Le risposte finora indicate dall’Eurogruppo per fronteggiare la crisi legata alla diffusione del Covid-19 sono insufficienti. Ma è interessante la proposta di un Recovery Fund. Potrebbe diventare lo strumento di una politica di bilancio di tipo federale.

Due approcci per l’Eurogruppo

I ministri dell’Economia dei paesi membri dell’Unione Europea che si sono incontrati all’Eurogruppo del 9 aprile per cercare di dare una risposta alla crisi legata alla diffusione del Covid-19 hanno dovuto scegliere tra due possibili approcci:

  • intervenire con strumenti comunitari e con risorse europee (in modo simile a ciò che l’Ue fa con le diverse azioni finanziate nell’ambito del Quadro finanziario pluriennale);
  • lasciare l’azione ai singoli paesi membri, agevolandone il compito.

Il primo approccio è decisamente più efficace del secondo per tre ragioni:

  1. evita le distorsioni che interventi differenziati adottati dai diversi paesi membri (soprattutto in materia di sostegno alle imprese) possono creare sul mercato interno; queste misure infatti possono alterare la competitività tra le imprese dell’Unione per il diverso ammontare e tipologia dei sostegni erogati dai singoli stati, finendo per favorire quelle che risiedono nei territori in cui gli interventi sono più consistenti;
  2. consente di destinare le risorse a quei paesi dove possono produrre un beneficio più elevato, quindi nei territori che più ne hanno bisogno. Al contrario, lasciare l’azione ai singoli stati favorisce quelli che hanno più risorse, accrescendo la divergenza tra i paesi ricchi e quelli meno, il contrario dell’obiettivo delle attuali politiche di coesione europee;
  3. permette di non scaricare sui debiti pubblici dei paesi membri il costo delle misure adottate per fronteggiare l’emergenza, evitando che crescano eccessivamente. Nel 2009, l’aver lasciato la risposta ai singoli paesi gettò le basi per la successiva crisi dei debiti sovrani che determinò un’ampia recessione nei paesi più indebitati, ma indebolì anche la crescita degli altri paesi.

Tuttavia, i ministri hanno deciso di lasciare ai governi nazionali il compito di fronteggiare l’emergenza nel breve periodo, sostenendoli con alcuni strumenti.

Limiti di Sure e Mes

Il programma Sure (Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency) è destinato a fornire prestiti per coprire aumenti di spesa pubblica legati a misure di sostegno dell’occupazione, in particolare schemi di integrazione salariale, introdotte o ampliate in risposta all’emergenza sanitaria. Avrà una dotazione di 100 miliardi, finanziata con emissione di titoli di debito garantiti da tutti gli stati membri su base volontaria (ed entrerà in funzione solo se tutti gli stati forniranno queste garanzie) per un importo minimo di 25 miliardi (circa 3,2 miliardi per l’Italia). I primi tre paesi beneficiari non potranno ottenere più del 60 per cento del totale delle risorse disponibili per evitare una concentrazione eccessiva.

Nell’ambito del Meccanismo europeo di stabilità, è stata attivata una nuova linea di credito temporanea (Pandemic Crisis Support) per un ammontare totale di 240 miliardi di euro condizionata all’utilizzo per spese direttamente o indirettamente (termine che lascia ampie discrezionalità di interpretazione) legate al potenziamento della sanità dovuto all’emergenza. Ogni stato membro può richiedere al massimo il 2 per cento del Pil del 2019 (per l’Italia circa 36 miliardi).

I due strumenti consentiranno di sostenere i paesi membri che lo chiederanno attraverso prestiti che, in quanto tali, verranno contabilizzati nel debito pubblico. Il loro vantaggio è limitato ai paesi che hanno un costo di finanziamento del debito più elevato di quello medio europeo, come l’Italia. Considerando la dimensione dei prestiti e i tassi di rendimento attuali, destinati a rimanere bassi per un lungo periodo grazie all’azione della Banca centrale europea, il beneficio è molto limitato: entro un miliardo l’anno (su oltre 60 miliardi di spesa per interessi) se l’Italia prendesse 36 miliardi dal Mes e 20 dallo Sure. Peraltro, si tratta di prestiti di molto inferiori al solo capitale sottoscritto dall’Italia nel Mes (125,3 miliardi) e poco superiori ai prestiti concessi dal nostro paese agli altri partner europei e ancora da rimborsare (43,5 miliardi). Inoltre, considerando che nel 2021 l’Italia dovrà emettere almeno 350 miliardi di titoli del debito pubblico (tra titoli in scadenza e maggior fabbisogno), il contributo delle nuove linee di credito appare limitato.

Lo spiraglio per il futuro

Per quanto riguarda la risposta di medio-lungo periodo, invece, con la creazione del Recovery Fund, l’Eurogruppo ha manifestato l’intenzione di voler affidare l’azione a un meccanismo comunitario finanziato con risorse europee, a partire da quelle del Quadro finanziario pluriennale.

Per il momento, non sono state definite né le modalità di finanziamento né il suo ammontare. Se decollasse un fondo con risorse consistenti, aggiuntive rispetto a quelle comunitarie già esistenti, finanziato con titoli di debito europei garantiti dal bilancio Ue (senza o con una minima incidenza sui debiti pubblici nazionali) e che operasse mediante trasferimenti (non prestiti), si potrebbe avere a disposizione uno strumento assimilabile a quelli di paesi federali, come gli Usa, e sarebbe un grande passo avanti verso una politica di bilancio comune. Parallelamente, la Bce potrebbe sterilizzare i titoli di debito europei emessi sfruttando tutti gli spazi concessi dal suo statuto, come già proposto qui.

Di Piergiorgio Carapella e Alessandro Fontana

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