Il termine migrante è di recente introduzione almeno dal punto di vista della narrativa giornalistica, se torniamo infatti indietro con la memoria ci renderemo conto che questo vocabolo era sconosciuto alle cronache di tutti i giorni almeno sino al 2010: generalmente in quell’epoca chi tentava di sbarcare nelle coste italiane venivano etichettati dalla stampa nazionale come clandestino. Dopo la caduta di Gheddafi nel 2011 quando iniziano a manifestarsi i problemi di ordine pubblico nelle popolazioni delle coste africane (ricordiamo il termine di primavera araba coniato dall’establishment per descrivere le cadute delle dittature di Egitto, Libia, Algeria e Tunisia ossia la primavera araba) improvvisamente, quasi come se ci fosse stato un ordine impartito dall’alto, il termine clandestino viene prontamente messo al bando e sostituito con il termine di migrante utilizzato giornalisticamente parlando in pieno spirito politically correct. Da quel momento in poi inizia, molto misteriosamente, la telenovela quotidiana della crisi migratoria grazie proprio alla destabilizzazione politica delle nazioni africane che si affacciano sul Mar Mediterraneo. A utilizzare per primo il vocabolo “migrants” ossia migranti è l’ONU, ma non nel 2011, ma molti anni prima, vale a dire alla fine degli anni Novanta, l’istituzione che al suo interno precisamente utilizza questo termine è il Department of Economic and Social Affairs (DESA) il quale pubblica un report macroeconomico denominato Replacement Migration, all’interno del quale viene descritto, analizzato e proposto una soluzione pratica alla diminuzione della popolazione per le principali economie occidentali a fronte di un crollo del tasso di fertilità.