L’idea di mettere in moto una riforma per le pensioni è un dato di fatto sentito da tutti i comparti del mondo del lavoro in Italia.

Nel Bel Paese, infatti, si susseguono da anni scontri e dibattiti sul tema dei cambiamenti necessari per apportare le migliorie necessarie alle pensioni, che al momento vengono regolate dalla cosiddetta “Quota 100”.

In queste ore il Governo è in fase di analisi per stabilire quali siano le migliori soluzioni e le misure da introdurre per la riforma delle pensioni che entrerà in gioco presumibilmente a partire dal 1 gennaio 2022.

Questa è infatti la data ultima da monitorare per evitare il tanto temuto “scalone” pensionistico di 5 anni che sarebbe indotto dal mantenimento della Quota 100.

Ecco un breve video youtube di Fanpage, dal titolo "Quota 100 pensioni, spiegata semplice", in cui ben viene spiegato il meccanismo dell’attuale sistema pensionistico e cosa si rischierebbe mantenendolo anche per il prossimo anno.  

Quota 41: come funziona

L’addio a Quota 100 è quindi alle porte e la necessità di apportare una riforma concerta al sistema pensionistico è sempre più urgente.

L’ipotesi al momento più accreditata tra le numerose proposte avanzate dai componenti del Governo è la cosiddetta Quota 41 che, stando ad alcune indiscrezioni, sarebbe da varare nel mese di settembre 2021.

Come indicato dallo stesso nome della possibile riforma al sistema pensionistico, con questa formula sarebbe postille andare in pensione per tutti coloro che hanno maturano un minimo di 41 anni di contributi, senza alcun limite minimo di età anagrafica.

Ad oggi, è possibile andare in pensione con il possesso di 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne.

Stando a questa nuova formula, invece, lo scaglione pensionistico verrebbe posto a 41 anni sia per donne che per uomini, senza alcun limite di età anagrafica.

Ad oggi quest’idea ha trovato il favore di componenti del Governo, come Claudio Durigon, Sottosegretario all’Economia, e, in particolare modo, dei sindacati.

Quota 41 è già presente

In realtà questa formula che è stata proposta come riforma delle pensioni è già attiva nel nostro sistema pensionistico.

Tuttavia ad oggi Quota 41 è una misura riservata unicamente ad un settore limitato di beneficiari, mentre i sindacati premono perché venga estesa a tutti i lavoratori.

Come ricorda Investire Oggi  al momento infatti Quota 41 è destinata a:

  • i cosiddetti lavoratori precoci, ovvero coloro che hanno maturato un minimo di 12 mesi di contributi in modo continuativo, prima del compimento del diciannovesimo anno di età e che abbiano maturato 41 anni di contributi;
  • i lavoratori che si trovano in stato disoccupazione successiva a licenziamento individuale o licenziamento collettivo, conseguente a a dimissioni per giusta causa;
  • i disabili che abbiano riconosciuto più del 74% di invalidità;
  • i caregiver che da almeno 6 mesi si occupino di un parente di primo grado affetto da disabilità grave;
  • la categoria dei lavoratori che hanno svolto per almeno sette anni nell’ultimo decennio abbiano svolto uno dei cosiddetti lavori usuranti.
  • i lavoratori che lavorano sotto turnazioni notturne, che siano addetti alla catena di montaggio o che siano autisti di bus con oltre 9 posti.

Nel nostro sistema pensionistico, inoltre, sono presenti altre forme di prepensionamento quali: APE sociale, Opzione Donna e Isopensione.

Per quanto riguarda Ape Sociale , più che una pensione vera e propria, questa formula consiste in un anticipo finanziario a garanzia pensionistica, ovvero un un prestito erogato per dodici mesi, con cadenza mensile, fino al raggiungimento del diritto di pensione di vecchiaia.

Questa formula spetta ai lavoratori che hanno compiuto almeno 63 anni e non percepiscono alcuna formula di pensione diretta.

Il richiedente deve rispondere ad una di queste categorie:

  • lavoratore in stato di disoccupazione a causa della conclusione del rapporto lavorativo, anche collettivo;
  • lavoratore che ha rassegnato dimissioni per giusta causa;
  • lavoratore ha firmato la risoluzione del contratto in forma consensuale;
  • lavoratore che ha maturato almeno 30 anni di contributi e ha ultimato da tre mensilità la prestazione per disoccupazione.

La sua validità è stata prorogata fino al 31 dicembre 2021 dalla Legge di Bilancio e può essere richiesta entro il 15 luglio 2021 o entro il 30 novembre 2021, se le risorse finanziarie saranno sufficienti all’erogazione.

Per ottenere l’Ape sociale il lavoratore deve aver compiuto almeno 63 anni di età e non deve percepire una pensione diretta né in Italia né all’estero.

Opzione Donna, come indicato dallo stesso nome, consiste nell’anticipo pensionistico per le lavoratrici che rispondono ai seguenti requisiti:

  • essere lavoratrici dipendenti e aver compiuto 57 anni di età e cumulato 35 anni di anzianità contributiva;
  • essere lavoratrici autonome e aver compiuto 58 anni di età e cumulato 35 anni di contributi.

Nel caso di richiesta della pensione con “opzione donna”, la lavoratrice subirà una penalizzazione, ovvero la pensione le verrà liquidata unicamente con la formula contributiva.

Infine, Isopensione è la formula pensionistica rivolta ai lavoratori che sono stati  interessati dalle eccedenze del personale per le aziende con più di quindici lavoratori.

In questo caso il valore della pensione è pari a quello della pensione maturata al momento della cessazione del rapporto di lavoro e la contribuzione è calcolata sulla base della media fatta per gli stipendi ricevuto durante gli ultimi due anni di attività

La validità di questa formula pensionistica è stata prorogata dalla Legge di Bilancio per tutto il 2021.

L’esodo anticipato, che deve avvenire entro la data del 30 novembre 2023, può essere compiuto solo con sette anni di anticipo rispetto alla data prevista per il pensionamento per vecchiaia o con la pensione anticipata.

Tale limite verrà abbassato a soli quattro anni a partire dal 2024.

In ogni caso, sarà compito del datore di lavoro continuare a versare all’INPS la contribuzione dovuta fino al momento del raggiungimento da parte del lavoratore dei requisiti necessari per il pensionamento.

Il no della Corte dei Conti alla riforma con quota 41

Ad oggi il principale elemento ostativo a quella che risulta la più accreditata formula di riforma delle pensioni è rappresentato dalla Corte dei Conti.

Scegliere di esternare Quota 41 a tutti i lavoratori, infatti, risulterebbe essere una scelta eccessivamente costosa per lo Stato, con un aggravio per le casse dello Stato superiore a quanto avviene con Quota 100. 

Anche il Recovery Plan proposto dall’Unione Europea, che vede per l’Italia la messa in campo di 4 miliardi extra di fondi , ha posto tra le condizioni da seguire necessariamente la riduzione della spesa pensionistiche.

Come indicato nel rapporto sull’economia italiana nel 2021 proposto dalla Corte dei Conti, infatti, la spesa previdenziale risulta essere un elemento critico per le casse pubbliche.

Nel periodo compreso tra il 2012 e il 2020, infatti, grazie al sistema delle deroghe si sono registrati ben 711 mila pensionamenti anticipati.

La formula del pensionamento anticipato ha rappresentato il 18,7% delle pensioni richieste ed erogate, con un picco massimo raggiunto nel biennio 2019-2020 pari al 33,7%.

A tutto questo bisogna anche aggiungere le pensioni liquidata con il metodo dell’APE sociale e volontario, che sono pari, per il periodo indicato, a 79.260 pensioni.

E’ evidente quindi che la formula pensionistica di Quota 41 estesa a tutti, nella struttura proposta dai sindacati, costituirebbe un elemento di criticità per l’erario statale.

Una possibile via d’uscita per approvare questa misura come possibile riforma alle pensioni, rendendola maggiormente sostenibile da un punto di vista finanziario, sarebbe inserire delle penalizzazioni oppure rendere questa riforma limitata nel tempo, come avvenuto con Quota 100, indicando un tempo limite per la sua validità.

Cosa accade senza riforma delle pensioni e quota 41

Ad oggi comunque nonostante le numerose proposte e ipotesi avanzate circa la riforma delle pensioni, non vi è una soluzione concreta e più avvalorata rispetto alle altre.

L’unica certezza è che se non fosse applicata alcuna modifica al sistema pensionistico, a partire dal 1 gennaio 2022 non sarebbe sicuramente più operativo il sistema di “Quota 100”.

Allo scoccare del 31 dicembre 2021, quindi, rimanendo in questo modo le cose, non sarà più possibile andare in pensione a 62 anni, com’è avvenuto in questi anni per il raggiungimento della quota 100.

Ma non è tutto.

Sempre alla fine del 2021, viene meno la misura che ha consentito in questi anni l’APE sociale, ovvero la possibilità di anticipo pensionistico.

Anche in questo caso, infatti, la data di scadenza è al 31 dicembre 2021 e, venendo meno, non sarebbe più possibile andare in pensione il prossimo anno con 63 anni di età e 30 o 36 anni di contributi.

Venendo meno queste due realtà e non essendoci una nuova riforma delle pensioni, tornerebbe attiva la soluzione messa in atto dalla riforma Fornero.

In questo caso quindi si andrebbe in pensione con la cosiddetta “pensione di vecchiaia”, a 67 anni e 20 anni di contributi, oppure con la “pensione anticipata”, ovvero con  42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne.

Rimarrebbe comunque valida la quota 41 per i “lavoratori precoci”, ovvero coloro che hanno iniziato a lavorare prima dei 18 anni maturando una retribuzione pari o superiore ai 40 anni.

Bisogna infine tenere conto che l’aspettativa di vita indicata dall’ISTAT è in continua evoluzione. Questo comporta un costante aumento dell’età indicata come pensionabile di 3 mesi ogni due anni, fino al 2026.