Il sistema pensionistico italiano è un insieme di regole affastellate. Il modello contributivo è stato contraddetto e contrastato dalle molte riforme successive. E quota 100 è sbagliata a prescindere dagli effetti che produrrà su spesa e occupazione.

Il caos

Il sistema pensionistico italiano è un groviglio di regole affastellate nel tempo. Il modello contributivo, abbozzato nel 1995, resta una mera formula di calcolo. Anziché completarlo, l’impetuosa legislazione successiva ne ha contraddetto la natura e contrastato gli scopi. I nuovi provvedimenti aggravano il caos. Da un lato, la pensione di cittadinanza si sovrappone agli istituti assistenziali esistenti (integrazione al minimo, maggiorazioni e assegno sociale, invalidità lavoristica e civile) anziché riassorbirli in un disegno organico separato dalla previdenza. Dall’altro, quota 100 è contraria alla “filosofia contributiva” e quindi sbagliata a prescindere dagli effetti che produrrà sulla spesa e l’occupazione.

Quota 100

L’inedita nozione di “quota”, senza riscontro in altri paesi, fu introdotta nell’ordinamento italiano dal secondo governo Prodi. È basata sul singolare assunto che l’età e l’anzianità contributiva siano ugualmente meritevoli. Infatti, fa dipendere il diritto alla pensione dalla somma delle due, cosicché un anno in più dell’una può compensare uno in meno dell’altra. Purtroppo, tale ‘assunto di equivalenza’ è destituito di ogni fondamento: perché mai l’età dovrebbe ‘valere’ quanto l’anzianità invece che il doppio o la metà?