alla creazione di posti di lavoro, fino all’ampliamento della copertura del sistema sanitario, il cambiamento climatico e la costruzione di infrastrutture solidissime”.

Questa è la prima parte della descrizione che Amazon fa del libro. Se queste pretese di universalità fossero vere, i problemi economici del mondo potrebbero essere risolti facilmente; tuttavia dobbiamo mettere da parte le frasi commerciali e studiare la MMT in modo molto più serio.

La spesa in deficit è la soluzione della MMT ad ogni cosa

Un saggio breve sul tema non renderebbe giustizia ai temi esposti in un libro appena uscito (e, in questo senso, esistono dei revisori selezionati che ottengono delle copie in un tempo congruo per effettuare tale lavoro); pertanto mi limiterò a commentare la spiegazione che la Kelton ha fornito circa la MMT in un video del marzo 2019, mandato in onda dalla CNBC. Dal momento che stiamo dissertando di teoria economica, dovrebbe essere valido ancor oggi come si presume lo fosse un anno fa. Quindi possiamo presumere che il suo libro non sia altro che un’estensione dei punti trattati in quel video.

Se tali presupposti non sono giusti, allora il resto della teoria può tranquillamente essere ignorato e possiamo altresì asserire che il libro non fa altro che confondere i suoi lettori. Nel presente articolo andrò a rispondere a ciascuno dei punti trattati in quel video. Un ultima nota circa la notazione usata e le citazioni: “SK” sta per “Stephanie Kelton” e citerò alla lettera le sue parole, alle quali seguirà un breve commento.

SK

La MMT parte da una semplice assunto: il dollaro statunitense non è altro che un monopolio dello stato. In altre parole, la valuta degli Stati Uniti deriva dal governo statunitense e non può derivare da nessun’altra fonte. Quindi il significato di tutto ciò è che il governo federale non è come una qualsiasi famiglia o come qualsiasi privato. Se un’azienda privata o una famiglia volessero spendere, devono – prima di tutto – raccogliere del denaro, giusto? E il governo federale non può mai sperimentare una scarsità di moneta, non può mai affrontare un problema di insolvenza con delle obbligazioni che non può ripagare. In sintesi, non deve preoccuparsi affatto del raccogliere denaro per poter spendere.

Commento

In altre parole, la MMT è una riedizione della teoria della moneta statale resa famosa da George Knapp nel 1905; una teoria che, allo stesso tempo, ha permesso a Bismarck di finanziare la costruzione dell’arsenale militare tedesco prima della Grande Guerra, la quale – a sua volta – ha comportato l’iperinflazione tedesca che nel 1923 distrusse il marco. Non c’è alcuna novità in questa teoria, la quale presenta dei contenuti che sono stati da sempre sbandierati dagli inflazionisti di tutte le risme fin dalla prima apparizione delle valute fiat.

L’argomento in questa sede è un trucchetto molto usato dagli economisti per far credere ai loro interlocutori che la macroeconomia sia qualcosa che si trovi su un piano diverso (più alto) rispetto all’azione umana. L’asserzione secondo cui le finanze pubbliche si trovano a dover rispondere a regole completamente diverse rispetto a quelle private è vera solo se uno stato può coprire la sua spesa in deficit con l’espansione dell’offerta di moneta fiat. In ogni altro aspetto, la dinamica delle finanze pubbliche è regolata dalle stesse leggi finanziarie e monetarie che valgono per il resto degli esseri umani.

Ma lo stato non può stampare moneta indefinitamente: tale pratica può al massimo spostare il momento in cui la sua insolvenza diviene manifesta e solo nella misura in cui può sottrarre ricchezza dalla popolazione mediante la svalutazione della moneta. Più lo stato inflaziona, più deve farlo; fino al punto in cui – alla fine – si presenta il conto.

SK

Quindi il deficit alla fine importa: solamente che non come siamo stati abituati a credere. Penso che le persone ritengano il deficit come qualcosa da dover evitare a tutti i costi, pensano che non dovremmo fare deficit in quanto prova di irresponsabilità fiscale. Ma la verità è che il deficit può essere troppo grosso, la cui prova sarebbe fornita dalla presenza di inflazione.

Commento

Qui la Kelton sta presumendo che lo stato possa controllare il grado di deficit finanziato con l’espansione monetaria. Ma lo stato potrebbe essere paragonato ad un tossico: una volta nel gorgo del denaro facile usato come pagamento per i propri debiti, è difficile farlo smettere dall’usare la droga monetaria quale fonte primaria di entrate.

Quello che la Kelton non ci dice è che il finanziamento inflazionistico della spesa pubblica comporta un costo: il trasferimento di ricchezza da coloro che hanno dei risparmi e dei redditi fissi in denaro fiat. I beneficiari di questa pratica sono il governo, le sue agenzie e gli "amici degli amici" (di solito le banche commerciali e le grandi imprese). In altre parole, la svalutazione della moneta mette in difficoltà le stesse persone che i suoi propugnatori pretendono di aiutare.

Definendo l’inflazione come un “aumento generale del livello dei prezzi”, la Kelton presuppone che fino a che tali aumenti sono abilmente celati da tetti massimi agli stessi, lo stato può espandere la quantità di moneta a suo piacimento. Tuttavia tale affermazione è valida solo se lo stato è capace (o abbia la volontà politica) di restringere la quantità di offerta di moneta qualora l’obiettivo prefissato venisse raggiunto.

Tra l'altro quest’ultimo punto si è dimostrato storicamente non vero, e ciò viene provato dal fatto che è stato cambiato il metodo statistico con il quale viene calcolata l’inflazione, il che ha reso necessario trovare un metodo alternativo. I calcoli realizzati da Shadowstats e dal Chapwood Index ci fanno concludere che il livello generale dei prezzi sia cresciuto ad un ritmo annuale molto più vicino al 10%, piuttosto che all’1,5 o al 2% (il tasso calcolato dagli econometrici al soldo del governo statunitense). Se prendiamo per buone queste stime indipendenti, l’evidenza ci mostra che l’inflazione può essere nascosta e quindi la proposizione della Kelton può essere invalidata.

Su qualsiasi piano lo si voglia analizzare, questa tesi della Kelton risulta essere completamente fallace. Per dirla in altro modo, l’inflazione non consiste né può essere misurata dal tasso di aumento del livello generale dei prezzi quanto piuttosto dal tasso di incremento della quantità di moneta. Un aumento nel livello generale dei prezzi è un sintomo e non la causa dell’inflazione. Questa parzialità nelle definizioni, qualche volta presa per buona inconsciamente (mentre altre volte in malafede), impedisce una profonda comprensione del fenomeno inflazionistico. Prendendoci in giro – e facendo la stessa cosa con sé stessa – la Kelton non sta facendo altro che dare credito alle teorie propagandate dagli economisti mainstream.

SK

Tuttavia il deficit può anche essere troppo piccolo per sostenere la domanda nell’economia, e il segnale è la presenza di disoccupazione. Quindi se per un attimo pensate al deficit statale come ad una differenza tra ciò che il governo spende e ciò che tassa, possiamo fare l’esempio di un governo che spende $100 nell’economia statunitense e tassa solo per $90. Questa differenza è ciò che noi chiamiamo deficit, registrato nei bilanci statali di fine anno. Quello che spesso dimentichiamo di fare è vedere che fine fanno quei $10, i quali sono ora in circolazione nell’economia grazie al deficit statale, senza il quale – probabilmente – sarebbero finiti da qualche altra parte.

In altre parole, i deficit statali diventano i nostri surplus: quello che loro segnano in nero (le entrate) diventano le nostre uscite, così come quello che loro segnano in rosso (ossia le uscite) diventano le nostre entrate. Dobbiamo ricordarci di tutto ciò e porci, quindi, una semplice domanda: dovremmo forse espandere la politica fiscale? Bisogna fare dei deficit sempre maggiori per stimolare la crescita economica?

Commento

Credere che il deficit sia una soluzione alla disoccupazione è una teoria tanto diffusa quanto errata. Lo stato non ha la conoscenza imprenditoriale per allocare i beni capitali allo scopo di soddisfare i desideri dei consumatori e, per tale ragione, finisce sempre per soddisfare dei fini che sono diversi da quelli economici. Oltretutto, impiegando le risorse con logiche diverse da quelle di mercato (che, al contrario, allocano le risorse nel modo più efficiente), l’intervento statale si traduce sempre in un fardello per l’economia nel suo complesso, riducendo il potenziale economico di una società.

I macroeconomisti di tutte le risme credono che la spesa in deficit riesca a stimolare l’economia; questo perché non capiscono che l’espansione monetaria mette in moto il ciclo del credito. L’idea keynesiana era quella di usare la spesa in deficit allo scopo di ridurre l’impatto di un ciclo economico negativo e ridare fiducia agli imprenditori affinché tornassero ad investire. La riduzione nel rischio dell’attività creditizia incoraggia le banche ad espandere il credito, un mezzo di espansione monetaria autorizzato dallo stato. Invariabilmente i banchieri diventano avidi e quando il boom arriva alla fine della sua corsa, cominciano a realizzare che si sono accollati un rischio eccessivo. Quindi l’avidità dei banchieri si trasforma rapidamente in paura e il credito bancario si contrae, portando il sistema economico al bust.

È da circa due secoli che avviene questo processo e una riforma strutturale dell’intero sistema bancario rappresenta una parte della soluzione, il cui completamento consiste nel perseguimento – da parte dei governi – di politiche di bilancio prudenti piuttosto che pericolose manovre che altro non fanno che peggiorare l’esplicitarsi del ciclo del credito.

La tesi di base dietro quella che si configura come una vera e propria “fede macroeconomica” è che lo stato possa dare dei fondi al settore privato che – in altre condizioni – non avrebbe ricevuto. Tuttavia tutto ciò è una pura finzione. Supponiamo che il deficit venga finanziato dai risparmiatori: in questo caso l’economia soffre per la mancanza di fondi da destinare agli investimenti (i quali sarebbero quindi stati usati in un modo molto più produttivo); il regalo di $10 ipotizzato dalla Kelton non è altro che una mera redistribuzione degli stessi, in quanto finanziati dai risparmiatori. Alternativamente, se il deficit viene finanziato da un’espansione dell’offerta di moneta, la popolazione nella sua totalità paga per questo deficit scontando la perdita di potere d’acquisto dovuta alla svalutazione della moneta.

SK

Quindi il giusto obiettivo della politica economica è quello di mantenere un’economia saldamente ancorata alla piena occupazione. Voi vi preoccupate di un’accelerazione nell’inflazione, ma gli economisti di tutto il mondo ritengono che a stimolare la crescita a lungo termine siano gli investimenti in cose come l'istruzione, le infrastrutture, la ricerca e lo sviluppo. Queste sono tutte cose che tendono ad accelerare la crescita della produttività in modo che il PIL reale possa essere, nel lungo termine, più elevato.

Lo stato può fare degli investimenti oggi, e quindi aumentare momentaneamente i deficit, e trovare dei modi per produrre di più nel futuro e infine ripagarlo.

Commento

La Kelton sostiene che lo stato dovrebbe ancorare l’economia alla piena occupazione. Al di là della nozione molto scivolosa insita nel concetto di “economia bilanciata”, costei sembra soprassedere circa l’esposizione di molte verità scomode. La prima è quella contenuta nella Legge di Say (che, come la maggior parte dei neokeynesiani, viene rigettata dalla Kelton), la quale descrive in che modo e perché operiamo in un sistema di divisione del lavoro e quindi perché ci specializziamo nella produzione di ciò che sappiamo fare meglio allo scopo di soddisfare i nostri bisogni e desideri. Ne consegue da questa Legge che se uno stato sottrae risorse derivanti dalla divisione del lavoro per mezzo della tassazione, spendendo tali soldi in ciò che esso (e non i consumatori) vuole e svalutando il mezzo di scambio mediante il quale tale divisione è possibile, allora il processo di miglioramento dell’essere umano è inevitabilmente compromesso.

Non c’è bisogno dello stato per fornire istruzione, per costruire infrastrutture, o per operare nell’ambito della Ricerca&Sviluppo, attività che sono eseguite in maniera molto più efficiente da individui singoli desiderosi di cooperare gli uni con gli altri. I benefici di lungo termine, che vengono descritti dalla Kelton in termini di “produttività” o di “PIL reale”, non sono l’occupazione primaria dello stato. Con riferimento alla produttività, essa è compito degli imprenditori che – in un’economia libera – non fanno altro che cercare l’uso più efficiente dei beni capitali (tra i quali c’è anche il lavoro).

Il PIL, inoltre, è soltanto una somma monetaria; e il deflatore che restituisce il “PIL reale” non serve a nessun altro scopo se non a quello di definire l’inflazione come un aumento nel livello generale dei prezzi. E perfino quest’ultima statistica è soggetta alla discrezionalità degli stati: se il tasso d'inflazione vero fosse vicino a quello calcolato da statistici indipendenti, come quelli succitati di Shadowstats e Chapwood Index, la prova dell’ampiezza del trasferimento di ricchezza dall’economia produttiva allo stato sarebbe visibile a tutti.

Nello stabilire un livello appropriato di finanziamento a deficit, la Kelton sostiene che lo stato possa “assicurarsi che non vi sia un'accelerazione dell’inflazione”; non solo non esiste alcuna prova al riguardo, ma è anche contraddetta dal fatto che le banche centrali stanno tutte inflazionando senza limite alcuno.

SK

Alla fin fine, quindi, è impossibile stabilire una precisa cifra al deficit da fare. Nessuno può sapere il punto oltre il quale il debito è “troppo”. Se guardiamo ai dati attuali del Giappone, possiamo osservare una nazione il cui rapporto debito/PIL ha raggiunto il 240%, dei numeri sicuramente superiori rispetto a quelli osservati oggi (o addirittura previsti) per gli Stati Uniti. E quindi la questione verte su come il Giappone possa sostenere un debito di questa magnitudine. Non dovrebbero avere un problema di inflazione? Non dovrebbero esserci, in conseguenza di ciò, dei tassi d'interesse più alti? Non dovrebbe tutto questo, in qualche modo, portare ad una distruzione totale del sistema economico? La risposta a tutte queste domande, come il Giappone ci dimostra da anni, è semplicemente una: no. Il rapporto debito/PIL del Giappone è vicino al 240%, quasi un quadrilione: è un numero davvero grande e nonostante ciò i tassi a lungo termine sono vicini allo zero. Non c’è alcun problema di inflazione e quindi – nonostante le dimensioni del debito – non ci sono conseguenze negative per l’economia. Penso che il Giappone ci impartisca un’importante lezione.

Commento

Dopo la Seconda Guerra Mondiale vennero messi in piedi due sistemi monetari di successo:  quello della Germania (prima che confluisse nell’Eurosistema) e quello del Giappone. Entrambi condividevano le medesime caratteristiche: l’incoraggiamento e la preservazione dei risparmi, fattore che fu di vitale importanza nell’impostare la strada per la ripresa nel dopoguerra. La Germania ed il Giappone non adottarono politiche interventiste e perseguirono – in linea generale – delle politiche orientate al mantenimento di un denaro sano ed onesto. Gli osservatori esterni li ritenevano due esempi di miracoli economici, se comparati con la stagnazione tipica delle economie keynesiane e socialiste (tutte perse, queste, a procedere con una massiccia redistribuzione della ricchezza). La popolazione giapponese ha ancora una forte etica del risparmio, il che significa che quando la Banca Centrale giapponese espande l’offerta di moneta essa viene detenuta in banca dalla popolazione nel momento in cui la riceve: in questo modo vengono alimentati gli investimenti invece che l’inflazione dei prezzi dei beni di consumo. Questa è la ragione per cui il sistema economico del Giappone, nonostante le migliori [in senso ironico, ndt.] intenzioni dello stato per inficiarlo, mostra una piccola inflazione nei prezzi di consumo e una relativa stabilità.

Usare il modello giapponese come base per effettuare una comparazione con l’economia statunitense è un esperimento molto pericoloso.

SK

Pensate a cosa è successo dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando il rapporto debito/PIL degli USA era vicino al 125%. Se dovessimo parlarne nei termini in cui siamo abituati a parlarne oggi, dovremmo dire che si trattava dell’imposizione di un fardello economico sulle generazioni future, una pietra tombale sulla sicurezza della Nazione e tutti dovevamo strapparci i capelli e dire: "Pensiamo davvero che i nostri nonni siano un peso sulla generazione successiva a causa di tutti quei titoli di stato venduti durante la seconda guerra mondiale per vincerla e costruire la classe media più forte? Davvero pensiamo che sia un peso tutto ciò che ha prodotto il periodo più lungo di prosperità in tempo di pace?". È stata l’era d’oro del capitale: tutto ciò è nato sulla scia della seconda guerra mondiale la quale, aumentando in modo massiccio i deficit, ha aumentato l’ammontare del debito nazionale. E, naturalmente, la generazione successiva ha ereditato questi debiti; essi non sono oneri per costoro: i titoli di stato diventano i loro asset.

L'unico rischio potenziale con l'aumento nel tempo del debito nazionale è l'inflazione; e nella misura in cui non credete che gli Stati Uniti abbiano un problema di inflazione a lungo termine, non dovreste credere che gli Stati Uniti stiano affrontando un problema di debito a lungo termine.

Commento

È vero che durante la Seconda Guerra Mondiale il debito USA si sia enormemente espanso, ma ancora una volta la Kelton tralascia di dire alcuni fatti importanti (ed inconvenienti). In conseguenza del Piano Marshall e di altri finanziamenti effettuati nel dopoguerra da parte degli Stati Uniti – molti dei quali vennero erogati per tenere fuori le nazioni emergenti dalle grinfie e dalla sfera d'influenza dell’URSS – le aziende americane espansero le loro attività all’estero riportando poi indietro ricchezza, negli Stati Uniti. Venivano stampati dollari per le operazioni di export e non solo per ripagare i debiti fatti con guerre costosissime come quelle in Corea ed in Vietnam. Questo gioco di prestigio venne completamente messo a nudo alla fine degli anni Sessanta, quando il London Gold Pool rimase senza oro.

L’accordo di Bretton Woods del 1944 legò il dollaro all’oro, permettendo alle banche centrali estere ed a certe organizzazioni transnazionali di domandare oro (in cambio di dollari) contenuto nei forzieri del Tesoro USA al tasso ufficiale di cambio a $35. Dopo l’implementazione dell’accordo, nel 1945, il Tesoro statunitense aveva ammassato 17.848 tonnellate d’oro; ammontare che nel 1950 raggiunse il totale di 20.279 tonnellate. Nello stesso anno l’offerta d'oro già estratta era stimata a 51.760 tonnellate, delle quali 31.096 erano usate per scopi monetari.

In altri termini, nel 1950 gli Stati Uniti godevano di una posizione di monopolio sull’oro, visto che detenevano il 40% dell’offerta di metallo giallo già estratto. Questo permise agli Stati Uniti di nascondere i sintomi inflazionistici di un’espansione monetaria, a spese – ovviamente – delle loro riserve d’oro. La credenza secondo cui l’espansione del debito (che rappresenta un sintomo dell'espansione dell’offerta di moneta) sia stata e continui ad essere una forza benigna è quindi viziata alla radice; un fatto – questo – diventato particolarmente evidente nel momento in cui il presidente Nixon, nell’agosto 1971, annunciò la fine dell’accordo di Bretton Woods, evento a partire dal quale il dollaro ha perso il 98% del suo potere di acquisto.

Oggi siamo privi della stabilità monetaria che veniva a stento preservata da quella foglia di fico di convertibilità in oro rappresentata dagli accordi di Bretton Woods; e le conseguenze quali l’esplosione a livelli astronomici dei debiti sovrani espressi in ogni valuta, ossia la politica economica sostenuta dalla MMT, finiranno per essere molto diverse da quelle avutesi nei periodi post-bellici.

Quanto alla convinzione che, nel lungo termine, gli Stati Uniti non debbano affrontare un problema di debito ed inflazione, gli eventi attuali stanno indebolendo la veridicità di questa supposizione.

SK

Quindi la miglior difesa contro l’inflazione è l’attacco, ossia ciò che la MMT si propone di diventare; non a caso ritengo che essa sia estremamente sensibile ai rischi dell’inflazione. Non vedo nessun'altra scuola di pensiero macroeconomico che ponga una così grande attenzione ai rischi dell’inflazione come facciamo noi.

Commento

La Kelton sembra contraddirsi in questa parte. Il contesto suggerisce che costei stia lanciando offese contro coloro che sono preoccupati dei rischi inflazionistici insiti nelle teorie della MMT. Tutto ciò sostenendo che la MMT stessa sia estremamente sensibile nei confronti dei problemi che sono impliciti nelle ricette di politica economica che essa stessa propone.

Come detto precedentemente, la corretta definizione del fenomeno inflazionistico è un’espansione della quantità di moneta e non del suo più o meno misurabile effetto sui prezzi. La pretesa della Kelton di essere “estremamente sensbile” non può essere presa sul serio, a meno che essa non abbia come oggetto la quantità di moneta, non i prezzi.  Ma il fatto che abbia detto che la sua scuola di pensiero si preoccupa dell’inflazione più di quanto facciano le altre scuole, espone queste ultime – in maniera del tutto corretta, per altro – ad essere identificate come “inflazioniste”.

Su questo piccolo dettaglio possiamo essere d’accordo con la Kelton, sebbene ella sbagli nel non menzionare l’esistenza della Scuola Austriaca (in particolare, quella parte di teoria Austriaca esposta in maniera magistrale da Ludwig von Mises, il quale – sulla base di un ragionamento deduttivo e su una solida teoria economica – condannò a più riprese le politiche inflazionistiche); omissione – questa – che può essere spiegata dal fatto che quella della Scuola Austriaca non è una scuola di pensiero del filone keynesiano. Ma la Kelton, come tutti i keynesiani, non può conoscere l’esistenza della Scuola Austriaca, figuriamoci la di questa metodologia.

SK

Quindi quello che vorremmo far passare è il seguente approccio all’economia: se – per esempio – siete membri del Congresso e state considerando un nuovo progetto di spesa, invece di pensare ai modi in cui questo nuovo progetto si aggiungerà al debito o al deficit, dovete pensare alle possibilità che questa nuova spesa possa creare inflazione. Quindi, invece di andare all’Ufficio Bilanci del Congresso e chiedere quali possano essere gli effetti di quel progetto sul debito pubblico nel corso del tempo, bisognerebbe andare lì (oppure da qualsiasi altra agenzia governativa) e dire: “Stiamo approvando un progetto miliardario per – ad esempio – realizzare delle infrastrutture. Questo è il nostro progetto di spesa che stiamo pianificando di realizzare nel corso dei prossimi cinque anni. Diteci se questo creerà qualche problema all’economia reale, valutate il rischio d'inflazione e dateci qualche risposta in merito alla fattibilità del progetto stesso”. Questo è il tipo di approccio “fiscalmente responsabile” che vorrei veder messo in pratica dal Congresso.

Commento

La Kelton sostiene che la MMT presti più attenzione al rischio d'inflazione rispetto a qualsiasi altra scuola macroeconomica, salvo poi sostenere che il Congresso sia troppo preoccupato per l'inflazione; tutto ciò è, a dir poco, incoerente.

Il problema nelle previsioni da parte dell’Ufficio Bilanci del Congresso (così come da qualsiasi altra agenzia) circa gli effetti della spesa pubblica, risiede nel fatto che i necessari calcoli economici sono effettuati da burocrati ed amministratori che sono totalmente sprovvisti dei mezzi necessari allo scopo. Oltretutto gli economisti che vi lavorano sono assunti con il preciso scopo di trovare una giustificazione teorica all’ampliamento del ruolo dello stato nell’economia, con poca (o nessuna) esperienza nei settori non finanziari dell’economia privata. Pertanto hanno una limitata comprensione dei fenomeni economici.

Quantificare il rischio d'inflazione dei prezzi – ossia la materia a cui sta facendo riferimento la Kelton – è impossibile: è ingenuo presumere che la quantità di denaro spesa in un progetto abbia degli impatti eterogenei che possano essere quantificati a priori. Presumendo, infatti, che questo progetto sia finanziato con mezzi diversi dai risparmi privati, tutta la spesa statale è in qualche misura inflazionistica e quindi diluisce il valore dell’offerta di moneta a vantaggio di alcuni ed a svantaggio di altri. Oltretutto si afferma spesso (erroneamente) che il debito pubblico acquistato dalle banche commerciali e poi non venduto alla FED rappresenti un investimento e non un finanziamento inflazionistico.

Ho dei seri dubbi sul fatto che qualche dipendente pubblico o i funzionari nel Congresso capiscano a pieno l’impossibilità di prevedere le conseguenze di una spesa in deficit, specialmente nel caso in cui queste previsioni si basano su dei modelli inappropriati. È chiaramente una cosa priva di senso economico dire che spendere mille miliardi di dollari su un progetto avrà impatti meno inflazionistici che spendere la stessa cifra su un altro.

Il Congresso preferirà sempre spingere per ottenere una maggiore spesa pubblica; e – indipendentemente da quello che possano dire l’Ufficio Bilanci o una qualsiasi altra agenzia governativa – ogni consiglio è destinato ad essere messo a tacere dalle vicende intrinseche al processo legislativo: questa è la base su cui poggia la politica, aiutata dalle politiche economiche di “pasti gratis” propugnate dalla MMT.

SK

Quindi la domanda su cosa fare se l'inflazione diventa un problema è diversa, e penso che la prima cosa che bisogna fare è identificare quale sia il fattore scatenante; questo perché pensare che l'inflazione diventerà importante in futuro in ragione del fatto che ci sono troppe spese aggregate è davvero difficile da credere. Infatti se guardiamo alla storia economica, per quasi un secolo l'economia degli Stati Uniti non ha sperimentato quella che potremmo definire come “inflazione da domanda”. I tipi di inflazione che sono stati importanti negli Stati Uniti sono quasi sempre stati dal lato dei costi: ciò che definiamo difatti inflazione da costi, o "cost-push inflation". Questo fenomeno accade a causa di cose come gli shock di prezzo del petrolio. Si potrebbero vedere aumenti dei tassi d'inflazione a causa della componente abitativa o dell'assistenza sanitaria; quindi quando si pensa a come combattere l'inflazione, se essa deriva dagli aumenti dei prezzi dell'energia, probabilmente non si otterrà molto con la politica della FED (es. rialzo dei tassi) e nemmeno con un rialzo delle tasse. Si deve fare qualcos'altro che funzionerà, quindi rifiuto l'idea che la MMT riguardi l'uso delle tasse per combattere l'inflazione. Questa è una caratterizzazione errata di tutto ciò che abbiamo scritto, ma la gente lo dice sempre.

Commento

Abbiamo già parlato della fallace definizione di inflazione presentata dalla Kelton, la quale in questa parte conclusiva compie l’ulteriore errore di separare in due categorie i fattori scatenanti l’inflazione: quelli afferenti al lato della domanda e quelli afferenti al lato dell’offerta. L’errore, in questo caso, consiste nel non comprendere che il ruolo del denaro è consentire al consumatore una molteplicità di scelte mediante la comparazione in termini oggettivi di un bene rispetto ad un altro al fine di soddisfare i suoi desideri. Se salgono i prezzi del petrolio, le preferenze del consumatore si adatteranno alla situazione. Cambiamenti di questo tipo accadono in ogni momento, anche se avessimo un gold standard. La chiave per comprendere ciò che determina i cambiamenti dei prezzi è riconoscere che il consumatore effettua delle scelte comparando un bene con un altro: in questo senso, il denaro è solo un mezzo.

La teoria della cosiddetta “inflazione da costi” espressa dalla Kelton si accorda perfettamente con quella che vuole i prezzi determinati dai costi di produzione, la quale, sebbene sia la base per i servizi monopolistici statali e per la teoria filosofica marxista, non ha assolutamente alcun fondamento nel mondo reale, governato dalle leggi del libero mercato. Al contrario, i sostenitori della MMT propagandano delle politiche economiche che non considerano affatto il consumatore come un attore capace di effettuare delle scelte e dove la quantità di moneta può essere espansa ad libitum al fine di consentire al consumatore di acquistare qualsiasi cosa egli desideri. Economicamente parlando, tutto ciò è privo di senso.

Conclusione

Prendendoci qualche minuto per esaminare la teoria economica della MMT, alla fine scopriamo che c'è poco di nuovo in essa. Non aggiunge nulla alla macroeconomia neo-keynesiana tranne il suo estremismo. Martedì (9 giugno) il professor Paul Krugman ha twittato: “Concordo con la Kelton sul fatto che i deficit non rappresentino un problema. Ma lo posso capire adottando un approccio mutuabile dalla macroeconomia convenzionale, non dalla MMT. Qual è, quindi, il contributo della MMT?”

Proprio cosi.

La Kelton pronuncia delle affermazioni molto ingenue sui metodi mediante i quali si può controllare l’inflazione, definita da costei come un aumento nel livello generale dei prezzi. Viene posta una fede senza limiti nella capacità dello stato di governare l’economia, soprattutto per quanto riguarda la sua capacità di usare responsabilmente il denaro quale metodo per fare ciò. Tutto questo nonostante una solida teoria economica – unitamente all’evidenza empirica – provi il contrario.

Può esserci, di conseguenza, una sola conclusione: la MMT è un effimera fede macroeconomica che ci dice molto sulla condizione psicologica di un sistema che sta esaurendo la sua potenza di fuoco.  È, forse, il sintomo di un’apoteosi finale della macroeconomia, la quale – in quanto disciplina – è in procinto di scivolare nel dimenticatoio sulla scia di un fallimento catastrofico, dopo il quale non potrà che essere totalmente rigettata.

Le prove di una catastrofe finale per la macroeconomia sono in aumento. Decenni di crescente interventismo statale, alimentati dalle politiche economiche neo-keynesiane da cui la macroeconomia deve le sue origini, ci hanno portato al limite del più grande abisso economico dagli anni '30, e forse molto peggio. E lo strumento preferito della MMT per la gestione economica, la valuta fiat, quasi sicuramente non rimarrà tanto a lungo tra di noi.

Di Alasdair Macleod

Traduzione di Giordano Felici per Francesco Simoncelli's Freedonia