E’ ufficiale: il 31 Dicembre 2021 dobbiamo dire addio alla Quota 100 studiata dal Governo Conte!

Il decreto legge n4 del 2019 ha introdotto la possibilità ai lavoratori dipendenti o autonomi sessantaduenni, con almeno 38 anni di contributi versati, di andare finalmente in pensione, per cui la somma tra l’età e i contributi deve fino ad ora risultare sempre 100 (da qui il nome della legge Quota 100). La decisione di abolire definitivamente questa normativa è stata presa dal governo dal momento in cui è stato stabilito che questo tipo di prestazione economica risulta dispendiosa e deludente su molti fronti.

Per il 2022 è prevista una riforma pensioni, come ha già confermato il ministro dell’economia e delle finanze del governo Draghi, ossia Daniele Franco.

«Sono fiducioso che il governo troverà una soluzione fra queste diverse esigenze nella Legge di bilancio», ha affermato Franco, che poi ha chiarito: «Non posso indicare la soluzione che abbiamo in mente, deve essere discussa nel governo, ma sono fiducioso che troveremo il giusto equilibrio e che questo avrà il sostegno di tutto il governo». 

A partire da Gennaio 2022 cambieranno i requisiti minimi di pensionamento, ma ancora non abbiamo a disposizione notizie ufficiali ma solo ipotesi. Cercare di capire in anticipo in cosa consisteranno tutte le novità sulla pensione darebbe il vantaggio a moltissimi italiani in attesa dell’occasione giusta per poter cessare la propria attività lavorativa.

Riforma pensioni: A 63 anni ma con un importo inferiore

Una delle ipotesi previste per la riforma pensioni del prossimo anno, sembra essere la possibilità di accedere al fondo pensionistico con un età media di 63 anni e solamente 20 contributi versati come limite minimo. Sostanzialmente due anni lavorativi in più, ma con meno contributi alle spalle.

Tale proposta viene argomentata dal Presidente dell’INPS, Pasquale Tridico, che prevede un risparmio finanziario non indifferente: si stimerebbero,infatti, circa 445 milioni di euro come risparmio solo per l’anno 2022 fino a poco più di 2 miliardi nell’arco di dieci anni.

Tridico intende dare la possibilità a tutti i lavoratori, che raggiungano l’età di 63 anni e che hanno maturato almeno vent’anni di contributi, di cessare l’attività lavorativa con una pensione contributiva. Così facendo, il lavoratore sessantatreenne potrà decidere di non lavorare più e ricevere dalle casse dello Stato quanto già ha maturato fino a quel momento. Ovviamente, l’unica nota negativa, l’assegno mensile che verrebbe erogato in questo caso risulterebbe ridotto, almeno fino alla soglia della pensione per anzianità che spetta di diritto.

La “Quota 41” come proposta, invece, risulta essere definitamente bocciata essendo tra quelle economicamente più pesanti da affrontare, “calcolando una spesa pensionistica che supera i 4 milioni in un anno”, come afferma Tridico. La Quota 41 si impegnava a ridurre i contributi, sia per gli uomini che per le donne, al numero minimo 41 senza vincoli anagrafici.

Attraverso la Relazione annuale dell’istituto nazionale per la previdenza sociale, si è inoltre, a causa della pandemia Covid-19, abbassata la speranza di vita a 65 anni. Un bilancio nazionale che non si vedeva dal 2010, che non può che rallentare ancora di più la crescita dell’età pensionistica raggiunta con gli anni di vita dell’individuo. Il presidente dell’ente però, ha tenuto a sottolineare come questa crisi sociale ed economica è solo da definire temporanea e che nell’arco di un decennio verrà tranquillamente superata. 

Riforma pensioni: Cosa ne sarà di Opzione Donna?

In bilico anche un altra riforma per il nuovo anno, che al momento rimane attiva fino al 31 Dicembre 2021, l’agevolazione Opzione Donna.

Con Opzione Donna intendiamo una delle forme di pensionamento anticipato regolato dall’INPS (Istituto Nazionale Previdenza Sociale) che prevede l’ingresso in pensione alle lavoratrici anticipando i tempi, con un assegno contributivo.

Questo vale, come sempre, sia per quelle lavoratrici dipendenti che quelle autonome che hanno versato i contributi pensionistici previsti dalla legge entro il 31 Dicembre del 2020.

Per entrare nel dettaglio, è necessario aver maturato 35 anni o più di contributi ed avere un età di 58 anni già compiuti per le lavoratrici dipendenti, ed un età di 59 anni per le lavoratrici autonome (che non sono tenute a cessare la propria attività lavorativa indipendente, almeno che in forma volontaria).

Per richiedere l’Opzione Donna è necessario inoltrare online regolare domanda all’INPS, attraverso la sezione dedicata al servizio. Oppure, si ci può recare presso un ente di patronato che presta assistenza o, ancora, si può aprire una richiesta telefonicamente, contattando il Contact Center ufficiale dell’istituto, raggiungibile al numero verde 803 164 da rete fissa, oppure da rete mobile al 06 164 164. Non dimentichiamoci che possiamo approfittare di un qualsiasi Centro di Assistenza Fiscale (CAF) per ottenere un ausilio concreto per la risoluzione delle domande o la preparazione della documentazione necessaria.

Opzione Donna che da una parte permette di entrare in pensione con un anticipo non indifferente, dall’altra prevede un assegno mensile inferiore perché si basa esclusivamente su quello che è stato versato dalla lavoratrice in precedenza fino a quel momento e non (come avviene per le classiche pensioni) valutando gli ultimi stipendi percepiti.

Si calcola, in media, una riduzione dell’assegno percepito come sussidio pensionistico inferiore fino al 30% rispetto all’ultimo stipendio.

Ecco quindi che, in un momento di riflessione e di cambiamento, vanno valutati tutti gli aspetti e approfonditi tutti i dubbi del governo Draghi. 

Riforma pensioni: Soluzione APE sociale

Fino al 31 Dicembre 2021 abbiamo a disposizione l’assegno mensile, a carico dello Stato, che può essere richiesto a partire da 63 anni di età compiuti calcolando un ipotetica “futura” pensione. Si tratta dell’anticipo pensionistico denominato APE sociale.

Ma cosa succederà dal 1 Gennaio 2022? Anche su questo fronte sono molti i dubbi e gli scontri tra le forze politiche. In questo momento sembra però prevalere la possibilità di una proroga per l’anno successivo. Tuttavia, non senza alcune modifiche: si parla di un possibile ampliamento dalla platea dei futuri beneficiari di APE Sociale. 

Il presidente dell’INPS, infatti, ha esplicitamente dichiarato di essere favorevole a questo tipo di agevolazione e di voler con questa anticipare la pensione a molti più lavoratori. 

Con l’APE sociale sarà possibile velocizzare l’andamento pensionistico di tutti quei lavori gravosi e cioè tutti quei lavoratori che svolgono un attività dannosa o rischiosa per la propria salute e vita.

Basti pensare a chi lavora ogni giorno ad alte temperature, oppure a chi presta attività esclusivamente nella fascia oraria notturna; a chi lavora nelle imprese con dei ritmi di produzione a catena; a chi conduce dei veicoli pesanti di trasporto merci o di persone come bus o treni o a chi svolge delle attività lavorative usuranti nel tempo come nell’ambito dell’edilizia o dell’industria estrattiva. 

Per un quadro più dettagliato sulla categoria “Lavori gravosi” è possibile consultare la lista in Gazzetta Ufficiale che troviamo ben spiegata in un articolo di Money.it, oppure visitare il sito INPS nell’apposita sezione “Lavori usuranti”.

APE sociale 2021: chi può chiederla?

E’ doveroso fare un passo indietro e spiegare come ad oggi e fino al 31 Dicembre 2021 è possibile fare richiesta per beneficiare dell’APE sociale.

Il lavoratore che ha compiuto sessantatré anni, con l’APE, può fare domanda di anticipo cessazione lavorativa, quindi in realtà non si tratta di anticipare il pensionamento vero e proprio, ma di ricevere un sussidio temporaneo mensilmente. 

Chi riceve il beneficio dell’APE social, in pratica, smette di lavorare e nel contempo riceverà un assegno sostitutivo pari alla pensione maturata fino al momento della richiesta/cessazione lavorativa.

Tra chi può beneficiarne troviamo:

  • i disoccupati da almeno 3 anni con almeno 30 anni di contribuzione;
  • invalidi civili con una percentuale di invalidità del 74% in su;
  • chi assiste da un minimo di sei mesi il proprio coniuge o parente di primo grado coabitante con disabilità o handicap grave, che anche in questo caso deve aver versato almeno 30 anni di contributi;
  • chiunque abbia svolto sette anni negli ultimi 10, ovvero minimo sei anni negli ultimi sette, un lavoro definito “gravoso” con 36 anni di contributi. 

Riforma pensioni: in pensione a 57 anni!

Con la rendita integrativa temporanea anticipata, conosciuta anche con l’acronimo RITA, ai non lavoratori è concesso un anticipo pari a quello che si è versato nel proprio fondo pensionistico, fino al raggiungimento dell’età anagrafica per richiedere la pensione conclusiva, che almeno fino al 31 Dicembre 2021 rimane fermo ai 67 anni e 20 anni di contributi già versati.

Dobbiamo sottolineare che la RITA, purtroppo, non è per tutti, dato che potrà essere richiesta in esclusiva solamente da chi è inoccupato da un tempo lungo (superiore ai 24 mesi) e chi ha maturato un età anagrafica per la pensione di vecchiaia entro i dieci anni successivi.

Almeno per quest’anno sappiamo con certezza che, chi percepisce la RITA non ha penalizzazioni sulla pensione finale, in quanto non è altro che la somma dei contributi già versati regolarmente durante la propria attività lavorativa. 

E’ possibile fare domanda per la rendita integrativa temporanea già a partire da dieci anni prima del raggiungimento richiesto per la pensione di anzianità, quindi a partire dai 57 anni d’età. Ovviamente, in questo caso, saranno richiesti al futuro percettore del trattamento pensionistico anticipato particolari requisiti, che possiamo riassumere in due punti principali:

  • due anni antecedenti di inattività lavorativa (minimo)
  • entro i successivi dieci anni vengano raggiunti gli anni necessari per la domanda di pensione 

Non rimane che chiedersi se questa agevolazione sarà presente anche il prossimo anno, nella Riforma pensioni del 2022.