La macchina del caffè si aziona attraverso un mio comando vocale mentre entro in bagno. Mi fermo davanti allo specchio. Sulla sua superficie piatta, a fianco del mio riflesso, compaiono delle informazioni relative al colorito della mia carnagione, l’eventuale comparsa di rughe o una possibile carenza in vitamine. Faccio scorrere il dito sul touchscreen dello specchio fino a visualizzare la pagina delle previsioni meteo e dei suggerimenti su come potrei vestirmi data la temperatura esterna. Suonano alla porta. Un drone lascia sull’uscio di casa il pacco ordinato il giorno prima, online ovviamente. Dentro il pacco ci sono sei hamburger artificiali, di carne prodotta in laboratorio. A ordinarlo è stato direttamente il frigorifero (connesso attraverso il 5G con tutti gli altri elettrodomestici della casa) appena riconosciuto che il compartimento carne era vuoto. Bevo il caffè al volo nella tazza che mi sono stampato l’altro ieri con la mia nuova stampante 3D. Mi vesto in camera davanti allo schermo ultra piatto incorporato nella parete, su cui scorro velocemente i messaggi inviati dai miei contatti. Ce n’è uno a cui devo rispondere. Per farlo, detto il testo a voce e lo vedo comparire sullo schermo man mano che parlo. Una volta finito, dico “invialo”. Prima di uscire ordino al robot umanoide giapponese di pulire i pavimenti e stirare le camicie che ho lasciato sul letto e poi scendo in garage. Salgo sulla mia automobile a guida autonoma e 100% elettrica (ha pure dei pannelli fotovoltaici sul tetto). Le dico di portami in stazione. Durante il tragitto ho una visita medica via smartphone col mio dermatologo (c’è una app apposita - lo specchio gli ha già inviato gran parte dei dati). È tutto a posto, mi rassicura. Arrivo in stazione, parcheggio senza nemmeno toccare il volante e vado a prendere il treno superveloce che mi porterà al lavoro. L’ufficio si trova a 150 km di distanza. Il viaggio durerà sette minuti.

Ecco come si potrebbe presentare un’ordinaria mattina di un ordinario giorno feriale in un futuro non così lontano. Tutte le tecnologie esposte nel paragrafo precedente esistono già, semplicemente non sono ancora disponibili su larga scala.

Una strada per certi versi obbligata

Gli ultimi 25 anni hanno visto cambiamenti epocali dal punto di vista tecnologico e sociale: Internet, i telefoni cellulari, gli smartphone, i social network. I prossimi 25 anni, con ogni probabilità, non saranno da meno. Si va verso un futuro in cui le fabbriche industriali avranno sempre meno manovalanza e sempre più bisogno di ingegneri e operai altamente specializzati, al fine di programmare e manutenere i robot che verranno utilizzati per diverse mansioni. Ma questa “rivoluzione” non si limiterà agli stabilimenti produttivi. È già possibile, anche negli ospedali italiani, subire un intervento senza essere nemmeno sfiorati dalle mani del chirurgo, attraverso la tecnica della videolaparoscopia, che utilizza applicazioni meccaniche e minuscole telecamere. Nel futuro prossimo, poi, saremo operati da remoto, da un chirurgo che potrebbe trovarsi dall’altra parte del globo.

La tecnologia ha il potere di cambiare il mondo e con esso la nostra vita. È un processo per certi versi irreversibile che ha lo scopo di renderci l’esistenza più semplice e sana, ma che per forza di cose assieme alle nostre abitudini stravolge anche i rapporti tra le persone e ridefinisce il modo in cui comunichiamo, ci informiamo, studiamo, lavoriamo. In sostanza, come viviamo.

Progresso “etico” al servizio dell’uomo

Ogni innovazione tecnologica che va a modificare lo status quo provoca speranze e paure, è così da sempre. L’avvento dell’intelligenza artificiale e della robotica, in particolare, incutono timore in una parte della società, fino a spingersi in alcuni casi a immaginare scenari apocalittici in stile Matrix. A questo proposito, in un’intervista rilasciata nel 2017, l’autorevole filosofo Emanuele Severino (scomparso lo scorso gennaio) affermava che “se l’uomo saprà affidare nel modo dovuto il proprio destino a una guida intelligente artificiale, otterrà un singolare vantaggio: che le decisioni essenziali non saranno più condizionate dalle passioni, istinti e impulsi che sono spesso responsabili delle grandi sciagure che si abbattono sulla storia dell’uomo. Nell’altro caso, egli consegnerebbe la propria vita a qualcosa di estraneo e sarebbe il disastro”.

Questa consapevolezza sta di fatto crescendo. Nel 2019, ad esempio, il Politecnico di Milano ha deciso di introdurre il primo corso in Italia di “etica delle tecnologie”, rivolto ai futuri ingegneri. Le lezioni sono tenute dal professor Daniele Chiffi, filosofo, e hanno lo scopo di porre maggiore attenzione sugli aspetti etici nella progettazione delle tecnologie di domani, senza pretendere di insegnare le risposte – ha spiegato il rettore Ferruccio Resta all’Ansa – ma aiutando gli studenti a porsi le domande giuste.

Va ancora più in profondità un interessante studio pubblicato dal McKinsey Global Institute lo scorso maggio, dal titolo Tech for Good: Smoothing disruption, improving well-being. Secondo la ricerca, uno dei pericoli principali della digitalizzazione dell’economia e dell’ascesa dell’automazione è la scomparsa della classe media, vero pilastro nello sviluppo delle società occidentali nell’ultimo secolo. La mera crescita del Pil, infatti, non basta da sola a misurare il benessere di una società. Il progresso tecnologico, che in sé non è né buono né cattivo, deve quindi essere guidato dall’innovazione e non solo dal possibile risparmio in manodopera o dall’aumento della produttività. Allo stesso tempo, è fondamentale investire nella formazione, perché ci sarà bisogno di competenze sempre più elevate. Infine, potrebbero essere giustificate da parte dei governi anche misure a sostegno dei salari durante la fase di transizione.

Sì, perché la tanto proclamata “rivoluzione tecnologica” rischia di essere un buco nell’acqua qualora si limitasse ai settori dell’intrattenimento o dei consumi, senza rispondere alle vere sfide (sociali, ambientali) che le società moderne si trovano ad affrontare. Insomma, il progresso deve essere al servizio dell’uomo, rispondere ai suoi bisogni, individuali e collettivi, in un’ottica di inclusione e condivisione.

Il pericolo dell’alienazione sociale

Non è un caso che i social network (Facebook, Twitter, Instagram, TikTok, per citare i più famosi) siano stati oggetto di numerosi studi sociologici e psicologici negli ultimi anni. L’avvento di tali strumenti ha infatti avuto effetti concreti sul modo di pensare degli utenti (quindi di quasi tutti noi), modificandone le pratiche di interazione sociale. Nel 2017, ad esempio, la Royal Society for Public Health ha pubblicato un’approfondita analisi sulle conseguenze dell’uso dei social media sui giovani britannici. Secondo lo studio, nel Regno Unito il 91% dei giovani tra i 16 e i 24 anni usa internet principalmente per i social media. Allo stesso tempo, l’uso dei social network è collegato a maggiori livelli di ansia e depressione: le ricerche suggeriscono infatti che i forti utilizzatori di social (più di due ore al giorno) riportano più frequentemente stress psicologico e sentimenti di inadeguatezza. “I social media sono diventati uno spazio nel quale formiamo e costruiamo relazioni, modelliamo l’identità del sé, esprimiamo noi stessi e impariamo sul mondo intorno a noi; questo è intrinsecamente legato alla salute mentale”, si legge nell’analisi.

Certo è che per evitare scenari di alienazione totale alla Black Mirror (serie TV di successo che descrive i possibili mutamenti sociali, psicologici e relazionali derivanti dall’esplosione della tecnologia) occorre come sempre saper gestire questi nuovi strumenti a nostra disposizione, prendendone il lato buono evitando di cadere nella trappola più comune: pensare che la tecnologia possa sostituire una bevuta tra amici, un gelato coi propri figli o nipoti, una chiacchierata guardandosi negli occhi senza il filtro dello schermo.

Di Valerio Baselli