Nel lungo periodo di transizione al solo contributivo, il nostro sistema previdenziale ha continuato a essere un buon affare per tutti coloro che ricevono una pensione. Lo è soprattutto per chi ha lasciato presto il lavoro. Lo dicono i dati di una ricerca.

Dai sistemi pensionistici tre tipi di redistribuzione

I sistemi pensionistici pubblici realizzano differenti tipi di redistribuzione.

La più nota è quella che deriva dal trasferimento di una parte del prodotto dell’economia dai lavoratori a chi è fuori dal mercato del lavoro perché ha raggiunto l’età di pensionamento. Lo stato interviene poi con trasferimenti, finanziati attraverso la fiscalità generale, a favore della parte più povera della popolazione anziana. Vi è però un terzo tipo di redistribuzione ed è quella che si realizza lungo il ciclo di vita di un individuo. Per misurarla, occorre confrontare la somma complessiva di quanto una persona versa al sistema pensionistico quando è attiva, sotto forma di contribuzione obbligatoria, con la somma complessiva di quanto riceve indietro durante gli anni di pensionamento.

In ognuna di queste redistribuzioni qualcuno riceve e qualcuno paga. Nel primo caso ricevono i pensionati e pagano i lavoratori. Nel secondo ricevono i soggetti anziani e poveri e pagano i contribuenti. Nel terzo caso la dimensione intertemporale rende le cose più complicate. Benefici e costi infatti possono situarsi in periodi anche molto lontani tra loro. Sicuramente, comunque, un sistema pensionistico non può trasferire per sempre e a tutti i suoi partecipanti risorse maggiori di quelle che quei medesimi individui versano nel corso della loro vita. In questo, la redistribuzione intertemporale dei sistemi pensionistici determina effetti simili a quelli che seguono all’emissione di debito pubblico da parte dello stato.