Oggi è il giorno di AstraZeneca. L’EMA (l’Agenzia Europea del Farmaco) ha ridato il via libera alla somministrazione del vaccino prodotto dalla società anglo-svedese dopo gli stop imposti in molti paesi del Vecchio Continente.

I dati non hanno evidenziato rischi concreti relativi all’utilizzo del siero, che nel Regno Unito è già stato iniettato per oltre 11 milioni di dosi. Il sospetto che alcuni casi di trombosi siano stati causati direttamente dal lotto ABV2856, e che ha scatenato il panico in Europa inducendo molti governi a sospendere la somministrazione con lo scopo di procedere ad una più accurata analisi dei i dati, alla fine si è rivelato infondato.

Ma allora, se tutto il polverone di questi giorni si è concluso in un nulla di fatto, come ci siamo arrivati? E soprattuto, perché?

Il vaccino AstraZeneca vittima di infodemia

Molti commentatori hanno rispolverato il termine “Infodemia”, un concetto che più di molti altri fotografa

la condizione contemporanea di chi vive all’interno di un mondo in un cui una sfrenata quantità di informazioni, spesso non accuratamente verificate, finisce per rendere gli individui incapaci di orientarsi tra di esse.

Che, in situazioni di eccezionale incertezza, può favorire la propagazione di comportamenti irrazionali e ondate di panico generalizzato.

Qualcuno ricorderà le terribili immagini di Piazza San Carlo a Torino durante la finale di Champions League tra Juventus e Real Madrid del 3 giugno 2017. Quando uno spray urticante ha sparso il terrore tra una massa di trentamila tifosi, provocando 1500 feriti e tre morti. Ecco, l’infodemia al tempo del Covid funziona pressapoco allo stesso modo.

Notizie non verificate circolano di monitor in monitor e sembrano far rieccheggiare quella terribile notte di giugno in cui le parole “sparano sparano” e “ci sono i terroristi” balzavano di bocca in bocca tra la gente che correva allucinata tra i vicoli insanguinati del centro di Torino. Io me lo ricordo bene, perché ero lì.

L’infodemia, da chi ne conosce le dinamiche, può essere, se non proprio manovrata, almeno pungolata con lo scopo di alimentare la paura verso un prodotto malvisto da molti? E se sì, da chi?

Rispondere con certezza a questa domanda, allo stato attuale, non è possibile. Se però si mette mano alla calcolatrice si può evidenziare come il vaccino di AstraZeneca abbia di fatto scompaginato le regole del mercato e stia dando fastidio a molti concorrenti.

La campagna vaccinale in tutto il mondo ha smosso quantità di denaro impressionanti. Nel nuovo Decreto Sostegno che verrà varato questa settimana (salvo ulteriori ritardi) si stanziano ben 5 miliardi di euro per le sole spese sanitarie necessarie a fronteggiare la pandemia da Covid-19.

Inizialmente, se ne erano previsti circa due: quasi un miliardo e mezzo per l’acquisto di vaccini e 700 mila per le cure di pazienti già infetti. Ma il sottosegretario al Ministero Claudio Durigon ha affermato in settimana in una intervista a Radio 24 che i fondi per la spesa sanitaria saranno aumentati di 3 miliardi rispetto alla prima bozza di decreto. 

Le trattative sul costo dei vaccini

Il prezzo dei vaccini, come quello di ogni altro bene sul mercato, è variabile. Quanto più è elevata la domanda, tanto più il suo prezzo sarà alto.

Ogni governo ha concluso le proprie trattative con le aziende farmaceutiche e ha staccato il proprio biglietto per l’uscita dalla pandemia cercando di trovare il giusto compromesso tra due urgenze opposte: rapidità di consegna e tutela delle finanze pubbliche.

In linea generale, si può affermare che il vaccino più caro è quello prodotto da Pfizer-Biontech, il cui prezzo oscilla dai 23,50 euro a dose pagati da Israele ai 12 dell’Unione Europea.

Il prezzo del vaccino Moderna costa invece 15 euro all’Europa e 12,50 agli USA (che del resto ne hanno finanziato lo sviluppo e la produzione.

La monodose di Johnson & Johnson costerà invece attorno agli 8 euro.

Il più economico tra tutti i vaccini dunque è proprio quello di AstraZeneca. La multinazionale aveva infatti dichiarato, mantenendo le promesse, di voler vendere il proprio siero al prezzo di produzione: per l’UE questo prezzo dovrebbe essere pari a 1,78 euro. 

Le trattative che hanno portato alla definizione dei prezzi hanno però prodotto un altro risultato, ossia il fatto che le consegne dei vaccini hanno seguito un ordine di priorità basato sui prezzi. Israele, il paese che ha pagato il prezzo più alto per dose, è anche quello nel quale la campagna vaccinale ha marciato più spedita.

Il costo dei vaccini per l’Europa

Si stima che l’Unione Europea abbia finora mobilitato circa 18 miliardi di euro per prenotare 2,6 miliardi di dosi, così distribuite:

  • 600 milioni di dosi del vaccino di Pfizer-BioNTech, per una spesa complessiva di circa 7,2 miliardi di euro;
  • 460 milioni di dosi del vaccino di Moderna, per una spesa complessiva di circa 6,9 miliardi di euro;
  • 400 milioni di dosi del vaccino di AstraZeneca, per una spesa complessiva di circa 700 mila euro;
  • 400 milioni di dosi del vaccino di Johnson & Johnson, per una spesa complessiva di circa 3,2 miliardi euro;
  • altre 405 milioni (CureVac) e 300 milioni (Sanofi-GSK) sono state prenotate per vaccini ancora in corso di sviluppo.

In buona sostanza, senza considerare i due vaccini ancora non approvati dall’EMA, l’acquisto del vaccino di AstraZeneca corrisponderà ad appena il 4% della spesa complessiva. Il 40% della quale sarà destinato a Pfizer-BioNTech, il 38% a Moderna, il 18% a Johnson & Johnson.

Una bella differenza.

Il costo della campagna vaccinale in Italia

In Italia, la legge 178 del 30 dicembre 2020 aveva stanziato 400 milioni di euro per l’acquisto di vaccini anti-SARS-CoV-2 e di farmaci destinati alla cura dei pazienti infetti. Ulteriori 2 miliardi venivano previsti nella bozza del Decreto Sostegno, i quali però come si è detto dovrebbero essere incrementati nel provvedimento definitivo a circa 5 miliardi di euro.

Certo, non tutti questi soldi sono destinati all’acquisto dei vaccini in senso stretto. Se si mantenessero le stesse proporzioni di fondi stanziati nella prima bozza, ai vaccini spetterebbero circa 3,3 miliardi (67%), agli anticorpi monoclonali 950 milioni (19%), al Remdesivir 710 milioni (14%), mentre appena 38 milioni di euro (meno dell 1%) verrebbero destinati all’allestimento degli hub vaccinali.

Ma è chiaro che la maggior parte dei finanziamenti mobilitati, per quanto onerose possano risultare le spese per la logistica (container, hangar, armadi refrigerati, infrastrutture, utenze, siringhe e personale sanitario), saranno destinati ai vaccini.

Il costo dei vaccini nel mondo

Così in Italia, così in Europa, così nel mondo. Per immunizzare quasi 8 miliardi di individui, occorreranno almeno 10 miliardi di dosi solo nel 2021. Si stima che questo possa portare nelle casse delle industrie farmaceutiche una cifra attorno ai 120 miliardi di euro. A fronte di un mercato precedente alla pandemia che valeva a malapena 30 miliardi.

Tutti i titoli delle sopracitate aziende farmaceutiche sono schizzati in borsa con percentuali da capogiro. Il titolo di Pfizer ha guadagnato il 23% in un anno,  Johnson & Johnson il 25%, AstraZeneca il 12,5%, mentre Moderna ha più che quadruplicato il proprio valore (440%).

Our World in Data stima in 400 milioni il numero di dosi somministrate nel mondo, con oltre 90 milioni di individui immunizzati già con la seconda dose e un rapporto dell’1,18% di persone vaccinate in rapporto alla popolazione globale.

In termini di immunizzazione della popolazione, il paese più virtuoso risulta attualmente essere Israele con una percentuale del 110% di dosi somministrate rispetto alla popolazione. Seguono a ruota gli Emirati Arabi Uniti (69%), il Cile (40%) e il Regno Unito (40%).

In termini assoluti, invece, la campagna vaccinale più imponente è stata quella posta in essere dagli Stati Uniti, che al momento hanno somministrato un totale di 113 milioni di dosi. Seguono la Cina con quasi 65 milioni di dosi somministrate e l’India (37 milioni).

L’Italia, con oltre 7 milioni di dosi somministrate al 12% della propria popolazione, si pone a metà strada tra i paesi più virtuosi e quelli più in difficoltà, in linea con la media dell’Unione Europea.

Il conto della crisi e il costo dei vaccini

Non si possono trarre conclusioni affrettate. Non ci sono evidenze in grado di far affermare con una ragionevole certezza che il vaccino di AstraZeneca, il più economico e il più facile da stoccare, sia effettivamente stato oggetto di una campagna diffamatoria creata ad arte per danneggiarla e accaparrarsi le quote di mercato della multinazionale anglo-svedese.

Qui ci si limita soltanto a far parlare i numeri. I quali mostrano cifre che possono far girare la testa, e non è assurdo pensare che questi numeri possano provocare una guerra commerciale combattuta a colpi bassi. Ma queste cifre sono nulla in confronto ai numeri della crisi economica provocata dalla pandemia.

Va sottolineato, e ribadito, e se non fosse chiaro ancora ripetuto: qualunque conto qui delineato, per quanto salato possa risultare, è comunque meno oneroso di quello causato da una continua altalena di lockdown e riaperture. La Banca Mondiale ha stimato un crollo del PIL globale pari 9 mila miliardi di euro nel 2020, e che farà sentire i propri effetti per i prossimi 5 anni bruciando oltre 23 mila miliardi. In termini sociali, questo significa un numero di persone che cadono sotto la soglia della povertà estrema stimabile in 90 milioni. Tutto ciò senza considerare il numero dei decessi causati dal virus, arrivato a 2,68 milioni.

Insomma, i vaccini costano, certo. Costa produrli, costa spostarli, costa stoccarli, costa inocularli. Ma la pandemia costa molto, molto di più. Questo è un fatto.

Una operazione di schematizzazione dei costi quale è quella qui tracciata può dunque semmai incentivare ancora di più il rispetto nei confronti di una campagna vaccinale la cui efficienza dipende in gran parte dal denaro che su di essa viene investito. Denaro che, in sostanza, altro non è che il nostro denaro: il frutto del lavoro di ognuno di noi. E che nessuno vorrebbe vedere sperperato da ondate di panico di dubbio fondamento.