Mentre i media generalisti, i partiti di destra/sinistra e il lettore di giornali medio celebrano il "denaro degli elicotteri" da Bruxelles, o la cosiddetta "UE di prossima generazione", i liberali classici si chiedono da dove arriveranno tutti questi soldi visto che sono preoccupanti sul potenziale impatto sulle generazioni future. Questo articolo non ha lo scopo di mettere in dubbio la capacità di Paesi fortemente indebitati, come la Grecia e altri, di ripagare i loro debiti crescenti in risposta agli effetti del COVID-19. La preoccupazione principale riguarda l'Unione Europea a lungo termine: ci stiamo dirigendo verso un ulteriore rafforzamento dell'UE o verso una crisi del debito che la potrebbe indebolire gradualmente?

Diamo uno sguardo più da vicino a cinque motivi per preoccuparsi.

Non si fa menzione del livello di disavanzo atteso o desiderato per quanto riguarda l'aumento della spesa dell'UE

I federalisti europei sostengono da molto tempo che l'UE sia meno dipendente dai finanziamenti degli stati membri, essendo autorizzata a prendere in prestito e tassare a livello dell'UE. Poco dopo il piano di risanamento da €2.000 miliardi suggerito dal Parlamento europeo (15/5/2020), nel loro accordo rivoluzionario il cancelliere Merkel e il presidente Macron hanno concordato su un nuovo numero: €500 miliardi.

Ora, sotto la presidenza tedesca, gli stati membri sono invitati a negoziare sulla base di una proposta di compromesso della Commissione per un importo totale di €750 miliardi.

Tuttavia la verità è che tutti gli inviti e le proposte per un cambiamento radicale nei piani di spesa dell'UE presentano un'ambiguità fondamentale. Da nessuna parte viene menzionato il costo atteso dell'indebitamento a livello dell'UE (obbligazioni) e del disavanzo di bilancio annuale previsto.

Gli unici fatti pubblicati nella proposta della Commissione sono:

  • la formula matematica che calcola il capitale da disperdere in ogni stato membro
  • i calcoli per le entrate previste dalle imposte supplementari a livello dell'UE insieme alle osservazioni che:
  • lo strumento sarà  "eccezionale e temporaneo", non ci saranno ulteriori prestiti dopo il 2024 (sul serio, chi potrebbe resistere alle richieste di politiche fiscali costanti una volta attuate, soprattutto se all'inizio dovesse verificarsi un tasso di crescita significativo?);
  • queste tasse potrebbero contribuire al ripagamento del debito, inoltre la Commissione dichiara che proporrà ulteriori metodi attraverso l'imposizione fiscale (oltre alle tasse già suggerite) tra il 2021-2027;
  • gli stati membri inizierebbero a rimborsare le obbligazioni emesse a nome dell'UE sulla base del loro tasso di partecipazione al bilancio dell'UE dopo il 2027 e, per garantire il consenso degli stati membri, gli sconti saranno eliminati più gradualmente di quanto era stato precedentemente pianificato.

Il disavanzo dell'UE sarà coperto in larga misura da nuove tasse, non da tagli alla spesa

Questo punto è essenziale. Se l'UE deve ricevere rating eccellenti sulle sue obbligazioni a lungo termine da parte delle agenzie di rating, le sue entrate devono essere sufficienti per onorare i suoi obblighi di prestito. Tuttavia, come nel caso della Grecia, e in netto contrasto con Cipro ed Irlanda, colmare i disavanzi eccessivi attraverso le tasse è una politica ben nota, soprattutto per i suoi risultati dannosi in termini di occupazione e tasso di crescita. Il defunto economista Alberto Alesina aveva mostrato in modo convincente come i tagli alla spesa, invece di un aumento delle tasse, siano una politica più efficiente e meno "costosa". Tuttavia questa opzione è fuori portata poiché la "visione politica" qui è per un nuovo debito: un debito "quasi federale".

Anche se nuove tasse dovessero essere approvate a livello dell'UE (il che non è affatto facile), potrebbero non aiutare ad innescare ulteriori deficit di bilancio e potrebbero invece danneggiare la competitività dell'economia

Dopo aver ottenuto l'esplicito sostegno politico a livello dell'UE sotto forma di risoluzioni del Parlamento europeo, la Commissione propone ora al Consiglio l'introduzione di una nuova tassazione a livello paneuropeo, in aggiunta alle imposte nazionali esistenti, con l'obiettivo di aumentare i ricavi da:

  • società di tecnologia digitale (che è possibile che abbiano evaso le tasse);
  • migliaia di aziende con un fatturato superiore a €750 milioni all'anno, in cambio dei loro vantaggi di "accesso al mercato comune";
  • tasse sull'ambiente.

Secondo i trattati, la tassazione, in quanto settore politico, è soggetta all'unanimità a livello di Consiglio in due fasi: all'inizio discussione per accettarla o meno come punto all'ordine del giorno, e alla fine come nuova proposta legislativa (se c'è accordo).

Attualmente la Commissione sta cercando di indurre gli stati membri a dare il via libera affinché 70.000 imprese ad alto reddito paghino una somma forfettaria annuale all'UE. Tuttavia la sfida non sarebbe solo quella di convincere gli stati membri che attualmente attuano politiche più liberali, come i Paesi Bassi, ma anche tutti quegli altri stati membri che applicano tax rate molto più elevati sulle società. Come potrebbero essere convinti tutti se temono una significativa fuga di capitali verso altre destinazioni più favorevoli rispetto al mercato dell'UE?

Inoltre l'ammontare previsto delle entrate fiscali può essere sopravvalutato. Ad esempio, in passato la Commissione aveva stimato una "digital tax" per portare €5 miliardi all'anno nelle casse dell'UE; ora questo ammontare è stato raddoppiato a €10 miliardi. Nell'applicare unilateralmente tale misura sul proprio territorio, la Francia ha raccolto €500 milioni all'anno. Siamo sicuri che l'UE abbia altre 20 economie di dimensioni simili a quelle della Francia per raggiungere l'obiettivo di €10 miliardi?

Non ci sono ricerche pubblicate, per non parlare di una Curva di Laffer, sulle ripercussioni di questa nuova normativa fiscale

Come prassi consolidata, la Commissione accompagna le sue proposte legislative mediante studi di valutazione sull'impatto che potrebbero avere. Tuttavia, a causa di questa crisi economica senza precedenti e della pressione di agire il più rapidamente possibile, non vi è stata alcuna revisione su questa tassazione aggiuntiva e sul suo impatto negativo riguardo la competitività dell'economia europea, o su quale dovesse essere il tax rate ottimale. Se già ci sono dubbi che la tassazione a livello dell'UE possa aiutare a finanziare un debito da €750 miliardi, come potrebbero evolvere le cose se questo debito aumentasse a €2.000 miliardi? Da notare che il Parlamento minaccia di porre il veto ai negoziati sul bilancio pluriennale dell'UE se le sue richieste non vengono soddisfatte.

I federalisti stanno discutendo se stiamo assistendo ad un "momento Hamilton", mentre al contrario è probabile che una crisi del debito dell'UE si sviluppi nel lungo termine

Nel 1790 Alexander Hamilton, il primo Segretario del Tesoro degli Stati Uniti, ideò una soluzione innovativa ai problemi del debito degli stati del Nord introducendo il debito federale, il quale sarebbe stato coperto, come ci aspettiamo che accada in Europa ora, dalla tassazione federale (contro i desideri di Thomas Jefferson e James Madison).

Attualmente il commissario europeo per il Bilancio e l'amministrazione, Johannes Hahn, ritiene che questo non sia un "momento Hamilton" perché, come affermato in precedenza, il piano di imposte e spese proposto dall'UE è  "eccezionale e temporaneo".  D'altro canto, per i liberali come Guy Verhofstadt siamo sull'orlo di una transizione storica se i leader dell'UE decidono di sostenere livelli più elevati di indebitamento e tassazione a livello dell'UE.

La discussione tuttavia è fuorviante e incompleta se non consideriamo anche due differenze fondamentali tra gli Stati Uniti nelle sue origini e l'UE oggi.

In primo luogo, per decenni dopo l'emissione del debito federale negli Stati Uniti (fine XVIII secolo e inizio XIX secolo) il bilancio federale è risultato prevalentemente in eccedenza. Per raggiungere questo obiettivo gli Stati Uniti hanno implementato una varietà di opzioni politiche, tra cui la vendita di parti del territorio. Tuttavia in Europa oggigiorno la narrativa non è per politiche fiscalmente conservatrici, ma per (livelli sconosciuti di) debiti e deficit di bilancio.

In secondo luogo, negli Stati Uniti il ​​rapporto tra spesa pubblica (ovvero la combinazione dei livelli federale, statale e locale) e PIL era di circa il 35%. La sola spesa statale e locale variava dal 5% al ​​22% massimo del PIL. In altre parole si può sostenere che, nonostante il suo colossale debito, il governo federale avesse il potenziale per indebitarsi ulteriormente o creare un deficit di bilancio. Al contrario, la spesa del governo nazionale da sola in Europa è salita al 45% nel 2019. Altrettanto importante, in nessuno degli stati membri questo rapporto era inferiore al 30% del PIL, anche dopo il decennio di presunta "austerità" spesso denunciata dalla sinistra.

In poche parole, mentre quasi la metà dell'economia europea dipende dalla spesa pubblica, quali sono i margini per una spesa aggiuntiva di tipo federale? Questa discussione è lungi dall'essere teorica. Il noto "Piano Juncker", che ha sfruttato centinaia di miliardi di investimenti pubblici e privati, è riuscito solo a portare un aumento dello 0,9% del PIL nell'UE. Se l'Europa desidera recuperare l'improvviso calo del 10-20% del suo PIL attraverso un aumento della spesa pubblica, gli importi da prendere in prestito e le tasse da applicare potrebbero essere inversamente proporzionali alla capacità fiscale dell'UE e dei suoi stati membri nel suo complesso.

Conclusione: non c'è affatto bisogno di razionalizzare e giustificare una spesa europea a livello federale. Aumenti di debito, tasse e deficit in parallelo con i suoi stati membri non sono i segni distintivi di un rafforzamento dell'UE. Nonostante le migliori intenzioni, ciò non farà altro che innescare una crisi del debito che alla fine indebolirà l'UE.

Di Markos Dragoumis

Traduzione di Francesco Simoncelli