Finora i costi della guerra commerciale tra Usa e Cina sono stati pagati dalle famiglie e imprese statunitensi. Perché allora Trump persevera? Perché trae conclusioni sbagliate dai dati, ma anche per calcolo elettorale. Intanto, però, le borse calano.

Sarà escalation?

Nella guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina, lo scorso fine settimana Donald Trump ha disilluso le attese di quell’accordo imminente, che i mercati si aspettavano per venerdì 10 maggio dalla negoziazione con la delegazione cinese recatasi a Washington. L’iniziale reazione positiva delle borse americane alla possibile intesa è stata subito bruciata da un calo dei principali listini azionari: il Dow Jones ha perso 470 punti a inizio settimana, lo S&P500 l’1,9 per cento.

La possibilità di un’ulteriore escalation spaventa le imprese statunitensi perché molte sono fortemente esposte sul mercato cinese. Alcune hanno in Cina un mercato enorme, dove si realizzano percentuali molto elevate dei ricavi totali. È il caso di Apple (30 per cento dei ricavi in Cina e lunedì ha perso il 2 per cento) e di Nvidia (-3,4 per cento), ma anche dei fornitori e distributori di semiconduttori, come Broadcom, Micron Technology o Intel, che secondo un elenco compilato di recente da Hsbc sono il settore più sensibile ai dazi. Altre imprese invece si riforniscono in gran parte da fornitori cinesi o localizzati in Cina (come i grandi retailer) e pertanto dovranno fare i conti con un aumento dei costi di produzione. Secondo gran parte degli analisti, il perdurare delle tensioni o il loro peggioramento porterebbe danni ingenti a molti settori industriali, soprattutto high tech, oltre che a tutti i consumatori statunitensi sui quali ricade, a valle, l’aumento dei costi di produzione.