All'indomani della crisi finanziaria, la Cina sembrava essere uno dei pochi Paesi ad esserne uscita incolume. Mentre i suoi pari occidentali sprofondavano nel caos e nella disperazione, la sua economia continuava ad andare bene, quasi come se nulla fosse realmente cambiato. Tuttavia questa situazione ha avuto un costo estremamente elevato. La Cina ha accumulato una quantità senza precedenti di debito. Già a metà del 2018 il debito pubblico totale in rapporto al PIL era salito oltre il 250%, un'esplosione gigantesca dal 140% di un decennio prima. Oggi, secondo i numeri di Goldman Sachs, supera il 300%, rendendo vani gli sforzi del governo di progettare un "atterraggio morbido".

Mentre il governo cinese cercava di ridurre la leva finanziaria e di frenare alcuni dei suoi eccessi passati, l'entità del danno è iniziata a venire alla luce. Il Paese è pieno di fabbriche in perdita, con capacità produttiva in eccesso e società "zombi" insolventi, tutte parti di un'economia creata dal debito, dalla corruzione e dall'estrema centralizzazione del potere nelle mani del Partito comunista cinese. Dopo anni di spese aziendali folli con denaro preso in prestito, nel 2018 il tasso di insolvenza del debito societario ha stabilito nuovi record.

Anche il settore bancario è paralizzato, con prestiti non performanti che raggiungono il livello più alto da un decennio a questa parte. Poiché le cifre ufficiali della Cina sono in gran parte inattendibili, l'analisi indipendente e le stime condotte dalla ricerca autonoma ci dicono che le perdite effettive delle banche cinesi arrivano a $8.500 miliardi. Tale cifra rappresenta il 24% del credito totale, moltiplicando per cinque le stime delle proiezioni ufficiali riguardo i prestiti su cui i debitori non riescono a tenere il passo con rate pianificate o pagamenti degli interessi.