Dodici giorni alle presidenziali. Personalmente, mi paiono un deserto da attraversare a piedi. La sorpresa del 2016 grava sulle previsioni come un macigno, e la possibilità concreta di una coda di contestazioni aumenta la dispersione degli outcome. Un mercato sfibrato dall’alternarsi di headline sul piano di stimolo in negoziazione a Washington, piano piano sta iniziando a patire la percezione di un recupero di Trump, cosa che attenua le speranze di un clean sweep democratico (e quello era previsto) e riporta lo spettro di una coda al veleno e una proclamazione del vincitore ritardata. E poi ci sono i numeri del Covid.

Wall Street dopo tanto oscillare ha chiuso con una modesta perdita, la sesta in 8 sedute (e una delle 2 positive è un +0.01%) a dimostrazione di un involuzione del sentiment.

Stanotte i futures hanno aperto in ulteriore calo, apparentemente disturbati dalle dichiarazioni del Direttore della National Intelligence John Ratcliffe, secondo cui Iran e Russia stanno nuovamente cercando di interferire nelle elezioni USA, in questo caso inviando email di minacce agli elettori dopo aver ottenuto la lista dei registrati. Un eventuale azione del genere, coronata sa successo, andrebbe a erodere ulteriormente il vantaggio di Biden, e aumenterebbe il rischio di contestazioni del risultato. Naturale che il mercato, in particolare uno già fragile, non gradisca le news.

La seduta asiatica ha avuto quindi un decorso opaco, con i principali indici a cedere terreno. Non hanno aiutato il sentiment le dichiarazioni del Governatore PBOC Yi Gang, secondo il quale nel 2021 il debito pubblico, che è salito quest’anno per la lotta al virus, si stabilizzerà. Ciò lascia intendere una banca centrale più focalizzata alla stabilizzazione dei ratio che al supporto del ciclo. Tra l’altro le nationwide dept sales giapponesi di settembre sono uscite una schifezza (-33% anno su anno da -22%). Il Giappone ha livelli di epidemia bassi, ma reagisce come se fosse la Spagna. Immagino che spareranno un’altra bordata di stimolo fiscale.

A proposito di Covid, ecco la consueta tabella elaborata da DB con i paesi classificati per media a 7 giorni di casi su 100.000 abitanti, ed evidenziazione della crescita del dato.

Per inciso i dati della giornata sono brutti, con il ratio infetti/tamponi in Italia tornato sopra il 9% (16.079 casi) e la Francia ha mostrato il record spaventoso di 41622 casi, dai 26.676 di ieri. Non andiamo niente bene.

Di questi tempi non ci vuole molto per far scendere l’Europa, e così l’apertura è stata pesante, con gli indici rapidi ad accumulare passivi superiori al punto percentuale. Tra l’altro, la consumer confidence tedesca di novembre  e le business, manufacturing e production confidence francesi di ottobre sono tute uscite in calo, e sotto attese a dimostrazione di un crescente impatto sul morale di epidemia e misure.

Questi dati, di rilevanza modesta, ottengono però il risultato di alimentare preoccupazione per i PMI manifatturieri, servizi e composite flash europei (e globali) in pubblicazione domani. Le attese sono per un marcato calo, con il composite EU sotto la soglia di 50.

Così, la risk aversion ha portato anche un po’ di prese di beneficio sull’€, mentre i rendimenti hanno continuato a mostrare una tendenza al rialzo, e gli spreads anche. Il rimbalzo dell’ Dollaro ha tolto forza a commodity e preziosi.

In tarda mattinata l’azionario continentale ha ritrovato compostezza, tranato anche dai futures USA, che hanno progressivamente cancellato le perdite. Il principale motivo è che la Pelosi ha annunciato una conference per le 16.45 (ora italiana), e il mercato ha ricominciato a fantasticare di un accordo imminente.

In attesa dello show fiscale, i sussidi di disoccupazione settimanali, che recentemente avevano deluso, sono usciti assai migliori delle attese (787.000 da prec 842.000 e vs stime per 870.000) anche alla luce della revisione al ribasso del dato precedente di 56.000 unità. Ottimo anche il numero totale di percettori (8.373 mln da prec 9.39 mln e vs stime per 9.62 mln). La sorpresa è in parte dovuta a una revisione della serie da parte della California, e sui continuing claims dall’uscita di individui passati all’extension claims. Ma comunque il mercato del lavoro appare migliore di quanto stimato recentemente.

Ancora numeri bomba dalle vendite di case (+9.4% a settembre da +2% di agosto), ma qui gioca anche, oltre al costo dei mutui, l’attività di relocation fuori dalle città.

La Pelosi poi ha fornito alcune anticipazioni della conference:

  • PELOSI SAYS STIMULUS TALKS WITH TRUMP ADMIN. ON GOOD PATH
  • PELOSI: SOON WILL BE READY TO PUT PEN TO PAPER ON STIMULUS BILL

Wall Street non ha cominciato del migliore degli umori comunque, accumulando un iniziale calo a causa di prese di beneficio su tech e Nasdaq. Difficile indicare un fattore specifico. Certo, stasera c’è l’ultimo dibattito tra Biden e Trump, uno scontro nel quale la vicenda di Hunter Biden sicuramente verrà utilizzata parecchio dal Presidente, e nel quale il candidato democratico ha più da perdere che da guadagnare. Il nervosismo è normale.

Tra l’altro, se i principali aggregatori di sondaggi non sembrano aver modificato particolarmente le indicazioni (538.com da sempre Biden all’87%, e Real cear Politics continua a dare più di 4% medio negli swing states, mentre i bookmakers sono tornati ad attribuire a Biden il 64% di probabilità), in realtà qualche segnali di movimento c’è. Rasmussen, che 2 settimane fa dava 12 punti di vantaggio a Biden, e la scorsa settimana 5, oggi ne da 3. Sono numeri particolarmente osservati perchè è uno dei poci sondaggi che ha previsto la vittoria di Trump nel 2016.

Ci ha pensato di nuovo la Pelosi a ripristinare un po’ di buon umore, alla conference, quando  ha dichiarato che l’accordo è ormai ad un passo, ed è urgente ottenere un pacchetto.

  • PELOSI SAYS PROGRESS HAS BEEN MADE THIS WEEK
  • PELOSI SAYS ‘JUST ABOUT THERE’ ON STIMULUS DEAL
  • PELOSI SAYS CONTINUES TO ENGAGE IN DISCUSSION ON RELIEF, REMAINS HOPEFUL
  • PELOSI SAYS URGENT THEY COME TO AGREEMENT ON VIRUS RELIEF

A veder bene, però,  la Pelosi ha aggiunto:

  1. che l’accordo deve avere un forte supporto da camera e Senato (ed è in particolare il secondo a preoccupare);
  2. ci sono ancora da risolvere i nodi del finanziamento di stati e municipalità, e la revisione delle norme di responsabilità dei datori di lavoro;
  3. alla domanda se l’accordo verrebbe votato la prossima settimana, Nancy ha risposto che deve passare attraverso il Congressional Budget Office, il Legal Counsel etc.

Su queste basi, l’approvazione del piano può facilmente slittare di un numero di giorni sufficiente a rendere il suo effetto benefico su Trump praticamente nullo.

In ogni caso, al momento i progressi a Wall Street sono bastati. L’azionario US ha recuperato forza, e ha trainato l’Europa ad una chiusura, seppur negativa, con variazioni marginali. Al recupero ha eventualmente contribuito il rimbalzo del petrolio seguito alle dichiarazioni di Putin (PUTIN SAYS RUSSIA READY TO CUT OIL OUTPUT FURTHER IF NECESSARY).

Della price action della mattina restano il rimbalzo del $,  la salita dei rendimenti e la correzione dei metalli preziosi.

E ora sotto con il dibattito.

In assenza di sviluppi sensazionali stasera, io continuo a attendermi una vittoria di Biden, con un margine sufficiente a evitare serie contestazioni. Lo scandalo Hunter Biden è un rischio e sicuramente nei prossimi giorni apprenderemo nuovi particolari che gli organizzatori della campagna di Trump si saranno riservati. Ma non è una storia nuova, ogni elezione presenta casi di questo tipo, e non si può certo dire che Trump non offra appigli (l’ultimo una storia di un conto e di tasse pagate in Cina). I sondaggisti avranno sicuramente cercato di correggere gli errori del 2016. E l’epidemia sta ricominciando a mordere e ironicamente secondo alcune stime potrebbe fare un picco nelle prime 2 settimane di novembre. Il virus nella seconda e terza ondata ha colpito con più violenza gli stati ad amministrazione repubblicana, e dal punto di vista sociale, gli strati inferiori, dove Trump ha raccolto più consensi nel 2016. Infine apparentemente 46 milioni di voti sono stati già dati, il che pone dei rischi di annullamento, ma pone anche al riparo da violente rimonte, con il 30-35% dei probabili voti già effettuato.

Certo, la conquista del Senato è un altro paio di maniche e potrebbe avvenire, ma non gli attribuirei personalmente una probabilità molto superiore al 50%. Per cui il clean sweep resta uno scenario più 50/50.

Coraggio, mancano solo 12 giorni.