I venture capitalist accendono i fari sul segmento dei bisogni di salute femminili. Il settore nel private market è definito femtech. Il termine indica tutte quelle aziende che studiano software e prodotti tecnologici adatti a soddisfare i bisogni biologici delle donne.

“Dare una definizione precisa di femtech però è difficile”, spiega Kaia Kolban, analista di tecnologie emergenti di PitchBook. “Alcuni utilizzano questo termine per indicare anche le aziende che si occupano di cosmetica. Noi riteniamo che sia più corretto includere solo quelle società che lavorano per risolvere problematiche di tipo medico”.

La questione del termine non è secondaria. “Molti propongono di utilizzare altre parole in modo da non escluedere individui di genere differente che potrebbero avere problematiche di salute simili a quelli delle donne”, spiega l’analista. “Ma su questo punto non c’è ancora uniformità di vedute”.

Dal punto di vista dei numeri, il femtech è un mercato in costante crescita.

Nel 2019 a livello globale valeva 820,6 milioni di dollari e, secondo le stime di PitchBook, dovrebbe arrivare a tre miliardi entro il 2030.

Sempre l’anno scorso i venture capitalist hanno fatto operazioni di investimento in questo settore per un controvalore di 592 milioni, in leggero calo rispetto ai 629 milioni del 2018. Da inizio anno (fino al 5 agosto) sono stati effettuati 57 deal per un ammontare di 376,2 milioni. “Andando avanti così, il 2020 dovrebbe chiudersi sugli stessi livelli del 2019”, spiega l’analista.

Operazioni di venture capital nel femtech

Un mondo al maschile

L’analisi sul femtech è anche l’occasione per fare il punto sulla disparità di genere nel mondo del venture capital.

  • Attualmente solo il 17% delle startup a livello mondiale vede fra i fondatori almeno una donna.
  • Secondo PitchBook nel 2020 solo il 14% degli investimenti di venture capital andrà verso startup create da donne.
  • Il 90% di chi decide all’interno delle società dei capitalisti di ventura è uomo.

Queste disparità rischiano di avere delle conseguenza anche all’intero del settore femtech dove solo il 69% delle startup vede almeno una donna fra i fondatori. “Gli investitori uomini potrebbero avere delle difficoltà a comprendere i bisogni da salute delle donne e questo potrebbe portarli a perdere delle opportunità di investimento”, dice l’analista. “Tuttavia crediamo che col tempo i venture capitalist maschi inizieranno a comprendere meglio lo spazio femtech, anche grazie a una auspicabile maggiore presenza di donne all’interno delle società di investimento. Le nostre analisi dimostrano che le startup fondate da donne rendono il doppio per ogni dollaro investito rispetto a quelle create da uomini. Questo elemento inevitabilmente porterà a una maggiore attenzione da parte degli investitori di tutti i generi”.

Di Marco Caprotti