Non che queste decisioni abbiano scongiurato l’immigrazione, e neppure quella irregolare. Anche negli Stati Uniti due soggiornanti irregolari su tre non attraversano illegalmente un confine, ma entrano con regolari permessi. Circa 11 milioni di immigrati irregolari continuano a risiedere sul territorio, malgrado iniziative occasionali, tanto clamorose quanto sterili, per incrementare le espulsioni. Per di più lo stesso Trump ha alzato la quota degli immigrati qualificati ammessi, che dovrebbero rappresentare oltre il 50 per cento del totale dei nuovi ingressi, a detrimento dei ricongiungimenti familiari. Anche gli immigrati per lavoro a qualificazione medio-bassa trovano le porte chiuse, eccettuato un certo numero di stagionali. Trump non fa la guerra agli immigrati in generale, ma agli immigrati poveri, e soprattutto a quanti fanno appello a valori etici e umanitari per essere ammessi.

Valori di civiltà messi in discussione

Il presidente Usa in realtà non punta neppure a risolvere il problema con misure pragmatiche e ragionevoli, ma a tenere alta la tensione, ingigantendo la supposta minaccia dell’immigrazione, per raggiungere le corde emotive dell’America profonda che lo ha votato nel 2016, allo scopo di chiedere la conferma nel 2020. Non ha ottenuto grandi risultati, ma continua ad alzare la posta con iniziative sempre più clamorose e divisive, come la detenzione dei minori separati dai genitori. Dopo aver fagocitato e radicalizzato il Partito repubblicano, non ha esitato a stravolgere gli equilibri tra potere esecutivo e potere giudiziario arruolando la Corte suprema nelle sue battaglie anti-rifugiati. In altri termini, la disumanità elevata a sistema colpisce pratiche consolidate, calpesta valori fin qui condivisi e compromette l’immagine degli Stati Uniti nel mondo, ma è sbandierata sul fronte interno come un manifesto dell’America First, lo slogan che guida la politica trumpiana.