L’emergenza sanitaria ha accelerato la progressiva transizione verso un mondo sempre più tecnologico e digitale. A partire dallo smart working, con i suoi vantaggi e rischi. Sono però necessari investimenti consistenti e una regolamentazione chiara.

I giganti di Internet e la crisi

L’emergenza Covid-19 ha accelerato la progressiva transizione verso un mondo sempre più caratterizzato da progresso tecnologico e digitale, creando nuove opportunità per le piattaforme digitali, che si sono rivelate essenziali durante la crisi.

Il mercato azionario può fornire alcuni spunti di riflessione sul settore It (Information Technology). La figura 1 mostra l’andamento dei prezzi azionari dei giganti di Internet – i cosiddetti Gafam: Google, Amazon, Facebook, Apple e Microsoft, indicizzando il loro valore di inizio gennaio 2020 a 1.

La figura 1 mostra come i cinque “big five” abbiano subito pesanti perdite all’inizio della pandemia (tra fine febbraio e inizio marzo), molto simili a quelle registrate dalle più importanti imprese americane (i cui valori sono catturati, ad esempio, dagli indici Dow Jones e Standard & Poor’s 500). Tuttavia, le Gafam hanno beneficiato di una forte e rapida ripresa, recuperando e superando il loro valore di gennaio entro maggio – cosa che non è avvenuta per i settori più tradizionali.

Figura 1 – Prezzi azionari indicizzati da gennaio 2020. Gafam, Zoom e indici di mercato. Le linee verticali corrispondono a: (i) 26/2 primo decesso per Covid-19 negli Stati Uniti, (ii) 11/3 l’Oms dichiara la pandemia, (iii) 23/3 il Regno Unito entra in lockdown.

Si nota però una certa eterogeneità dell’impatto della crisi sulle multinazionali dell’It. Ad esempio, Amazon, la più grande piattaforma di e-commerce, ha beneficiato ampiamente dello spostamento online dei consumi, guadagnando a giugno circa il 40 per cento rispetto a inizio anno. Le altre Gafam hanno mostrato una certa resilienza, ma non hanno guadagnato altrettanto. Google e Facebook, che si reggono quasi interamente sulle entrate pubblicitarie, hanno recuperato il valore di gennaio solamente a maggio 2020.

Dalla figura 1 emerge però un caso davvero eccezionale. Le misure di distanziamento sociale hanno accelerato la transizione verso il lavoro remoto, o “smart working”. Riunioni di lavoro, lezioni universitarie, conferenze e seminari si sono svolti (e si svolgono ancora) in videoconferenza su piattaforme come Microsoft Teams, Skype, Google Meet, Cisco WebEx e, in particolare, Zoom.

Proprio Zoom esce dagli ultimi mesi da vero vincitore, con il suo valore di mercato più che triplicato durante la crisi. A mero titolo di comparazione, il suo principale rivale – Microsoft (con le sue applicazioni Teams e Skype) – ha guadagnato “solo” il 15 per cento rispetto a gennaio 2020. Il successo di Zoom è dovuto principalmente alla sua interfaccia molto semplice e leggera e alla possibilità di essere utilizzata gratuitamente (lato utente) senza dover necessariamente essere iscritti.

Dal boom di Zoom a una nuova normalità sul posto di lavoro?

Viene naturale chiedersi se la transizione allo smart working, che ha trainato il boom di Zoom, continuerà anche in futuro. Questa modalità di lavoro ha chiaramente costi e benefici. Fra i secondi, si potrebbe citare la riduzione del pendolarismo e del tempo improduttivo impiegato sulle strade (Inrix stima 178 ore all’anno perse a causa del traffico nel Regno Unito), liberandolo per altre attività. Con lo smart working si potrebbe anche favorire una cultura del lavoro basata sul raggiungimento di obiettivi (laddove monitorabili), determinando maggiore flessibilità per il lavoratore nella gestione della giornata lavorativa.

Fra i costi del lavoro remoto c’è invece il rischio di generare over-working, stress e alienazione, di diminuire le opportunità di networking e di contatto personale con i colleghi, riducendo il senso di appartenenza a una comunità che diventa “virtuale”. Si rischia poi di aggravare la cosiddetta “Zoom fatigue”, ovvero il senso di stanchezza generato da un numero elevato di riunioni virtuali. E come già commentato su lavoce.info, non vanno sottovalutati i rischi associati a un welfare – come quello italiano – spesso assente per quanto riguarda l’assistenza ai figli e il conseguente allargamento del gender gap.

Non tutte le professioni possono poi essere svolte in remoto. Studi recenti hanno mostrato come, sinora, lo smart working sia stato asimmetrico e si sia retto sulle disuguaglianze sociali esistenti. Ad esempio, la probabilità di lavorare da casa è più elevata per i giovani lavoratori e molto più bassa per le minoranze e i “colletti blu” senza un grado di istruzione elevato, come si ricava da un recente studio statunitense.

Tuttavia, è ragionevole pensare che, in relazione al tipo di attività, si possa identificare una corretta ripartizione del lavoro da casa e da quello in presenza. In molteplici contesti si pensa oggi a modelli misti, che potrebbero garantire risparmi significativi in termini di spazio fisico richiesto, di costi di trasporti e di tempi di viaggio, aumentando al contempo la soddisfazione di lavoratori e utenti.

In ambito universitario, ad esempio, attività come quelle legate al ricevimento studenti per la preparazione delle tesi di laurea potrebbero prevedere l’alternarsi di discussioni in persona e online, eliminando le spesso lunghe e improduttive attese davanti alla porta dei docenti. Allo stesso modo, un modello misto potrebbe permettere la partecipazione ai cicli di seminari organizzati dai singoli dipartimenti non solo a chi è fisicamente sul posto, ma anche a chi si trova altrove, con benefici in termini di diffusione della conoscenza. Si tratterebbe di modelli del tutto complementari a quelli sperimentati sinora.

Anche nell’assistenza sanitaria le trasformazioni potrebbero essere notevoli, con visite virtuali e di monitoraggio da affiancare a quelle più tradizionali in persona. In Francia, le video-consultazioni giornaliere attraverso la piattaforma franco-tedesca Doctolib sono passate da circa mille a centomila, creando un precedente che è destinato a guidare una trasformazione digitale dei servizi di assistenza sanitaria. Un più ampio ricorso a piattaforme simili anche in Italia potrebbe generare importanti effetti positivi nelle zone più remote del paese, dove la presenza di specialisti è più rara, riducendo i tempi di viaggio e creando maggiore concorrenza (su qualità e tariffe).

Considerazioni del tutto analoghe valgono per le professioni liberali: architetti e geometri, consulenti del lavoro e periti, ragionieri, avvocati e notai potrebbero ottimizzare gli impegni utilizzando una combinazione di lavoro e consulenze online e in presenza. Anche in questo caso, la possibilità di lavorare online creerebbe una più forte concorrenza fra i professionisti e permetterebbe una maggiore (e forse migliore) possibilità scelta per gli utenti.

Come garantire questi cambiamenti?

Una trasformazione tecnologica e digitale richiede stimoli monetari e fiscali e un’azione politica volta agli investimenti e non meramente all’assistenza delle categorie più vulnerabili e colpite dalla crisi. In particolar modo, sono necessari investimenti consistenti nella digitalizzazione dei servizi per i cittadini e nella costruzione (o nel rafforzamento) di reti di telecomunicazione accessibili da tutti, comprese le “zone bianche”. Qui, risulteranno cruciali gli investimenti nella tecnologia 5G, che può garantire una velocità media di 10 gigabits per secondo, da 10 a 100 volte maggiore rispetto al 4G. La maggiore larghezza di banda consentirà l’utilizzo contemporaneo di più strumenti, migliorando quegli aspetti delle attività lavorative a distanza che sono tutt’ora deficitari. Con il 5G sarà inoltre possibile offrire non solo consulti medici, ma anche “guidare” operazioni chirurgiche a distanza, dato che lo scambio di informazioni sarà praticamente in tempo reale.

Tuttavia, la sola velocità non garantisce che il passaggio alle attività online, incluso lo smart working, sia fatto nella maniera più efficace e nel rispetto delle regole, come evidenziato in un recente contributo su queste pagine.

Per questo motivo, bisogna essere non solo veloci, ma anche efficaci sul piano della regolamentazione. Questo permetterebbe di sfruttare nel modo migliore i possibili vantaggi della trasformazione digitale, garantendo un reale beneficio per tutte le parti coinvolte: imprese, lavoratori, stato e pubbliche amministrazioni. Già prima del Covid-19, l’Unione europea aveva previsto un piano di azione basato su tecnologia al servizio delle persone, equità e competitività dell’economia digitale e una società aperta, democratica e sostenibile. La sfida posta dalla pandemia non solo ha reso più urgente questa trasformazione, ma ha sollevato una serie di questioni aggiuntive che ne possono complicare la messa in atto. Allo stesso tempo, la reazione di molti dei soggetti coinvolti ha già permesso di identificare, e in parte risolvere, tante di queste questioni. Si tratta adesso di canalizzare energie e risorse per completare la trasformazione nel migliore dei modi.

Fi Leonardo Madio, Andrea Mantovani e Carlo Reggiani

L’articolo è tratto da contributo per Economics Observatory.