Facebook, Twitter, Instagram... sono tutti social network ormai entrati nella quotidianità di tutti.

Fermatevi un attimo a pensarci: fino a 20 anni fa, quando la stragrande maggioranza di noi era già viva, i social non esistevano.

Chiarisco: non è che esistessero ma erano un semplice fenomeno underground, oppure un segreto militare nascosto da chissà quale governo... No, l'idea stessa di social network, vent'anni fa, apparteneva a malapena ad una manciata di individui.

E da questo stato estremamente embrionale, i social sono diventati parte integrante della vita di tutti nel tempo storico equivalente al battito di una palpebra.  

Ammettiamolo: difficilmente riusciremmo, oggi, ad immaginarci un mondo senza social network. Come diceva Slavoj Zizek (oppure Frederic Jameson), "E' più facile immaginare la fine del mondo che la fine del Capitalismo". Ebbene, io aggiungerei anche che è più facile immaginare la fine del mondo che la fine dei social network

Ma in fondo, i social network sono diventati parte integrante del sistema capitalistico. Mark Zuckerberg, proprietario e fondatore dei social network più usati, è un multimilardario. In effetti, i magnati dell'informazione sono molto più ricchi, ad esempio, dei magnati del petrolio. 

Possiamo dire con certezza che i social network ci hanno catapultato in una nuova era storica: l'era dell'informazione. Un periodo storico in cui possedere conoscenza rende non solo ricchi, ma anche incredibilmente potenti

Un periodo storico in cui i profitti delle grandi aziende ricadono prima di tutto nella loro capacità di conoscere e farsi conoscere. Un periodo storico in cui le notizie e gli avvenimenti viaggiano alla velocità della luce e, spesso, producono effetti prima ancora di realizzarsi

Insomma, un periodo sociologico estremamente interessante, che alcuni sociologi hanno già iniziato a studiare con molto interesse. Shoshana Zuboff, ad esempio, ha definito questo momento storico il "capitalismo della sorveglianza": un tipo di capitalismo in cui non si vende più solo surplus lavorativo, ma anche surplus comportamentale estratto dai dati dei singoli individui

Come ha spiegato anche il nostro Ministro per la Transizione Economica Roberto Cingolani, infatti, i social ci sembrano gratis perché il prodotto siamo noi: i social network analizzano i nostri dati e li vendono alle aziende per conoscere i gusti di tutti

Cingolani, inoltre, ci ricorda che l'utilizzo dei mezzi digitali inquina tantissimo: inviare una foto da un megabyte è come lasciare una lampadina accesa per mezz'ora, e la produzione di CO2 dovuta ai social è uguale se non maggiore a quella prodotta dal traffico aereo

Ma i problemi legati ai social non finiscono qui. Disinformazione e social network vanno a braccetto, causando un incredibile caos nella vita di tutti noi. Questo fenomeno è molto ampio e vale la pena analizzarlo insieme.

Social network e disinformazione

Paradossalmente, inoltre, nell'età dell'informazione vi è molta disinformazione. I social network, infatti, aumentano sempre più la diffusione di fake news

Non vi è, infatti, alcun filtro per le notizie postate sui social. Nessun controllo uguale anarchia totale e i social network affogano così nella disinformazione

Tali notizie, diffondendosi, aumentano ignoranza, paura e spesso teorie complottiste, danneggiando l'azione delle autorità nazionali che vengono viste con sempre meno fiducia

Il problema della disinformazione sui social network è ormai diffusissimo. Non solo, ma la maggioranza degli italiani ne è perfettamente a conoscenza e vuole fare qualcosa per risolverlo.

Secondo un'analisi del Censis, infatti, l'86.8% degli italiani vorrebbe misure più stringenti per il controllo delle notizie false sui social. Il 56.2%, inoltre, reputa giusto porre sanzioni severe per chi diffonde disinformazione sui social network

La disinformazione durante la pandemia

La pandemia di Coronavirus, inoltre, ha solamente esacerbato il problema. Molti di noi, durante il lockdown, si è rifugiato sui social per avere un minimo contatto con l'esterno, ma questo ci ha messo in contatto con innumerevoli fake news, pericolosissime in caso di pandemia globale. 

Secondo Massimo Valerii del Censis, infatti:

La pandemia ha scatenato un’infodemia comunicativa che ha alimentato anche false informazioni sulla malattia e sui vaccini determinando comportamenti che hanno un impatto decisivo sull’andamento dei contagi. Quanto accaduto rivela che anche sul web sono necessari regole e professionisti per garantire buona comunicazione.

Inoltre, secondo un'indagine di Eurobarometro, il 44% dei cittadini della Ue fa affidamento su quanto comunica l’autorità sanitaria nazionale, mentre tra i no vax la quota è del 12%. Il 10% di chi non è vaccinato attribuisce fiducia ai siti web per l’informazione sui vaccini e l’8% ai social network contro il 5% della popolazione.

Insomma, con la terribile epidemia di Covid si è resa necessaria la creazione di una fitta rete di controlli per prevenire la disinformazione sui social network. A realizzare tali controlli potrebbero essere le tante agenzie di comunicazione presenti in Italia, magari supervisionate da un organo centrale del governo. 

Social network, disinformazione e la "bolla"

Sempre la stessa indagine del Censis rivela che 4.5 milioni di italiani si informa solamente sui social. Ricordiamo, inoltre, che informarsi sui social vuol dire non essere sottoposti a nessun tipo di mediazione o controllo. Chiunque può postare qualunque cosa sui social

Questo crea particolari problemi non solamente per l'aumento della disinformazione sui social network, ma crea anche pericolose "bolle" informative da cui è difficilissimo uscire

Come spiega Attilio Lombardi, fondatore di Ital Communications, infatti:

Il rischio è quello di rifugiarsi in una sorta di spazio chiuso in cui si apprendono notizie solo sulla base delle proprie tendenze e inclinazioni, a scapito della capacità di discernimento rispetto a quello che accade intorno a noi.

È, quindi, fondamentale la funzione delle agenzie di comunicazione che svolgono un ruolo di garante della qualità e dell’attendibilità dei flussi informativi, poiché utilizzano canali di produzione e distribuzione delle notizie verificati e di alto profilo.

"Echo chambers" ovvero "casse di risonanza" in italiano, è il modo normalmente usato per riferirsi al fenomeno per cui ci viene mostrato solamente notizie con cui concordiamo mentre tutte il resto viene "nascosto". 

Questo avviene perché l'algoritmo dei social capisce ed impara i nostri gusti, idee politiche ed opinioni, servendoci sempre quel tipo di notizie e facendoci ancor più convincere della giustezza delle nostre posizioni

Il dibattito viene azzerato, e la polarizzazione viene aumentata. Tutti sono convinti che la propria idea sia giusta perché sono continuamente bombardati di notizie che la confermano

Questo problema, tra l'altro, non ha necessariamente a che vedere con le fake news. Certo, un fruitore di fake news verrà servito solamente di altre fake news, ma quella della "bolla informativa" è una questione che riguarda anche le testate blasonate.

Molti giornali autorevoli seguono comunque una linea editoriale con delle posizioni politiche stabilite, che siano di destra, di sinistra o altro. I loro lettori, dunque, verranno serviti dall'algoritmo con altre notizie della stessa posizione, appunto cancellando ogni possibilità di apertura mentale. 

Queste "echo chambers" colpiscono tutti indiscriminatamente. L'algoritmo è estremamente subdolo, riesce ad ingannare anche gli utenti più a loro agio con gli strumenti tecnologici. Giovani, anziani, ricchi e poveri... l'algoritmo non conosce discriminazione. 

L'unico modo per evitare la "bolla" informativa è essere a conoscenza della sua esistenza, cercando sempre di informarsi su tanti siti e fonti. 

Disinformazione e social network: un problema di tutto il mondo

Come accennavamo anche nell'introduzione, la disinformazione sui social network è un problema mondiale.

Sebbene, infatti, abbiamo fin'ora discusso dei dati Censis riguardo l'Italia, gran parte del mondo occidentale è piegato dalle fake news e dalle "echo chambers"

Esempio lampante sono gli Stati Uniti d'America. Prima potenza mondiale, nonché patria della maggioranza dei social network, gli USA hanno rischiato per un momento di essere letteralmente spezzati dalla disinformazione e dalle "bolle". 

Donald Trump, ex presidente degli Stati Uniti, aveva rifiutato il risultato delle elezioni che lo vedevano perdente. Questo aveva scatenato un incredibile caos, fomentato dall'ex presidente stesso su social come Twitter e Facebook. 

I disordini non si erano affatto fermati alle litigate su Twitter. Appoggiati da Trump, alcuni membri della sua base repubblicana hanno assaltato il Campidoglio a Washington il 6 gennaio 2020 (pochi giorni prima della deposizione ufficiale di Trump).

A seguito di questo atto senza precedenti, gli amministratori delegati dei social network hanno deciso di eliminare l'account di Donald Trump, di fatto silenziando un presidente degli Stati Uniti per disinformazione e "pericolo per l'opinione pubblica".

Se vogliamo, è anche stata la prima volta in cui la disinformazione si è dimostrata politicamente pericolosa, mostrando fino a che punto si può arrivare quando le "bolle" vengono fomentate di odio e fake news. 

Adesso, Donald Trump non è deciso a mollare la presa. La sua base repubblicana è ancora forte e molti pensano che si possa ricandidare per le elezioni del 2024 se avesse serie possibilità di vittoria

L'esclusione da Twitter e Facebook non sembra aver impensierito Trump, che a fine mese dovrebbe rilasciare un social network tutto suo, chiamato "Truth", ovvero "verità" in inglese. 

Secondo le indiscrezioni, Truth è un social molto simile a Twitter, almeno nelle sue funzionalità di "retweet", condivisione e mi piace. 

Non sappiamo come verrà usato questo strumento. Possiamo tuttavia speculare che sarà certamente usato per supportare la base repubblicana di Trump e dargli una piattaforma di lancio per le elezioni. 

Certo, può sembrare ironico che su un social chiamato "Truth" possano circolare fake news. Tuttavia vale la pena ricordare che il maggior quotidiano sovietico si chiamava "Pravda", parola russa per dire "Verità".