Tesla ha chiuso in declino dello 0,53% martedì al Nasdaq ed era in ulteriore moderato ribasso nel mercato esteso. Non una performance esaltante ma certo non un tracollo, nonostante dati negativi sulle vendite in Cina. Da inizio 2021 il titolo dell'azienda californiana si è deprezzato di circa il 3% a Wall Street ma sono in molti a scommettere sul fatto che la sua corsa sia tutt'altro che finita. È il caso di Philippe Houchois, analista di Jefferies, che proprio in questi giorni ha migliorato il suo giudizio su Tesla da hold a buy, alzandone anche il prezzo obiettivo da 700 a 850 dollari (709,99 la chiusura di martedì al Nasdaq)

Vendite in calo in Cina ma Jefferies promuove Tesla a buy

Houchois, e non è il solo, è convinto che dalla sua posizione di pioniere del settore Tesla rimanga il primo beneficiario dell'accelerazione nella domanda di vetture elettriche, della corsa dei governi di tutto il mondo verso uno sviluppo più sostenibile (con le automobili a zero emissioni, a torto o a ragione, considerate un fattore chiave per questo obiettivo), della nuova stagione che la presidenza di Joe Biden sta portando in Usa, dopo che Donald Trump era stato uno strenuo sostenitore dell'industria dei combustibili fossili e di fatto un fervente negazionista del cambiamento climatico.

Buy per il 49% degli analisti il titolo Tesla (55% l'S&P 500)

Come nota Barron's, con il cambio di rating di Jefferies, Tesla oggi un buy per il 49% degli analisti che coprono il titolo. Non un cattivo risultato ma comunque inferiore al 55% che è la media delle aziende che fanno parte dell'S&P 500. A non convincere del tutto i mercati, dopo una trimestrale comunque positiva, è il continuo susseguirsi di notizie negative per l'azienda di Elon Musk. A partire dal rinvio per il lancio del rivoluzionario Cybertruck, il veicolo commerciale pesante di Tesla che sarebbe dovuto arrivare in commercio quest'anno ma la cui produzione non partirà prima del 2022

In calo le vendite di Tesla ma tutto l'automotive frena in Cina

C'è poi la Cina, anche se i dati che arrivano da Pechino hanno bisogno di una lettura approfondita. Dalla Gigafactory di Shanghai sono uscite 33.000 vetture in luglio, in linea con il risultato di giugno e decisamente davanti alle circa 27.000 della joint venture di General Motors con la cinese Saic (si parla anche in questo caso di sole vetture elettriche). Del totale, solo 8.600 sono rimaste nel Paese, il resto è stato invece esportato. Cifre simili a quelle registrate già in aprile da Tesla e che sono il risultato non tanto dei problemi riscontrati dal gruppo Usa in Cina quanto dalla congiuntura negativa per il mercato dell'auto di Pechino che, va ricordato, è in contrazione da tre anni, quindi da prima dello scoppio della pandemia di coronavirus. A complicare la situazione, per altro, il fatto che anche l'automotive cinese stia ora iniziando a doversi confrontare con la crisi dei chip che nei mesi scorsi ha messo il freno ai big in Usa ed Europa. Complessivamente in Cina le vendite di automobili sono calate dell'1,5% annuo in luglio.

(Raffaele Rovati)