L’attività di profilazione di Anpal permette di tracciare un identikit dei titolari del reddito di cittadinanza presi in carico dai centri per l’impiego. Sono disoccupati demotivati e con percezioni errate sulla loro situazione. Come affrontare il problema?

I dati del rapporto del ministero del Lavoro

Grazie all’attività di profilazione effettuata da Anpal (Agenzia nazionale delle politiche attive del lavoro) è possibile tracciare un identikit dei titolari del Reddito di cittadinanza presi in carico finora dai centri per l’impiego.

Iniziamo dai dati del Rapporto 2020 del ministero del lavoro sul reddito di cittadinanza. I beneficiari sono all’incirca 2 milioni (per quasi 790mila nuclei familiari). Di questi, poco più di 800mila sono soggetti alla sottoscrizione del Patto per il lavoro e quindi potenzialmente collocabili immediatamente nel mercato del lavoro e circa il 44 per cento di loro è stato preso in carico dai centri per l’impiego. Finora, circa 70mila beneficiari di reddito di cittadinanza hanno trovato lavoro, nella maggior parte dei casi “auto-collocandosi” nel mercato del lavoro, quindi senza un concreto supporto o assistenza dei servizi per l’impiego.

In sostanza, la fase 2 del reddito di cittadinanza, ovvero quella dello sviluppo di una cosiddetta “App lavoro” e l’utilizzo di quasi 3 mila navigator non hanno prodotto per il momento alcun risultato tangibile. Il motivo è molto complesso.

Nell’ambito delle attività svolte dagli operatori dei Cpi, durante la fase dell’orientamento di base è previsto un “servizio di profilazione qualitativa”. Attraverso un’apposita scheda, messa a disposizione in una specifica sezione di MyAnpal (la porta di accesso ai servizi digitali dell’Anpal), il servizio consente di definire per ciascun utente le azioni di ricerca attiva in un percorso individualizzato di inserimento, da formalizzare nel Patto di servizio personalizzato.

Figura 1 – Il percorso nel centro per l’impiego

Il servizio di profilazione è entrato a regime a partire da ottobre 2019 e fino ad aprile 2020 risultavano registrati oltre 10.500 utenti. Le attività di profilazione registrate sono state nella maggior parte dei casi effettuate nell’ambito della misura del reddito di cittadinanza, che ha coinvolto circa il 90 per cento del totale. Dal punto di vista della distribuzione geografica, solo cinque regioni (Calabria, Lazio, Liguria, Molise, Piemonte) hanno utilizzato concretamente lo strumento.

Nella maggior parte dei casi (il 74,3 per cento) il Cpi è stato contattato per motivi di carattere amministrativo (rilascio della Disponibilità al lavoro – Did) e, più raramente, per la richiesta di informazioni o di servizi di orientamento (20,4 per cento). Sempre dalla scheda di orientamento risulta che l’87,1 per cento degli utenti dichiara di aver già contattato in passato un Cpi.

L’aspettativa principale degli utenti è quella di trovare un lavoro (in circa l’89 per cento dei casi). In pochi hanno l’obiettivo di intraprendere un percorso di formazione (il 7,7 per cento) o di avviare un percorso di autoimprenditorialità (3 per cento); praticamente inesistente è la partecipazione a progetti di accompagnamento al lavoro (1,4 per cento).

Appare dunque evidente il desiderio di trovare immediatamente un lavoro e di non voler intraprendere un percorso di riqualificazione. Anche perché rispetto alla professione per la quale si cerca un’occupazione, i rispondenti dichiarano di possedere del tutto (nell’81 per cento dei casi) o in parte (nel 14,8 per cento) le capacità e le competenze necessarie per svolgerla (acquisite attraverso percorsi di formazione o mediante una lunga esperienza pregressa nel settore). Malgrado ciò, sono solo poco più dell’11 per cento gli intervistati che dichiarano di aver partecipato di recente a colloqui di selezione.

Errate percezioni e navigator inadeguati

Quest’ultimo dato rappresenta un indicatore della “errata” percezione da parte degli utenti di avere capacità e competenze valide per il mercato: la metà di essi, infatti, ha ricevuto solo opportunità di lavoro che risultavano con retribuzioni o tipologia contrattuale non adeguata e il resto non ha ricevuto nessuna offerta di lavoro. Secondo il Rapporto del ministero del Lavoro, il beneficiario del reddito di cittadinanza è una persona con bassa qualifica, over 35-45enne, che risulta disoccupato di lunga durata oppure occupato sporadicamente con contratti a termine, se non addirittura nel sommerso.

Il reddito di cittadinanza ha il merito di aver reso “visibili” gli invisibili, ma aiutare queste persone richiede tempi lunghi e professionisti di altissimo livello, ovvero i cosiddetti “case manager”. Vale a dire figure professionali esperte, che possiedono conoscenze interdisciplinari in grado di risolvere casi non facili di collocamento al lavoro. Nella maggior parte dei paesi europei si tratta della nuova figura dell’operatore dei centri per l’impiego, per cui è necessario il possesso di un titolo universitario orientato al management pubblico, con competenze specifiche di pedagogia sociale, gestione del mercato del lavoro, psicologia e specializzazione in risorse umane.

Purtroppo, gli attuali “navigator” non assomigliano neppure lontanamente a questa figura e ciò rappresenta un grosso problema, in quanto fra le maggiori difficoltà che ostacolano la ricerca di lavoro sembrano prevalere quelle di carattere psicologico, quali la demotivazione e la sfiducia in sé stessi (22,8 per cento) o la percezione di non essere capaci di indirizzare in modo adeguato la propria attività di ricerca del lavoro (22,1 per cento). Non è possibile chiedere ai navigator di svolgere questo compito: la maggior parte di loro proviene da un percorso universitario di carattere giurisprudenziale del tutto inadeguato alla necessità. Tutt’al più, possono essere impiegati nei servizi alle imprese.

Non basta un’app

Ad aggravare la situazione è l’incapacità da parte degli utenti di cercare lavoro. La maggior parte di loro infatti (61,6 per cento) utilizza canali informali come amici, parenti e conoscenti, ottenendo scarsissimi risultati. Solo il 32 per cento utilizza i motori di ricerca del lavoro online (19,4 per cento per gli over 55). Il dato ci porta all’ultimo argomento, e che forse costituisce il tema di maggior dibattito, ovvero la realizzazione della famosa “App lavoro” che faciliterebbe l’incontro fra domanda e offerta di lavoro.

Quasi nessuno è a conoscenza del fatto che, all’interno della piattaforma MyAnpal , già da luglio 2019 è presente l’applicativo “Domanda e offerta di lavoro” (Dol), che conta oggi circa 110mila utenti. Il 45 per cento è costituito da imprese, che hanno pubblicato 2.500 offerte di lavoro, delle quali il 10 per cento si è concretizzato in assunzioni registrate tramite comunicazione obbligatoria. Poco, se confrontato con i più importanti motori di ricerca del lavoro online, basti pensare che Infojobs e Indeed contano dalle 40mila alle 90mila posizioni aperte in tutta Italia. Il problema della piattaforma Dol non è tanto il suo livello di innovazione tecnologica, quanto la necessità di investire in una adeguata campagna di comunicazione per raggiunge una “massa critica” di utenti e di imprese.

Anche una “App lavoro” ampiamente utilizzata e la presenza capillare sul territorio italiano di case manager rappresenterebbero comunque solo il primo passo di un processo di riqualificazione complesso, che potrebbe richiedere anni e non garantire ampi margini di successo.

Di Francesco Giubileo e Francesco Pastore