Per il nostro Paese l'anno appena concluso può essere definito come l'anno del boom del lavoro agile, o smart working: a causa della pandemia, CEO e dirigenti hanno deciso che, per tutti coloro i quali la presenza fisica in azienda non fosse strettamente necessaria, il lavoro d'ufficio poteva essere svolto da casa, al fine di evitare la diffusione del nuovo coronavirus.

Ma lo smart working non è certo nato nel 2020 e non è figlio della pandemia: le sue origini risalgono agli Anni Novanta quando l'olandese Erik Veldhoen ne propose l'implementazione nel tentativo di ottenere un impatto positivo a livello aziendale. Ma tracce di telelavoro accomunabili allo smart working sono riscontrabili addirittura negli Anni Ottanta, negli Stati Uniti. 

Insomma, non si tratta di una forma di lavoro di concepire il lavoro così recente come potrebbe sembrare e, in Italia, era già stata adottata con gran successo da aziende di grandi dimensioni. Prima che la pandemia di COVID-19 costringesse le aziende a prendere in considerazione il lavoro agile, comunque, la percentuale di lavoratori ai quali veniva concesso questo “privilegio” era minima.

Ma si tratta davvero di una modalità di lavoro vantaggiosa per i lavoratori? 

Spesso ci si concentra solo sui benefici del lavoro da remoto; eppure, se si continueranno a non considerarne difetti e criticità, rischiamo davvero che avvenga irreparabile: lo smart working potrebbe distruggerci.

Questo accadrà perché, come è facile osservare, il nostro Paese non era ancora pronto per mettere in atto questa modalità di lavoro sconosciuta alla stragrande maggioranza delle realtà aziendali.

Cosa potrà accadere qualora si continuino ad ignorare le criticità del lavoro agile?

Lavoro agile e distanziamento sociale: un futuro in solitudine

Lo smart working introdotto durante il primo lockdown nazionale è stato uno strumento utilissimo per garantire il distanziamento sociale e per cercare di contenere la diffusione del contagio. Il lavoro agile consente infatti alle aziende di continuare a lavorare, evitando però contatti fisici tra colleghi. 

Ma, sul lungo termine, questa situazione causerà un isolamento sociale che, di certo, non avrà impatto positivo sul benessere generale dei lavoratori; è vero, esistono le video call, strumento utilissimo per garantire una connessione col proprio team, seppur a distanza.

Ma basta una videochiamata di gruppo per garantire la coordinazione e la coesione tra i membri? Certamente no.

Dal punto di vista della relazione tra colleghi, la distanza causerà una sempre maggiore introversione, oltre che una mancanza di comunicazioni informali tra colleghi.

Il lavoratore in smart working è lasciato solo con se stesso, nell'isolamento del proprio nuovo spazio di lavoro domestico. Il senso di isolamento può avere inoltre delle ripercussioni, oltre che sulla salute del lavoratore, anche sulla produttività e sull’operatività del lavoratore: la mancanza del supporto relazionale potrebbe essere causa di mancanza di motivazione, che avrà impatto negativo sulla produttività.

Il distanziamento implica inoltre altre conseguenze negative che hanno impatto sulla salute del lavoratore: prima fra tutte quella della sedentarietà. Non dovendo più recarsi fisicamente sul luogo di lavoro, il dipendente è spesso costretto a stare seduto (anche per 9-10 ore di fila) al proprio PC. il che può aumentare ancor di più il senso di alienazione e di frustrazione.

L’atteggiamento dei lavoratori in smart working: burnout e workaholism

Ogni lavoratore ha un modo differente di vivere lo smart working: ci sono infatti coloro che vivono il lavoro agile con eccessivo zelo, finendo col lavorare da casa molto di più rispetto a quando si recava in ufficio. Ma non mancano coloro che, per differenti motivi, hanno visto la propria produttività a calare a causa del lavoro svolto da casa. Questo perché per lavorare in smart working è necessaria moltissima autodisciplina.

D’altro canto, la stragrande maggioranza dei lavoratori ha mostrato la tendenza opposta: quella cioè di lavorare molte più ore da casa, rischiando il burnout (ovvero uno stato di esaurimento psicofisico) o il cosiddetto workaholism, una dipendenza dal lavoro che è considerata una vera e propria patologia.

Un’intervista condotta da LinkedIn durante i primi mesi del lockdown ha messo in evidenza un dato allarmante: il 46% dei lavoratori intervistati ha dichiarato di aver riportato episodi di stress e ansia, difficoltà di concentrazione, disturbi del sonno. Si tratta di disturbi che sembrerebbero essere legati allo stress da smart working:

i lavoratori agili lavorano infatti almeno un’ora in più al giorno (quindi tre giorni in più al mese in totale).

Smart working: l’illusione della flessibilità

Secondo sostenitori dello smart working, i quali credono ciecamente nei benefici e nei vantaggi del lavoro agile, quest'ultimo può essere definito come estremamente flessibile. In realtà lo smart working a cui ci ha abituati la pandemia è tutt'altro che flessibile; uno dei più grandi problemi del lavoro agile in Italia è che, spesso, il diritto alla disconnessione viene ignorato. 

Di cosa si tratta?

Il diritto alla disconnessione riguarda il diritto del lavoratore di disporre del proprio tempo libero, durante il quale dovrebbe essere autorizzato a non rispondere a comunicazioni di tipo lavorativo. Significa, insomma, avere il diritto a vivere anche altro che non sia il proprio lavoro, a godersi il proprio sacrosanto riposo. 

Ma con l'avvento dello smart working forzato, in un Paese come l'Italia (che versa in un penoso stato di arretratezza digitale) questo diritto sembrerebbe talvolta praticamente sconosciuto. Non si tratta ovviamente di un diritto negato solamente al dipendente: anche il datore di lavoro, sempre più spesso, risente della necessità di essere perennemente connesso durante il proprio tempo libero.

L’iperconnessione, insomma, è un problema tanto per il titolare, quanto per il dipendente.

Smart working e conflitto lavoro-famiglia 

La perenne reperibilità trascina con sé una diretta conseguenza disastrosa: non vi è più una differenziazione tra lo spazio da dedicare al lavoro e quello da dedicare agli affetti.

L’elogio che si sente fare troppo spesso nei confronti dello smart working è che questo, in apparenza, sembrerebbe consentire di stare vicino ai propri affetti. Ma svolgere due ruoli sociali differenti in un unico luogo causa un vero e proprio conflitto lavoro-famiglia.

Il mescolarsi di queste due dimensioni, quella lavorativa e quella familiare, che dovrebbero essere nettamente separate tra loro, causa uno stress nel lavoratore che non va assolutamente sottovalutato in ragione del suo impatto sul benessere della persona. 

Ciò non vale soltanto per chi ha famiglia in senso stretto: ogni lavoratore ha diritto ad un proprio spazio privato e nessuno dovrebbe essere esposto ai rischi derivanti dall’iperconnessione.

Come garantire il diritto alla disconnessione, se è con il lavoro agile non è più possibile ragionare in termini di tempo e di ore lavorate?

Occorre precisare che esiste una legge per regolamentare il lavoro agile: la Legge 81/2017. All'articolo 19 (comma 1) viene chiaramente espresso come i tempi di riposo debbano essere garantiti al fine di preservare il benessere psicofisico del lavoratore in smart working:

L'accordo relativo alla modalità di lavoro agile è stipulato per iscritto ai fini della regolarità amministrativa e della prova, e disciplina l'esecuzione della prestazione lavorativa svolta all'esterno dei locali aziendali, anche con riguardo alle forme di esercizio del potere direttivo del datore di lavoro ed agli strumenti utilizzati dal lavoratore. L'accordo individua altresì i tempi di riposo del lavoratore nonché le misure tecniche e organizzative necessarie per assicurare la disconnessione del lavoratore dalle strumentazioni tecnologiche di lavoro (Art. 19 L.81/2017, comma 1).

Agire al fine di garantire una corretta gestione tra vita privata e vita lavorativa non è così difficile: non occorre ragionare in termini di tempo, ma in termini di obiettivi.

Smart working e inquinamento: attenzione all’elettrosmog

Un altro vantaggio di cui sentiamo spesso parlare dai sostenitori dello smart working è che il lavoro svolto da casa sembrerebbe aver avuto un impatto positivo sull’ambiente. Ovviamente, grazie alla riduzione degli spostamenti casa-lavoro che avvenivano quotidianamente, non si può negare che l’inquinamento ambientale abbia subito un positivo miglioramento. Questo ha portato alla formulazione di numerose proposte di potenziamento del lavoro agile per abbattere i livelli di emissioni di anidride carbonica nei prossimi anni.

Ma c’è un fattore che spesso viene sottovalutato o addirittura per nulla tenuto in considerazione.

Troppo di rado si sente infatti parlare di elettrosmog.

L’inquinamento elettromagnetico o elettrosmog è una forma di inquinamento ambientale che può causare dei disturbi quali frequenti mal di testa, perenne stanchezza e difficoltà di concentrazione.

Se in ambienti di lavoro “ufficiali” quali gli uffici, nel rispetto delle normative vigenti, il lavoratore viene preservato dall’eccessiva esposizione ai campi elettromagnetici (che possono essere generati da Wi-Fi, Pc e loro caricabatterie, dispositivi elettronici), è chiaro che negli “uffici di fortuna” organizzati dal lavoratore nel proprio ambiente domestico spesso e volentieri non si realizzano quelle condizioni che gli permettano di sottrarsi all’esposizione all’elettrosmog.

Cosa comporta l’elettrosmog nel lavoratore? L’esposizione non controllata ai campi magnetici può a lungo termine avere effetti nocivi sulla salute del lavoratore: i campi a bassa frequenza sono infatti stati inseriti nella lista dei possibili agenti cancerogeni stilata dall’Iarc.

Occorrerebbe quindi rendere consapevoli i lavoratori in smart working circa le conseguenze dell’elettrosmog, oltre che promuovere iniziative che aiutino i dipendenti a riorganizzare il proprio ambiente per minimizzarne gli effetti.

Lavoro agile e capacità organizzative

Un ultimo punto critico da tenere in considerazione quando si parla di smart working è la necessità di organizzare al meglio il lavoro.

In Italia è molto frequente che gli imprenditori e gli organi dirigenziali aziendali controllino di continuo l’operato dei lavoratori. Si è creato quindi una sorta di circolo vizioso, per causa del quale i dipendenti sentono costantemente la necessità di essere controllati dai superiori.

Ovviamente questo in smart working è di difficile attuazione e, molto spesso, il lavoratore può trovarsi perso e incapace di organizzarsi metodicamente.

Anche in questo caso, sarebbe opportuno lavorare sulla promozione di iniziative che aiutino i lavoratori a sviluppare le skills necessarie all’organizzazione autonoma del proprio lavoro.

Tutte le criticità sopra descritte sono sicuramente risolvibili, e non si vuole affatto demonizzare lo smart working o svalutare la sua efficacia.

Occorre però prendere consapevolezza dei punti deboli del lavoro agile, per risolverli al fine di garantire al lavoratore delle condizioni lavorative più serene e congeniali al suo benessere.