Sulla web tax scende in campo l’Ocse. La sua proposta permetterebbe di superare sia il vincolo della presenza fisica sia quello della tassazione del singolo veicolo societario anziché del gruppo, con la ripartizione del profitto basata su tre parametri.

Modello in crisi

Si sta giocando, sulla web tax, una partita di grande rilievo: quella di una nuova modalità di tassazione delle attività transnazionali. I modelli di tassazione di tali attività rispondono, oggi, a due criteri guida. Il primo è quello della presenza fisica: il ricavato delle attività di un’impresa estera è tassabile nello stato del mercato pagatore solo se le attività sono ivi esercitate attraverso un’entità materiale (“stabile organizzazione”) presente sul territorio di quel mercato. Il secondo è quello della tassazione di singoli soggetti passivi d’imposta e non del soggetto apicale cui sono riconducibili. Contribuenti sono le singole società che compongono un gruppo di imprese e non il gruppo in sé.

La crisi di questo modello non l’ha prodotta certo la web economy, ma non c’è dubbio che essa ne abbia sottolineato oltremodo i limiti. Infatti, ha reso evidente che si può prelevare ricchezza dal mercato “X” (cioè ricevere pagamenti da soggetti che si trovano lì) e pagare le imposte solo nel mercato “Y” (cioè nel luogo dove si è deciso – anche per ragioni solo fiscali – di porre la propria testa). Ha reso evidente, altresì, che si possono – anche per ragioni di mera facciata – costituire società controllate nel mercato “X” cui imputare modeste quote di profitto e concentrare la parte più profittevole su strumenti e attività riconducibili al mercato “Y”.