Una delle definizioni più accreditate e universalmente riconosciute di “startup” è quella fornita da Steve Blank, noto imprenditore della Silicon Valley (quest’uomo ha fondato la bellezza di otto aziende), nonché autore, insegnante e padre tanto della metodologia “Lean Startup” che del “Lean Startup Movement”. 

Steve è - senza ombra di dubbio - una delle figure più influenti nel settore, la cui definizione di “startup” ha richiesto all’incirca dieci anni di studio e lavoro.

Secondo Steve Blank, una startup è un’organizzazione temporanea che ha lo scopo di cercare un business model scalabile e ripetibile.

Questa definizione, che per quanto breve è comunque esaustiva, racchiude tutte quelle caratteristiche che ci permettono di distinguere una startup da una qualsiasi altra impresa (in un articolo dedicato abbiamo anche affrontato, più nello specifico, il tema relativo alla distinzione tra “startup” e “piccola impresa”).

Ora, l’intero pensiero di Steve Blank è presente sul suo sito ufficiale, ma ciò non ci vieta di sintetizzare - attenendoci anche a quanto riportato dai colleghi di Startup Business - quelle caratteristiche proprie della startup, universalmente note e riconosciute dallo stesso Steve. 

Anzitutto, la temporaneità. La “startup”, infatti, rappresenta uno stato iniziale di un’azienda (una condizione di avvio, insomma) che i suoi fondatori ambiscono ad abbandonare nel più breve tempo possibile per diventare una grande impresa. Per farlo, una startup deve sperimentare - e questa è l’altra caratteristica che la distingue, l’essere sperimentale - affinché trovi il modello di business più adatto al perseguimento dell’obiettivo, che ricordiamo dover essere squisitamente innovativo. 

In secondo luogo, il modello di business di una startup deve essere scalabile, e dunque crescere in modo esponenziale operando in un mercato molto ampio; e ripetibile nei suoi processi a prescindere dall’area geografica e dal periodo temporale. 

Se a Steve Blank son serviti almeno dieci anni per arrivare a costruire una definizione precisa ed esaustiva di “startup”, le origini del termine risalgono a molto tempo prima della pubblicazione della stessa. Ma quand’è che nasce, dunque, il termine “startup”? Chi è stato a coniarlo? Nonostante le numerose ricerche, non sembra esserci una risposta unica e certa. La teoria più quotata è che il termine sia stato coniato negli Stati Uniti, probabilmente nella Silicon Valley o - comunque - in qualche area commerciale altamente sviluppata.

Le origini del termine “startup”, una premessa

Se sfogliamo le pagine del vocabolario Treccani, con il termine “Startup”, dall’inglese “to start up” (avviare, partire, lanciare, mettersi in moto), si intende “la fase iniziale di attività di una nuova impresa, o di un’impresa che si è appena quotata in borsa”. Attenzione, però, perché non tutte le nuove aziende sono delle “startup” in senso lato. 

Se con il termine “startup” si intende la sola fase di avvio di un’attività commerciale, allora qualsiasi nuove impresa potrebbe essere definita come tale. In questo caso, si commetterebbe un errore. 

Come abbiamo già spiegato in un articolo precedente, nonostante il termine sia stato coniato molto tempo prima, è solo negli anni Novanta che questo inizia a diffondersi con prepotenza, durante la bolla delle cosiddette “Dot.com”

In economia e informatica, con tale termine si definiscono tutte quelle società di servizi che sviluppano la maggior parte del proprio business attraverso un sito Web e Internet. Queste hanno preso forma nel corso della “new economy”, una fase economica strettamente legata alle nuove scoperte e all’impiego di tecnologie sempre più avanzate e il cui processo di transizione (da un’economia essenzialmente manufatturiera) è avvenuto tra gli anni Ottanta e Novanta. La fase economica della new economy sarebbe iniziata con la quotazione di Netscape, la società che sviluppò il primo browser commerciale per Internet.

Durante questo periodo, si registrò una crescita esponenziale delle quotazioni di nuove startup della Silicon Valley (o, ad ogni modo, di quelle legate al mondo dell’innovazione tecnologica, dell’high-tech e di Internet). 

In pochi anni si assistette a un incredibile sviluppo delle “Dot.com companies”, ovvero aziende operanti nel settore Internet e informatico, traintato, in parte, dal basso costo del capitale in un contesto di bassi tassi di interesse (tra il 1995 e il 1999 la Banca centrale degli Stati Uniti ridusse il tasso ufficiale dal 6% al 4,75%).

Tale fase economica terminò nei primi anni Duemila con lo scoppio della bolla speculativa Dot.com, quando l’indice NASDAQ1, il 10 marzo 2000, raggiunse il suo punto massimo a 5132.52 punti nel trading intraday prima di chiudere a 5048.62 punti. Lo scoppio sarebbe stato causato dall’euforia derivante dai concetti di sviluppo, progressi e crescita che spesso accompagnavano il settore della new economy, e che spinse i soggetti a comprare titoli in previsione di ulteriori aumenti del loro valore.

Da ciò ne conseguì un massiccio acquisto di titoli “.com” con un boom dei prezzi di tali titoli, che raggiunse livelli così elevati da provocare la saturazione del mercato (da un lato mancavano gli investitori disposti a effettuare acquisti a prezzi così elevati, dall’altro si iniziò a disinvestire per monetizzare il guadagno). In quegli anni, molte aziende “Dot.com” furono costrette a chiudere o oggetto di operazioni di acquisizioni e fusione. Sono poche le aziende che negli anni successivi riuscirono a crescere, come Apple, Google, Amazon e eBay.

Le origini del termine “startup”, i motivi della coniazione

Secondo alcune fonti, il termine “startup” è stato coniato per far fronte a una necessità, ovvero il dover definire un’attività che prende vita (viene avviata, appunto) grazie all’aiuto economico di alcuni investitori, amici o parenti milionari quel che siano.

Durante la crisi finanziaria degli Stati Uniti, infatti, non tutti disponevano del denaro necessario per l’avvio di una nuova attività commerciale. Quindi, il problema principale che la definizione di “startup” stava cercando di risolvere consisteva nel dare una risposta alla domanda: “Come si crea una nuova attività se non si può avere accesso anticipato a una valanga di soldi?”. Si tratta, fondamentalmente, di passare da un'idea a un'impresa investibile.

È interessante notare che questa condizione è divenuta poi un tratto caratteristico della startup, un progetto che intende trasformare un’idea in una grande impresa e che per farlo ha bisogno dell’aiuto degli investitori

Le origini del termine “startup”, le prime apparizioni

Come citato all’interno dell’Oxford English Dictionary il termine “startup” in senso imprenditoriale viene registrato per la prima volta nel 1976. Ad utilizzarlo è nientemeno che Forbes, che in un articolo del 15 agosto scrive: “[…] L'attività fuori moda di investire in startup nel campo dell'informatica”. 

L’anno successivo, anche Business Week ha utilizzato il termine “startup” all’interno di un articolo in cui scrive: “[…] Un incubatore per le startup, soprattutto nei settori in rapida crescita e ad alta tecnologia. […]”. 

Queste, dunque, sarebbero state le prime volte in cui il termine “startup” è stato utilizzato così come lo intendiamo oggi. A ciò si aggiunge un altro dato interessante: secondo Google NGram Viewer, un servizio nato undici anni fa dalla collaborazione tra il colosso di Mountain View e l’Università di Harvard e che misura la frequenza di utilizzo di una parola all'interno di tutti i libri raccolti e digitalizzati da Google (scritti tra il 1800 e il 2012), l'utilizzo del termine "startup" è aumentato in modo costante negli anni Novanta e ha raggiunto il picco intorno ai primi anni Duemila, più nello specifico nel 2002, ovvero poco dopo l’esplosione della “bolla dot-com” di cui abbiamo parlato poco sopra.

Quanto al significato del termine “startup”, (che abbiamo detto derivare dall’inglese e significare “avviare”, “lanciare”) questo condivide delle interessanti associazioni con il mondo digitalie come in "menu Start", "processi di avvio" e altre frasi relative al computer.

E questa potrebbe essere una delle tante motivazioni per le quali, quando si sente parlare di startup, spesso si fa fatica a non pensare a una neo-azienda attiva nel settore tecnologico e digitale, o comunque a una grande azienda come Google (che ormai ha perso lo stato di “startup”, ma dall’altra parte continua ad investire - o meglio, acquistare - numerose startup).

Tuttavia, va notato che le startup non devono necessariamente essere basate sulla tecnologia o sul web. Torniamo a Steve Blank. Lui riconosce almeno cinque diversi tipi di startup

  • la piccola impresa, pensata per innovare senza necessariamente scalare. Questa startup è certamente interessata alla crescita, ma cresce a un proprio ritmo; 
  • le startup acquistabili, il cui obiettivo non è costruire una società da miliardi di dollari quanto di venderla a un’azienda più grande; 
  • le startup scalabili, ovvero quelle che dipendono dal proprio modello di business ripetibile e scalabile e sono alla costante ricerca di capitale per incrementare le loro attività; 
  • le startup di derivazione, ovvero quelle che nascono dalle costole di grandi aziende per creare nuovi prodotti e attirare nuovi clienti; 
  • le startup sociali, che operano per rendere il mondo un posto migliore.

Se, invece, guardiamo al settore e al mercato di riferimento, risulta difficile pensare anche a solo un settore che una startup non ha provato a innovare con i suoi prodotti (se ce l’abbia fatta o meno, quella è un’altra storia).

In questo senso, esistono startup che si occupano di marketing e pubblicità, quelle attive nel settore sanitario, quelle che invece promuovono nuovi strumenti per la formazione e l’apprendimento, o quelle che guardano all’ambiente e all’energia come ad un settore che necessita assolutamente di essere innovato e rinnovato. Non mancano startup attive nel mondo della vendita al dettaglio, dell’e-commerce, della blockchain e delle criptovalute.