Lunedì 4 ottobre 2021: sono le ore 17:30 quando i server di Facebook, Instagram e WhatsApp di tutto il mondo vanno in down. Non si riesce più a mandare messaggi, non si riesce più a caricare stories, mettere likes, connettersi. Ma non è tutto. Il problema di Facebook non si ferma qui, perché è accompagnato da un altro fattore determinante.

Appena qualche ora prima del down dei social, la ex dipendente di Facebook Frances Haugen aveva deciso di denunciare pubblicamente Facebook, dopo aver trascorso diverso tempo lavorando all’interno di una delle aziende più famose del mondo, anzi, del mondo dei social.

Tutta questa situazione è costata cara al povero Facebook di Mark Zuckerberg, non solo in termini di popolarità (dal momento che molti utenti sono rimasti delusi sia in seguito al down di lunedì sera, sia in seguito alle testimonianze della ex dipendente Frances Haugen), ma anche in termini strettamente economici. 

Infatti, secondo i dati del Bloomberg Billionaires Index, Mark Zuckerberg avrebbe perso, nel giro di poche ore, ben 5,26 miliardi di euro (6,11 miliardi di dollari), arrivando anche a perdere una posizione nella classifica degli uomini più ricchi al mondo (Mark Zuckerberg, infatti, ora è quinto).

Quali sono le sconvolgenti testimonianze dell’ex dipendente di Facebook Frances Haugen? Che cosa può aver detto di così sconvolgente? E, infine: siamo certi che si tratti solo di una sfortunata coincidenza il fatto che il down di Facebook si sia verificato appena qualche ora dopo rispetto alle testimonianze della Haugen? Scopriamo tutti i dettagli nel corso di questo articolo.

Caso Facebook: chi è Francis Haugen?

Francis Haugen, la “protagonista” del tornado di Facebook degli ultimi giorni, ha trentasette anni ed è un’analista di dati. Si è laureata in ingegneria informatica ed ha successivamente conseguito un master ad Harvard, arrivando poi a lavorare con moltissime compagnie famose: da Google, a Pinterest, passando per Yelp e arrivando, infine, a Facebook.

Francis Haugen è una donna che ha dimostrato molto coraggio, perché ha avuto la forza di mettersi contro una delle industrie più colossali del nostro secolo: Facebook. Non è stata una scelta semplice, ma una cosa è certa: Francis Haugen ha avuto il coraggio di portare alla luce "il lato oscuro" di Facebook, una realtà molto meno innocua di quello che si potrebbe immaginnare da semplici fruitori o utenti del social network.

I media americani (e ormai anche mondiali) descrivono Francis Haugen come una “whistleblower”: che cosa significa questa parola? “Whistleblower” è un termine che si utilizza per indicare una persona che denuncia pubblicamente alcune attività illegali, avvenute all’interno di realtà sia pubbliche che private. Che cosa ha denunciato Francis Haugen? Qual è il motivo per cui il suo racconto al programma tv americano "60 minutes" ha fatto così tanto scalpore, in questi ultimi giorni?

Le testimonianze di Francis Haugen contro Facebook

Una cosa è certa: grazie a Francis Haugen, d'ora in poi tutti noi saremo certamente utenti più consapevoli, e ogni volta che apriremo Facebook o Instagram sapremo perfettamente ciò a cui stiamo andando incontro.

Francis Haugen ha agito in due momenti diversi per denunciare le ingiustizie commesse da Facebook. Innanzitutto, si è occupata di raccogliere una serie di materiali compromettenti, che ha poi prontamente inviato alla celebre testata giornalistica americana “Wall Street Journal

In seguito, ha deciso di agire anche in prima persona, partecipando alla famosa trasmissione americana “60 minutes”, su CBS News. Proprio in questa sede ha raccontato che Facebook ha sempre anteposto i propri interessi economici e personali alla sicurezza degli utenti. 

Stando a quanto ha raccontato la Haugen, Facebook aveva inizialmente adottato strumenti di tutela volti a fare in modo di eliminare la violenza e le fake news il più possibile all’interno del social network. La Haugen ha specificato che con “in un primo momento” si intende prima delle elezioni presidenziali americane del 2020. In seguito alle elezioni, però, questi sistemi di controllo e di tutela erano stati messi da parte in nome di una crescita più rapida.

Insomma, stando a quanto ha raccontato la Haugen, la paura di Facebook era che se i controlli fossero aumentati troppo, questo avrebbe portato le persone a passare molto meno tempo sul social network, e quindi a cliccare meno sulle inserzioni pubblicitarie. E tutto questo si sarebbe chiaramente trasformato in un guadagno minore per Facebook.

L’equazione è molto semplice: più tempo gli utenti stanno su Facebook, più Facebook guadagna, innanzitutto perché gli utenti hanno più probabilità di cliccare sulle inserzioni pubblicitarie, che per Facebook sono un’enorme fonte di guadagno.

I documenti che la Haugen ha raccolto su Facebook

Francis Haugen ha radunato moltissimo materiale da consegnare al Wall Street Journal, per dimostrare che le sue accuse sono fondate e motivate. La Haugen racconta tutte le politiche sulla moderazione dei contenti (spesso assente), così come il trattamento “di favore” riservato ai personaggi pubblici. La Haugen sottolinea anche l’impatto estremamente negativo che Instagram (da diversi anni di proprietà di Facebook) avrebbe avuto nei confronti degli utenti più giovani, e quindi, più fragili e privi di strumenti per proteggersi.

Tra tutti i dati presentati dalla Haugen, uno in particolare è davvero sconvolgente: sembrerebbe, infatti, che Facebook sarebbe intervenuto solo su una percentuale compresa tra il 3% e il 5% di tutti i post segnalati per “incitazione all’odio” e pubblicati sulla piattaforma, così come sarebbe intervenuto su meno dell’1% di post segnalati per “incitamento alla violenza”.

Tra le accuse pesantissime rivolte a Facebook, spicca proprio quella secondo cui Facebook sarebbe sato ben consapevole dell’impatto negativo che Instagram ha sulle adolescenti, facendole sentire imperfette e a disagio con il proprio corpo, ed arrivando a causare anche problemi di ansia e stress.

Facebook e l’assalto a Capitol Hill

La Haugen, durante la sua intervista a “60 minutes”, non ha avuto paura di affermare che “Facebook danneggia gli adolescenti e la democrazia”. Facebook favorisce le élite, i suoi algoritmi sono tarati per seminare disinformazione e discordia, e addirittura i trafficanti di droga utilizzano apertamente i suoi canali. Promuovere contenuti che dividono l’opinione pubblica permette un guadagno maggiore, perché porta inevitabilmente all’aumento delle interazioni.

Perché, secondo la Haugen, Facebook avrebbe tradito la democrazia? La risposta è semplice. Ricordate l’assalto a Capitol Hill dello scorso gennaio? Sembrerebbe che Facebook avrebbe giocato un ruolo non indifferente in quel contesto, favorendo la diffusione di fake news politiche, anziché bloccarle.

La denuncia della Haugen è arrivata anche in Senato, lo scorso martedì.

La risposta di Facebook

Qual è stata la reazione di Facebook di fronte a tutte queste accuse? Mark Zuckerberg, Ceo di Facebook, ha preso la parola e ha negato tutte le accuse, dicendo che non sono fondate. Mark Zuckerberg ha pubblicato un lunghissimo post su Facebook, nel quale non cita mai direttamente la Haugen, ma l’intento è evidentemente quello di difendersi dalle sue accuse.

Mark Zuckerberg spiega che Facebook ha un intero team dedicato all’eliminazione dei contenuti dannosi per la community. Inoltre, Zuckerberg ribatte che non è vero che Facebook pensa solo al profitto, e fa l’esempio di una delle ultime modifiche dell’algoritmo, in seguito alla quale gli utenti sono portati a visualizzare prima i contenuti postati da amici e familiari, e solo poi i contenuti virali.

Anche per quanto riguarda Instagram, Zuckerberg dice che le accuse sono infondate, e che anzi la ricerca fatta da Facebook sullo stato d’animo degli adolescenti aveva lo scopo di capire quanto Instagram influenza in positivo i giovani.

Accuse pesanti e ricche di prove, quelle della Haugen. Risposte per lo più secche e inconsistenti quelle di Zuckerberg. Lo scopo della Haugen è far fallire Facebook? No. Come si legge in un post pubblicato dalla Haugen su Twitter, “si può fare di meglio”: il suo scopo è semplicemente fare in modo che tutto questo non accada più.

Siamo nell’era dei social network e sappiamo bene quanto questi influenzano la nostra vita nel quotidiano. Non si discute più di persona: lo si fa per lo più su Facebook, su WhatsApp, su Instagram. Non siamo qui per giudicare moralmente se questo sia un “bene” oppure un “male”, anche perché si tratta di una domanda estremamente relativa. Siamo qui semplicemente per constatare questo dato di fatto e prenderne consapevolezza: la nostra vita si svolge ormai parzialmente sui social network. Primi fra tutti: Facebook, Instagram, WhatsApp. 

È un bene? È un male? Non è questo il punto. Il punto è acquisire consapevolezza del fatto che questo spazio virtuale che i social network ci forniscono ogni giorno sfugge inevitabilmente al nostro controllo. Se sto vivendo uno spazio reale, fisico, il margine di controllo che ho è infinitamente grande. Non infinito, sia chiaro, ma grande: posso scegliere come disporre gli oggetti, posso allontanare un oggetto o una persona che non mi piace, posso gestire meglio qualsiasi dinamica.

Se, invece, mi trovo all’interno di uno spazio virtuale, tutto questo diventa più complicato. Se c’è un’inserzione pubblicitaria che mi disturba, non posso fare molto: tendenzialmente, devo lasciarla lì. Se c’è un account che mi disturba, posso certamente bloccarlo, ma lui potrà aprire un nuovo account. Senza contare il fatto che su Facebook e sugli altri social network le regole non scritte del mondo reale non fanno assolutamente testo.

Siamo alla fine del Settecento quando il filosofo Immanuel Kant scrive che le coordinate entro le quali sviluppare la nostra esistenza sono, di base, due: le intuizioni pure di “spazio” e di “tempo”. Nell’era dei social, però, entrambe entrano in crisi, perché non siamo più noi a gestirle ed interiorizzarle. Spazio e tempo, “virtualizzandosi”, come potrebbero permetterci la fruizione di un mondo e di un contesto che sia davvero comune?