Manca poco piú di un mese alla prima riforma che porta il nome di Mario Draghi, che concretamente inizierà a prendere forma quando, verso fine mese, verrà presentata la Nota di aggiornamento del Def con le stime riviste su crescita, deficit e debito, oltre agli obiettivi programmatici.

complicare il percorso del Governo, sono le tensioni che aleggiano nella maggioranza in particolare sui tre pilastri della manovra stessa, ovvero: nuovi ammortizzatori sociali, riconfigurazione del Reddito di cittadinanza e cosa accadrà dopo Quota 100.

La nuova previsione del Pil (come indicato dal Il Sole 24 Ore dovrebbe essere intorno al +6% se non più ), in netto rialzo rispetto ad aprile, e quella del disavanzo, più contenuto di quanto immaginato la scorsa primavera, dovrebbero confermare quello che già da settimane è l’orientamento del Ministero dell'Economia e delle Finanze ovvero non ricorrere ad un ulteriore nuovo indebitamento, se non in dosi molto contenute in caso di necessità, per la composizione della prossima legge di bilancio. Che però deve fare i conti anche con le tensioni che attraversano la maggioranza.

Tensioni che si sono acuite con l’ingresso nel semestre bianco e soprattutto con l’avvicinarsi della tornata delle prossime elezioni amministrative di ottobre. E che stanno rendendo complicata la ricerca della quadratura del cerchio su tre capitoli chiave: i nuovi ammortizzatori sociali, la riconfigurazione del Reddito di cittadinanza e il dopo Quota 100. 

Manovra Draghi e pensioni: cosa accadrà dopo Quota 100?

All’ordine del giorno, il premier Mario Draghi l’ha posta all’ultimo punto in agenda, ma la scelta su cosa fare dopo Quota 100 è tra le delle priorità per i partiti della maggioranza e per i sindacati e che ora, con l'avvicinarsi della legge di bilancio, iniziano a prendere in considerazione le strade piú praticabili per arrivare ad una conclusione. 

Pare che la maggioranza non abbia nessuna intenzione di restare in attesa delle decisioni di governo, decisioni che ha detto del ministro franco saranno equilibrate e che terranno conto delle preoccupazioni (espresse recentemente anche dall’Ocse contraria ai pensionamenti anticipati) di breve e medio termine sulla previdenza. Le forze politiche sono orientate verso soluzioni intermedie per possibili nuove uscite anticipate con un punto d’incontro sul requisito minimo dei 63 anni, (parliamo del settore privato).

Tra gli addetti ai lavori del governo la preferenza cade sui 64 anni con minimo vent’anni di contributi (opzione già in atto per coloro che beneficiano del regime interamente contributivo) e sul sistema da creare per i lavoratori a regime retributivo e soprattutto con sistema “misto” (ovvero parte contributo e parte retributivo). 

In ogni caso non è stata messa da parte la possibilità di valutare pensionamenti anche a 62/63 anni ma con un minimo di contribuzione pari a 41 anni. 

Di contro maggioranza e i sindacati sono a favore della proroga e dell’estensione dell’Ape sociale ad altre categorie di lavori gravosi o pericolosi, alla quale sta lavorando il governo, ma questo strumento non  basterà per affrontare il problema del post Quota 100, come sostiene Cesare Damiano che attualmente ricopre il ruolo di presidente della Commissione tecnica istituita dal ministro Andrea Orlando per studiare il tema della gravosità dei lavori anche in virtú di un allargamento dell'attuale platea. Sempre secondo damiano per il dopo Quota 100 vanno ricercate altre misure.

Serve una riforma che dia sostenibilità al mercato del lavoro in entrata e anche in uscita, anche perché dopo la crisi generata dalla pandemia occorre una maggiore flessibilità in uscita per poter investire maggiormente sui giovani.

Anche Durigon (responsabile della Lega) ritiene che l’Ape sociale da sola non basti.  Come è ben noto , la Lega propende per Quota 41, ossia la possibilità per il contribuente di uscire con quarantuno anni di contribuzione senza tener conto dell’eta anagrafica.  Ma lo stesso Durigon sostiene che in questa fase storica non è il caso di insistere su questa opzione.

Ma la Lega propende per altre due soluzioni, ovvero:

  • prorogare di un anno ancora Quota 100 senza modifiche, il che costerebbe per il primo anno 400 milioni il primo anno;
  • l’altra opzione è quella di creare un fondo ad hoc per il settore privato, o, al limite, ma solo per la prima fase,  per i settori produttivi maggiormente in difficoltà, che dovrebbe finanziare i pensionamenti anticipati fino all’esaurimento delle risorse con requisiti minimi sempre di 62 anni e 38 di contribuzione come per Quota 100.

Ma oggetto di discussione da parte della Lega anche il requisito (anagrafico) dei 63 anni. 

Il PD invece guarda con favore la proposta (avanzata ne 2013 da Damiano) di uscite flessibili a 63 anni e con almeno 35 anni di contributi, prevedendo una penalità del 2-3% per ogni anno d’anticipo.

Manovra Draghi: la quadratura del cerchio tra ammortizzatori, RdC  e post Quota 100

Dunque quella sul welfare è una partita che da sola vale almeno 15 miliardi. Solo quando verrà raggiunto un compromesso tra i nuovi ammortizzatori sociali, la riconfigurazione del Reddito di cittadinanza e il dopo Quota 100, sotto il profilo delle risorse necessarie ma anche dal punto di vista strettamente politico, si potrà iniziare a a delineare quella che sarà la manovra di autunno.

Ed è questo uno dei motivi per cui il ministero dell’Economia ha assunto un atteggiamento prudenziale e, almeno fino ad ora,  si è dimostrato non disponibile  ad allentare eccessivamente i cordoni della borsa. 

Un esempio su tutti, riconoscere gli otto/dieci miliardi di euro al progetto originario di riforma degli ammortizzatori sociali del ministro Orlando, vorrebbe dire togliere dei fondi destinati al reddito di cittadinanza molto caro ai penta stellati, o togliere finanziamenti alle nuove misure pensionistiche invocate in prima battuta dalla Lega e dai sindacati.

Ma sia il Governo che il Mef dovranno prestare attenzione anche al peso politico delle singole richieste che verranno accolte o respinte.

Comunque Draghi ha già indicato la sua tabella di marcia: prima gli ammortizzatori, poi il Reddito di cittadinanza e le pensioni. 

Sugli ammortizzatori c’è da capire se il conto della riforma scenderà a 5-6 miliardi (comprensivi degli 1,5 miliardi già ricavati con lo stop al cashback) o se rimarrà di 8-10 miliardi (ai quali aggiungere le risorse per il rifinanziamento della Naspi) con una Cig gratis prolungata per le piccolissime aziende, come vorrebbero i Dem, ma non anche parte del centrodestra, che non la considerano prioritaria.

Il Reddito di cittadinanza non scomparirà, anche perché lo stesso Draghi ha lasciato intendere di considerarlo uno strumento utile per il contrasto della povertà, ma cambierà sicuramente volto con controlli rafforzati e un meccanismo più efficace e vincolante di accesso al lavoro.

Tra le possibili novità anche una soglia d’accesso più bassa al sussidio per gli stranieri. Resta da vedere se il restyling rispecchierà l’obiettivo fissato dalla Lega di un significativo ridimensionamento del Rdc e in una sua trasformazione in”reddito da lavoro” o se prevarrà la linea di modifiche soft, caldeggiata da M5S, Leu e Pd. L’altro punto interrogativo è legato alle risorse necessarie per il rifinanziamento che attualmente viaggia sugli oltre 7 miliardi l’anno. E il nodo risorse condizionerà anche il dopo Quota 100.

Il Mef propende per una soluzione soft e in sintonia con le richieste della Ue di non appesantire la spesa pensionistica. Ma tutta la maggioranza chiede nuova flessibilità in uscita, che difficilmente potrà essere garantita con una dote minima di 1-1,5 miliardi. 

I nodi della manovra Draghi in sintesi 

Man mano che ci si avvicina alla manovra Draghi, che seguirà alla presentazione, prevista per fine mese della Nota di aggiornamento del Def con le stime sui conti pubblici, a rendere più difficile il percorso del governo,  sono le tensioni che aleggiano nella maggioranza su tre pilastri: 

  • nuovi ammortizzatori sociali;
  • riconfigurazione del Reddito di cittadinanza;
  • cosa accadrà dopo Quota 100. 

Una partita, quella sul welfare, che da sola vale almeno 15 miliardi.

Riforma ammortizzatori sociali 

Sugli ammortizzatori il conto della riforma parte dagli 8-10 miliardi del progetto universalistico abbozzato dal ministro Orlando con una Cig gratis prolungata per le piccolissime aziende, come vorrebbero i Dem, ma non parte del centrodestra, che non la considerano prioritaria. L’ammontare potrebbe dunque scendere 5-6 miliardi (compresi gli 1,5 miliardi dello stop al cashback) 

Reddito di cittadinanza

Il Reddito di cittadinanza non scomparirà ma sicuramente cambierà con controlli rafforzati e un meccanismo più efficace di accesso al lavoro. Resta da vedere se il restyling seguirà l’obiettivo fissato dalla Lega di un ridimensionamento e la trasformazione in ”reddito da lavoro” o se prevarrà la linea di modifiche soft, caldeggiata da M5S, Leu e Pd.  Resta il nodo delle risorse per rifinanziare lo strumento che ha attualmente un costo di oltre 7 miliardi l’anno. 

Riforma pensioni

Per il dopo Quota 100 il Mef propende per una soluzione soft, in linea con le richieste della Ue di non appesantire la spesa pensionistica. Ma la maggioranza chiede nuova flessibilità in uscita, che difficilmente potrà essere garantita con una dote minima di 1/1,5 miliardi. 

Le forze politiche guardano a ipotesi intermedie per le anticipate. Con un possibile punto d'incontro sul requisito minimo dei 63 anni, almeno nel settore privato.