L’annuncio della nazionalizzazione di Northern Rail è un’ulteriore crepa nel sistema ferroviario britannico, che resta in bilico tra chi pensa che la gestione debba tornare nelle mani del governo e chi invece pensa che il problema sia proprio il governo.

Trent’anni di privatizzazioni

La politica dei trasporti è forse uno dei temi meno attraenti e meno discussi in ambito politico, eppure, quando qualcosa va storto, l’impatto sulla quotidianità dei cittadini e sulle finanze pubbliche è enorme. Ne sa qualcosa il Regno Unito, che negli anni Novanta, sotto il governo di John Major, decise di privatizzare l’intero apparato ferroviario, fino ad allora gestito dalla società pubblica British Rail. Venne quindi istituito un sistema di concessioni (franchise), volto a incoraggiare la competizione tra operatori ferroviari, con conseguente miglioramento degli standard per i passeggeri, abbassamento dei prezzi – o, quantomeno, miglior rapporto qualità-prezzo – e gestione più efficace di costi e rischi operativi. In altre parole, un sistema che avrebbe dovuto favorire tutti: il governo, i cittadini-utenti e le compagnie pronte a investire nelle infrastrutture britanniche.

Quasi 30 anni dopo, l’intero sistema ferroviario sembra sull’orlo di una contro-rivoluzione.

Un sistema in crisi da tempo

Sostanzialmente, il sistema prevede che il governo dia ad alcuni operatori ferroviari il diritto di gestire una tratta specifica per un certo periodo di tempo. Gli operatori devono seguire le direttive governative e sono tenuti a rispettare standard che vengono costantemente monitorati, come la puntualità, il numero di cancellazioni, il numero di reclami e così via.