Tra le recenti manovre del governo Draghi il Decreto Lavoro e Imprese (99/2021) che sospende sia il bonus Cashback, che il Super Cashback e al suo posto inserisce il bonus bancomat.

Per chi non lo ricordasse il Cashback offriva la possibilità, registrandosi e associando una carta o un bancomat al programma, di ottenere il 10% di rimborso su tutte le spese effettuate con la stessa.

Draghi da sempre nemico di questa misura, che per altro costa allo Stato ben 4,7 miliardi di euro, è riuscito per adesso a darvi un stop semestrale allo scopo di riutilizzare i fondi per incentivi che siano dei reali ammortizzatori sociali.

Di conseguenza fino al 31 dicembre di quest’anno il Cashback è sospeso!

Tuttavia, parallelamente alla sua eliminazione con lo stesso Decreto si introduce il bonus bancomat, un contributo speculare per così dire.

Sia Cashback che bonus bancomat hanno una finalità primaria, che è quella di essere un incentivo per favorire i sistemi tracciabili di pagamento e premiare i cittadini che preferiscono le transazioni con carta o bancomat, entrambi insomma danno il loro contributo alla lotta all’evasione fiscale.

Ma la platea a cui si rivolgono i due incentivi non è la stessa, perché se il Cashback era pensato per la massa degli acquirenti, il bonus bancomat è invece solo per gli esercenti.

Nel dettaglio il bonus bancomat, il cui valore totale supera i 480 euro, si compone di tre diversi crediti d’imposta per Partita Iva. Il primo credito d’imposta elimina le commissioni che in genere le banche applicano agli esercenti quando accettano i pagamenti con carta e bancomat.

Il secondo invece offre fino a 160 euro di contributo alle Partite Iva per coprire i costi di acquisto, noleggio e installazione del POS.

Il terzo credito d’imposta del bonus bancomat consiste in 320 euro di contributo per gli esercenti che scelgono nel 2022 di installare casse smart di ultima generazione con cui i dati fiscali vengono archiviati e inviati in automatico.

Il funzionamento del nuovo bonus bancomat è spiegato nel dettaglio anche nel video YouTube de "Le Audioguide per TUTTI!" di cui vi consigliamo la visione:

  

Niente commissioni sui pagamenti con carta grazie al bonus bancomat 

Già in precedenza il Decreto Legge 124/2019 aveva stabilito che le Partite Iva potessero avere un credito d’imposta, cioè un rimborso, pari al 30% delle commissioni applicate sul POS.

Quando infatti si paga con carta e bancomat agli esercenti viene applicata dalla banca una commissione su ogni pagamento. Il Decreto Lavoro e Imprese altro non fa che modificare ulteriormente la norma del precedente Decreto alzando, fino al 30 giugno 2022, il credito d’imposta per le commissioni sul POS al 100%.

Per spiegarla in parole semplici, chiunque nella propria attività abbia il POS e accetti i pagamenti con carta e bancomat, dal 1 luglio 2021 al 30 giugno 2022, non pagherà nessuna commissione quando riceve un pagamento di questo tipo.

Il 100% delle spese per le commissioni sarà infatti rimborsato dalla Stato, attraverso appunto il primo credito d’imposta del bonus bancomat.

Il bonus bancomat regala 160 euro alle Partite Iva per munirsi di POS

Il primo dei crediti d’imposta pensa alle attività già munite di POS, cioè già in grado di accettare pagamenti con carta e bancomat. 

Il secondo credito d’imposta del bonus bancomat offre invece un contributo di massimo 160 euro per spingere le Partite Iva, che ancora non lo hanno fatto, a munirsi di POS nella loro attività.

Il bonus bancomat copre con questo secondo incentivo tutti i costi che riguardano, noleggio, acquisto, installazione e collegamento del POS, se le spese sono effettuate dal 1 luglio 2021 al 30 giugno 2022.

Questo secondo credito d’imposta, entro il massimale di 160 euro, assegna però una percentuale diversa di rimborso alle attività, calibrata sul fatturato dichiarato nel periodo d'imposta precedente. Dove però i fatturati che eccedono i 5 milioni di euro all’anno sono esclusi dal beneficio.

Cioè in base a quanto si è dichiarato come fatturato allora si avrà indietro una percentuale diversa delle spese anticipate:

  • fino a 200.000 euro, il 70%;
  • da 200.000 a 1 milione di euro, il 40%;
  • da 1 a 5 milioni di euro, il 10%;

Il secondo credito d’imposta del bonus bancomat da 480 euro

Ma il bonus bancomat si compone di un altro credito d’imposta ancora più generoso del precedente e con un funzionamento simile.

Ovvero a tutte le Partite Iva e le attività che sceglieranno di munirsi di registratori di cassa telematici, cioè che archiviano ed effettuano l’invio automatico dei dati secondo la normativa dell’Agenzia delle Entrate, sarà dato un rimborso fino a 320 euro.

Le spese ammesse dal bonus bancomat per questo tipo di apparecchi deve essere effettuata nell’arco del 2022 e copre anche in questo caso tutti eventuali costi che riguardano noleggio, acquisto ed installazione.

Anche in questo caso si avrà una percentuale diversa di rimborso spese mediante credito d'imposta, calibrato sul fatturato precedentemente dichiarato:

  • fino a 200.000 euro, il 100%;
  • da 200.000 a 1 milione di euro, il 70%;
  • da 1 a 5 milioni di euro, il 40%.

I fatturati che superano i 5 milioni di euro sono esclusi anche da questo terzo credito d’imposta.

Il bonus bancomat non è un contributo a fondo perduto per Partita Iva!

Prima di abbandonare il bonus bancomat e passare agli aggiornamenti che riguardano il Cashback di Stato, c’è una cosa che dobbiamo chiarire e cioè che esso consiste in un credito d’imposta e non in un contributo a fondo perduto.

Cioè non saranno erogati soldi direttamente alla Partita Iva, come appunto accade con i contributi a fondo, ma il credito d’imposta presuppone che il rimborso avvenga mediante uno sconto sulle tasse.

Cioè chi beneficia del bonus bancomat non riceverà un versamento o un accredito con la cifra spettante, ma questo totale gli sarà sottratto dalle tasse da pagare a fine anno.

Perché Draghi ha sostituito il Cashback con il bonus bancomat?

Viene a questo punto da chiedersi perché sostituire il Cashback con il bonus bancomat? Cioè, perché eliminare un incentivo e introdurne un altro.

La risposta è molto semplice e cioè perché pur avendo la finalità principale in comune, cioè la lotta al denaro contante e all’evasione fiscale che esso nasconde, il bonus bancomat si concretizza anche come una sorta di aiuto alla Partita Iva.

Draghi infatti subito dopo la nomina aveva dichiarato che la sua priorità sarebbe stata quella dei Ristori alla Partita Iva, con la necessità di erogare nuovi incentivi e destinare fondi maggiori agli aiuti per i lavoratori autonomi, i più colpiti in assoluto dalla crisi scatenata dalla pandemia.

Ecco perché il Cashback si trasforma nel bonus bancomat, cioè la lotta al contante avviene per mezzo dei Ristori alla Partita Iva.

Il Cashback, quanti problemi rispetto al bonus bancomat

Il bonus bancomat del resto è un contributo molto più lineare, che non pone tutti i problemi e non ha i difetti di progettazione del Cashback di Stato.

Già di suo Draghi non è mai stato un fautore di queste genere di misure come il Cashback, che a suo dire sottraggono solo fondi ai veri ammortizzatori sociali non concretizzandosi come nessuna forma di aiuto reale ai cittadini.

Ma la vera scossa che ha spinto l’esecutivo a sospendere il programma è dovuta ai dati allarmanti venuti fuori dalle prime analisi e cioè, non solo il Cashback costa allo Stato 4,7 miliardi di euro, ma la misura è popolare soprattutto tra i redditi medio-alti e nelle zone del Paese dove l’economia è più stabile. Insomma, Draghi è stato chiaro, il Cashback sta indirizzando i soldi dello Stato esattamente dove non dovrebbero andare.

Diversamente con il bonus bancomat ogni forma di incentivo è pensato per le Partite Iva, cioè una delle categorie davvero messe in ginocchio dalla crisi.

Chi sono i furbetti del Cashback di Stato?

Ricordiamo inoltre che i difetti strutturali del programma Cashback erano già venuti fuori da tempo quando si era generato il fenomeno noto come i “furbetti del Super Cashback".

Questo perché oltre al 10% di sconto, il bonus premia anche gli utenti mensili che hanno effettuato il numero maggiore di pagamenti, senza tener conto però degli importi degli stessi. Quindi cosa è accaduto moltissimi utenti per posizionarsi bene nella classifica del Super Cashback acquistavano, ma al momento di pagare dividevano la cifra in più pagamenti di importo minore per accumulare il maggior numero possibile di transazioni.

Quindi il Cashback che doveva favorire un uso lecito e tracciabile del denaro ha fatto esattamente l’opposto.

Il Cashback potrebbe sopravvive al 2022?

Stando a quanto ufficializzato dal Decreto Lavoro e Imprese per adesso quella che coinvolge il Cashback è solo una sospensione temporanea che sarà in vigore fino al 31 dicembre 2022, almeno.

Cosa accadrà dopo è difficile da prevedere perché se molti vogliono la sua eliminazione totale non mancano i suoi sostenitori tra cui in prima linea Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle.

Di recente Marco Furfaro responsabile comunicazione per il PD ha postato su Facebook un’affermazione a sostegno del Cashback in cui si diceva contrario alla sua sospensione, anche in vista di presunti dati del MEF che indicano che la misura se lasciata vivere avrebbe portato entrate allo Stato pari a quasi 10 miliardi di euro.

In realtà non è ben chiaro il documento a cui Furfaro faccia riferimento perché, almeno dalle informazioni ufficiali e diffuse dal Governo, la Corte dei Conti dice esattamente l’opposto e cioè che i dati sono parziali per fare una previsione a lungo termine e che per adesso la misura non sembra aver apportato tutti i benefici che si pensava con la sua introduzione.

L’unica cosa chiara ed evidente è che le forze politiche sono spaccate riguardo il Cashback è che dopo il 2021 si prospetta una discussione piuttosto accesa riguardo il destino della misura.

Non mancano infatti quelli che vorrebbero solo un aggiustamento della normativa, che ponga soluzione soprattutto ai problemi legati al Super Cashback, ma che conservi la misura nel suo nucleo.